Ius soli: perché non è un premio per atleti, ma una necessità non solo etica

Fisionomia di un diritto che non deve interessare solo coloro che possono conquistare medaglie e traguardi sportivi, ma tutti i cittadini che popolano il nostro Paese – e le nazioni del mondo – e lottano per essere riconosciuti come tali.

Dopo anni di discussioni e disegni di legge, lo ius soli è tornato tra i trend topic di Twitter in seguito alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Ad avviarne nuovamente il dibattito è stata la vittoria del velocista Marcell Jacobs (medaglia d’oro nei 100 metri) e, in particolare, la proposta di uno “ius soli sportivo” da parte del presidente del CONI Giovanni Malagò.

Che cosa prevedrebbe? Come si legge sul sito di Sky TG24:

Sono anni – ha dichiarato Malagò – che c’è una formidabile polemica sullo ius soli. Come CONI hanno provato a tirarci per la giacchetta e noi abbiamo sempre sostenuto la tesi che si tratta di una materia politica, ma non riconoscere lo ius sportivo è aberrante e folle. Questo discorso oggi va più che mai concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha i requisiti deve avere la cittadinanza italiana e non iniziare una via crucis con rimbalzi tra prefetture e ministri.

Ma facciamo un passo indietro. Al momento attuale, la norma in vigore prevede, infatti, che i minori stranieri, residenti regolarmente in Italia almeno dal decimo anno di età, possano essere tesserati dalle federazioni sportive al pari dei coetanei italiani.

Vi è, tuttavia, un ostacolo: i minorenni stranieri non possono accedere alle convocazioni per le selezioni nazionali fino ai 18 anni di età, ossia quando potranno avviare l’iter burocratico per la richiesta della cittadinanza italiana.

La proposta di Malagò, dunque, vedrebbe la coincidenza tra tesseramento sportivo e richiesta di cittadinanza per gli sportivi stranieri minorenni che ne fanno richiesta. Un’idea nobile che, però, creerebbe non poche disparità, veicolando, appunto, il messaggio che la cittadinanza possa essere acquisita per “merito”, e non sia, invece, un diritto fondamentale di cui tutti i cittadini dovrebbero godere, a prescindere dalle medaglie e dai riconoscimenti conseguiti.

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Il discorso risulta, perciò, particolarmente complesso e stratificato. Facciamo chiarezza.

Che cos’è lo ius soli?

Dal latino “ius” (“diritto”) e “soli” (“suolo”), lo ius soli è un’espressione giuridica che indica il principio in base al quale una persona acquisisce la cittadinanza del Paese in cui risiede come mera conseguenza del fatto di essere nata in quel territorio.

In questo caso, dunque, l’individuo nato in un determinato Paese sarebbe un suo cittadino legittimo a prescindere dalla cittadinanza posseduta dai suoi genitori.

Un’equazione facile a dirsi, ma difficile a realizzarsi. Come vedremo, infatti, nel mondo solo il continente americano possiede la più alta percentuale di Stati in cui è garantito uno ius soli automatico e privo di condizioni.

Nel resto del globo, invece, a prevalere vi è la sua componente cosiddetta “temperata” o “condizionata”, la quale prevede che, per ottenere la cittadinanza, siano presenti anche altri presupposti, oltre alla nascita nel territorio interessato, come: il possesso di regolare permesso di soggiorno da parte dei genitori, la richiesta che almeno uno dei due viva nel Paese da 5 o 10 anni o il compimento della maggiore età.

Insomma, nella maggior parte dei casi l’ottenimento della cittadinanza e di un riconoscimento civile presenta la medesima fisionomia: quella di una strada lunga e tortuosa.

Ius soli e ius sanguinis

Ne è un esempio l’Italia. Nel nostro Paese, la cittadinanza di persone straniere è regolata dalla legge 91 del 5 febbraio 1992, e si impernia su una distinzione sostanziale: ius sanguinis, da un lato, e ius soli, dall’altro (non sempre disuniti, anzi, spesso affiancati).

Lo ius sanguinis (il “diritto di sangue”) prevede la concessione della cittadinanza a patto che almeno uno dei due genitori sia italiano – costituendo il principio precipuo su cui si basa la legge italiana. Lo ius soli, invece, che, come abbiamo visto, non trova regolare applicazione, entra in vigore solo in casi rari ed eccezionali, ossia: l’essere nati nel territorio della Repubblica da genitori ignoti o apolidi o l’essere discendenti di avi italiani – di cui si sia in grado di dimostrarne la linea parentale.

Un bambino nato in Italia da genitori stranieri non è, dunque, considerato italiano, e potrà richiedere la cittadinanza solo al raggiungimento dei 18 anni di età – dopo aver risieduto nella nazione in maniera ininterrotta e legale fino a quel momento –, ma l’iter è spesso costellato di continue battute d’arresto e cavilli burocratici.

Gli altri metodi per ottenere la cittadinanza sono, poi: l’adozione di un bambino straniero da parte di genitori italiani (ius sanguinis, anche in questo caso); il matrimonio con un cittadino italiano, dopo almeno due anni di residenza sul territorio; e la naturalizzazione, concessa a discrezione dello Stato.

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Lo ius soli in Europa e nel mondo

Come accennato, a livello globale l’unico continente che prevede uno ius soli automatico e privo di ostacoli è quello americano. Come rivela lo studio condotto dall’Osservatorio Internazionale sulla Cittadinanza, pubblicato nel 2018, gli Stati Uniti d’America sono la nazione in cui la cittadinanza derivante dalla nascita sul territorio interessa l’83% degli Stati che la compongono, mentre il restante 14% ne prevede una versione limitata e il 3% non lo garantisce in nessuna condizione.

Lo ius soli, infatti, si staglia come uno dei principi fondamentali della Costituzione americana – sancito dal XIV emendamento – e si basa sul preciso obiettivo di garantire la medesima protezione legale a tutti gli individui sottoposti alla giurisdizione nazionale.

Un atto di rispetto civile, che trova spazio non solo negli Stati Uniti, ma anche in Paesi quali Canada, Giamaica, Ecuador, Honduras, Argentina, Messico, Perù, Brasile, Paraguay e molti altri.

Diversa, invece, la situazione in Europa. Qui, infatti, la maggior parte delle nazioni vede l’adozione di una declinazione “limitata” dello ius soli, perlopiù affiancata allo ius sanguinis (proprio come in Italia). Qualche esempio: in Germania, come si legge su La via libera, acquisisce il diritto alla cittadinanza tedesca chi è figlio di genitori stranieri, purché almeno uno dei due risieda nel Paese da minimo 8 anni e possegga un permesso di soggiorno a tempo indeterminato da minimo 3.

In Portogallo, ancora, l’accesso alla cittadinanza avviene previa richiesta da parte dei genitori di voler essere cittadini portoghesi e solo a condizione che almeno uno dei due risieda nella nazione da un minimo di 2 anni. Più o meno come in Spagna, dove i nati da genitori stranieri possono vedere riconosciuta la propria cittadinanza sempre su richiesta, e dopo un solo anno di residenza.

In Asia e in Africa, infine, lo ius soli temperato è previsto circa nel 30% dei Paesi. Il restante o non lo contempla affatto, o prevede uno ius soli illimitato (ma sempre in percentuali irrisorie, come il 2% dell’Asia).

Perché abbiamo bisogno dello ius soli in Italia

L’excursus non può che ricondurci al nostro Paese, l’Italia, e, soprattutto, alla situazione politica che sta regolando l’avanzamento dello ius soli e del perseguimento di maggiori diritti civili per tutti i nati sul nostro territorio.

È ormai da qualche anno, infatti, che nella Camera del Parlamento giacciono tre proposte di legge sullo ius soli – e il cui iter legislativo risulta, per un motivo o per l’altro, costantemente interrotto. Avanzate da Laura Boldrini (la prima), Matteo Orfini (la seconda) e Renata Polverini (la terza), tutte e tre convergono su due necessità comuni: uno ius soli “temperato” e il riconoscimento di uno “ius culturae”.

Il primo prevede che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori risiede legalmente in Italia da minimo 5 anni. Se, come si legge su Il Fatto Quotidiano, il genitore non proviene dall’Unione Europea, i criteri saranno, diversamente, i seguenti:

  • un reddito inferiore all’importo dell’assegno sociale annuo;
  • il possesso di un alloggio che risponda ai presupposti di idoneità;
  • il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana.

Lo ius culturae, invece, garantirebbe la cittadinanza italiana a tutti quei bambini stranieri nati in Italia o giunti nel nostro territorio entro i 12 anni, previa frequentazione delle scuole italiane per almeno 5 anni e il superamento di almeno un ciclo scolastico. Chi è nato all’estero, al contrario, può ricevere la cittadinanza italiana se arriva nel nostro Paese tra i 12 e i 18 anni e completa almeno un ciclo scolastico.

Qualsiasi sia la soluzione adottata, tuttavia, il riconoscimento della cittadinanza italiana rappresenterebbe un ottimo passo verso quella civiltà e quel rispetto che l’Italia professa di garantire.

Al momento attuale, infatti, il nostro Paese è uno dei più arretrati a livello europeo, e rende particolarmente difficoltosa l’esperienza di vita di figli di immigrati e delle loro famiglie, inficiandone il benessere psicologico e la vita pratica.

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Senza considerare, poi, l’impatto positivo che una legittimazione di questo genere potrebbe apportare alla salute complessiva del nostro territorio, nel quale sarebbero inseriti a pieno titolo i figli di genitori stranieri che studiano e lavorano duramente e potrebbero, così, contribuire notevolmente alla crescita del Paese, economica, sociale e “umana” – riferita, quest’ultima, al costante calo delle nascite che, da circa 11 anni, interessa l’Italia.

Tutti i cittadini hanno il dovere di essere riconosciuti e di godere dei propri diritti, a prescindere dalla provenienza dei propri genitori. Solo così un Paese che si proclama civile può essere davvero tale.

Articolo originale pubblicato il 16 Settembre 2021

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