Snowflake generation, come sta la generazione dei "diventati grandi" dopo il 2010

La “Snowflake Generation” è la generazione di chi è eccessivamente fragile, sensibile e permaloso, dove ogni offesa si tramuta in un affronto intollerabile e difficile da interiorizzare. Vediamone i dettagli.

Nel 2016, insieme a “Brexit”, “hygge” e “Trumpism”, nella lista della sua Top 10 il dizionario Collins ha deciso di inserire anche l’espressione “Snowflake Generation”. Che cosa significa? Come si legge sul dizionario:

[Con il termine si designa] la generazione di persone che sono diventate adulte durante o dopo il 2010, viste come meno resilienti e più propense a offendersi rispetto alle generazioni precedenti.

L’espressione è, infatti, utilizzata in modo dispregiativo, e mira a indicare tutti i ragazzi e le ragazze che si considerano “speciali” (“fiocchi di neve”, appunto), ma vengono percepiti dagli altri come emotivamente fragili. Nelle intenzioni di chi utilizza tale espressione, dunque, i giovani adulti odierni sarebbero persone eccessivamente sensibili, anche, e soprattutto, a causa della “cultura” del politicamente corretto, che, nel suo essere giusto e progressivo, imporrebbe anch’esso un “pensiero unico” al quale è difficile affiancare pareri contrapposti o anche solo lievemente divergenti.

Ma che cosa significa esattamente “Snowflake Generation” e quali sono le sue caratteristiche? Approfondiamo.

Snowflake generation: che cosa significa

Come accennato, con l’espressione “Snowflake Generation” ci si riferisce a tutti gli individui divenuti adulti nel corso – o dopo – del 2010, così definiti perché troppo “delicati” e incapaci di sopportare critiche o punti di vista dissimili rispetto ai propri.

L’accezione dispregiativa del termine “snowflake”, ossia “fiocco di neve”, non è, però, del tutto nuova. L’aggettivo riservato alla nuova generazione di adulti deriva, infatti, dal film Fight Club – tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk –, che lo utilizza come insulto nella seguente frase (sebbene il suo uso denigratorio pare sia precedente):

Tu non sei un bellissimo e unico fiocco di neve: sei la stessa materia organica in decomposizione di chiunque altro, e facciamo tutti parte dello stesso mucchio di compost.

Ciò che, quindi, all’inizio del Novecento rappresentava una connotazione positiva (erano definiti “fiocchi di neve” i bambini con potenziale e personalità unici), nel corso degli ultimi decenni si è tramutato in un’etichetta denigratoria per la contemporanea generazione di trentenni. Che, al contrario, non avrebbero proprio nulla di speciale. Anzi.

Le caratteristiche della snowflake generation

Gli appartenenti alla “Snowflake Generation”, infatti, sarebbero persone ipersensibili, fragili, delicate e angosciate all’idea di venire contraddette o respinte. In caso di opinioni dissenzienti, la reazione sarebbe, appunto, caratterizzata da un’eccessiva “offesa”, conducendo a diatribe lunghe e intricate.

Come spiega la dottoressa Lucia di Guida su Il Miller:

Il termine “Snowflake Generation” è stato ripreso nel 2016 in seguito alla pubblicazione del libro di Claire Fox, I Find That Offensive!, in cui l’autrice, intellettuale inglese di sinistra, denuncia i danni causati alle nuove generazioni dal pensiero unico politicamente corretto. Dall’uscita del libro, la definizione è utilizzata per descrivere i ventenni americani e britannici incapaci di affrontare tutto ciò che contrasta con il loro modo di pensare, tanto da preferirne l’abolizione perché non in grado di opporsi con valide argomentazioni.

I nuovi adulti sarebbero, allora, emotivamente vulnerabili, costantemente rivolti a ribadire la propria unicità e sensibilità. Al punto da negare qualsiasi diritto di controversia e opinione contraria, che infonderebbero in loro solo senso di frustrazione, incapacità e inadeguatezza. I millenial, da questo punto di vista, sarebbero, perciò, estremamente permalosi, soprattutto se, a essere criticata, è la loro unica, speciale e insostituibile peculiarità.

Il risultato è, così, una battaglia per la difesa dell’unicità e della sensibilità che, insensatamente, passa attraverso divieti, prescrizioni e norme che risultano deleterie per la stessa libertà che si intende proteggere. Ne è un esempio la tendenza di alcune università inglesi ad abbassare i voti in assenza di un linguaggio “gender-sensitive”.

Le cause della fragilità generazionale

Ma quali sono le cause di tale fragilità? Per molti, una delle motivazioni deriverebbe dalla costante e pervasiva pressione della società odierna, orientata al mito della realizzazione personale e del successo professionale.

La perpetua aspettativa di “successo” infonderebbe, così, nei giovani adulti una profonda insicurezza, portandoli a dubitare delle proprie capacità e competenze e a reagire in modo eccessivo quando criticati.

Per quanto riguarda l’Italia, nello specifico, la fragilità degli attuali trentenni potrebbe derivare dai cambiamenti tecnico-scientifici e sociali che hanno contraddistinto gli ultimi decenni. Come spiega il sociologo e giornalista Antonio Latella:

Negli ultimi 70 anni, la società italiana ha registrato mutamenti che hanno interessato l’economia, la famiglia, la scuola, l’occupazione, la cultura e, soprattutto, il sistema delle relazioni sociali e della comunicazione. Il periodo storico, che parte dall’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana (1 gennaio 1948) è caratterizzato dal dinamismo, dalla grande positività, ma anche da episodi drammatici e crisi economica: la povertà ereditata dalla guerra, i “gloriosi trenta” del boom economico e demografico, il venir meno delle certezze del modello di produzione fordista, le politiche neoliberiste, il passaggio dal capitalismo industriale a quello finanziario, le conseguenze della globalizzazione, la crisi economica, i rischi ambientali e gli effetti delle tecnologie digitali.

Nel complesso, tuttavia, i meccanismi spesso deleteri dei social network, i genitori iperprotettivi, il mondo del lavoro precario e frustrante, l’impossibilità di costruire un’autonomia finanziaria che consenta di affrancarsi dall’aiuto dei genitori e la generale percezione di instabilità che si respira nella società odierna – aggravata, senza dubbio, dalla pandemia e dalle sue conseguenze –, avrebbero, dunque, acuito la fragilità e la vulnerabilità dei giovani adulti moderni.

Creando un cortocircuito in cui la sensibilità è diventata una vera e propria ossessione: una prerogativa da proteggere a tutti i costi, dove l’offesa – complice internet e le sue piattaforme – diventa l’affronto più intollerabile e grave che possa esistere.

Ma è davvero così? La sensibilità riguardante alcuni temi è spesso dipinta come fragilità da chi non ha la stessa sensibilità e quindi si rende, consapevole o meno, complice di un sistema che ha reso la discriminazione nei confronti di alcune minoranze dei meccanismi di sistema. È certo più facile per chi è abituato a offendere etichettare come fragile chi si sente offeso, piuttosto che fare autocritica e chiedersi se non è il caso di smetterla di offendere.

Le nuove generazioni stanno compiendo un enorme processo di decostruzione di molti meccanismi patriarcali e binari e per affrontare questo processo ci vuole coraggio, perché andare contro un intero sistema che continua a denigrare chi “osa opporsi” giustamente spaventa. Dunque chi è davvero fragile? Chi si rintana al sicuro dietro schemi prestabiliti (magari ignorando quanto siano stretti) o chi da quegli schemi esce, esponendosi e sì anche rendendosi vulnerabile, ma con la volontà di trovare il proprio spazio nel mondo?

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