Leggendaria icona della canzone francese, Barbara, pseudonimo di Monique Serf nata a Parigi nel 1930 e morta a Neuilly-sur-seine nel 1997, è rimasta impressa indelebilmente nella memoria dei fans e nel ricordo di chi l’ha conosciuta.

Personalità dalle mille sfaccettature, ha avuto una vita senza dubbio complicata e un avvio alla carriera tutt’altro che semplice. Barbara – Monique Serf deteneva la capacità di dare vita a un personaggio irripetibile e senza tempo, anche attraverso il suo indimenticabile “costume nero”.

Le sue canzoni sono lo specchio della sua vita e delle sue esperienze personali, motivo per il quale, se si vuole conoscere e rivedere la dame brune, non resta che immergersi nella sua musica, magari sfogliando alcuni archivi creati in sua memoria e leggendo alcuni dei suoi testi.

In alcuni suoi pezzi, come Mon Enfance, Nantes e L’aigle noir, Monique Serf narra alcuni momenti della sua vita: i ricordi dell’occupazione nazista, la morte di suo padre e l’incesto paterno.

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Nella musica ha instillato la sua essenza più profonda e ai suoi fans ha donato tutta se stessa, poiché loro e soltanto loro sono stati per lei “la sua più grande storia d’amore”.

Chi era Monique Serf, l’indimenticabile Barbara

Monique Serf - chi era
Fonte: web – discogs.com

Monique Serf prende spunto dal nome di sua nonna per il nome d’arte, la quale aveva origini russe e si chiamava Varvara Brodsky, ma lei nasce a Parigi, da un alsaziano e da un’ucraina.

La sua vita non inizia in modo sereno e questo la segnerà profondamente e per sempre: essendo Monique di fede ebraica, a poco più di dieci anni si trovò a vivere l’occupazione nazista in Francia e a doversi per questo motivo nascondere, come pure a vivere gli abusi sessuali di suo padre, tremenda ferita che la spingerà già da giovanissima a prendere le distanze dalla sua famiglia.

Dopo la guerra, un insegnante di musica nota il suo talento durante le lezioni di canto e pianoforte e la incoraggia a iscriversi all’École Supérieure de Musique. A quel punto, però, la vita di Monique Serf si fa di nuovo complicata e ricca d’imprevisti: il padre abbandona la famiglia e la ragazza è costretta a restituire il piano che aveva preso a noleggio, per iniziare la ricerca di un lavoro e le prime audizioni.

A soli vent’anni si trasferisce a Bruxelles, con i soldi presi in prestito da un’amica, ma dopo solamente un anno è costretta a tornare sui suoi passi per mancanza di denaro e di lavoro, provando con un’audizione a La Fontaine des Quatre Saisons, un famoso cabaret parigino.

Non ha fortuna con l’audizione, ma Pierre e Jacques Prévert, direttori del locale, le concedono un impiego come cameriera. Monique non avrà mai l’opportunità di esibire il suo talento in quel luogo, il quale però gli sarà utile a fare la conoscenza di molte personalità in vista dell’ambito intellettuale parigino, nonché di assistere quotidianamente alle rappresentazioni delle poesie di Jacques Prévert.

Un anno dopo ritorna in Belgio, dove inizia un rapporto con un gruppo di artisti che si esibiscono all’interno di un vecchio edificio occupato, rendendolo una sorta di laboratorio di pittura, letteratura e spettacolo in cui Monique Serf, adottando lo pseudonimo di Barbara Brodi (“Varvara Brodsky”) suona al piano Édith Piaf, Juliette Gréco e Germaine Montéro.

Nel 1953 Monique e Claude John Luc Sluys, uno studente in giurisprudenza, convolano a nozze, per separarsi tuttavia solo tre anni dopo. A quel punto Monique Serf torna a Parigi e inizia definitivamente il suo ingresso nel Quartiere Latino e nei suoi piccoli locali studenteschi, cominciando a farsi chiamare solamente con il nome d’arte di Barbara: è il momento in cui inizia a suonare anche i pezzi di Léo Ferré e dell’allora emergente Georges Brassens, grazie al quale Barbara riuscirà finalmente a incidere il suo primo 45giri, nel 1957 a Bruxelles.

Con grande tenacia, intraprendenza e passione, Monique Serf inizia in questo stesso periodo a scrivere di suo pugno e cantare i suoi pezzi, senza però rivelare al pubblico di esserne l’autrice. Nel cabaret L’Ecluse, dove si presenterà per sei anni, conosce Jacques Brel, con cui instaura un legame artistico lungo e duraturo e del quale interpreta molto spesso anche alcune composizioni.

Il 1959 vede l’uscita di un suo extended play, intitolato La chanteuse de minuit, ma il lavoro costante e sentito di Monique Serf inizia a essere realmente premiato nel 1961, quando viene assunta presso il celebre Bobino Music-Hall di Montparnasse. Acquista notorietà cantando Brassens, Brel, Moustaki, ma anche i suoi primi pezzi, come Chapeau bas.

L’ascesa e il vero inizio del successo

Tuttavia, i tempi non sono maturi per una reale comprensione del suo talento, che non viene totalmente apprezzato dalla critica, la quale continua a giudicarla per la sua costante volontà di indossare abiti neri e la accusa di essere strana, poco naturale e poco spontanea.

Nonostante questo, Barbara prosegue nella scrittura di pezzi e non demorde: tra il 1963 e il 1964 la sua carriera spicca il volo con una sua esibizione al Théâtre des Capucines, seguita da una collaborazione con la Philips Records e dall’uscita di Barbara chante Barbara nel 1965, indimenticabile album interamente scritto da lei.

Oramai la sua presenza e il suo talento condiscono a pieno le serate del Bobino, dell’Olympia e di molti altri luoghi della scena parigina, serate emozionanti e da tutto esaurito. Barbara chante Barbara è un vero trionfo, la critica accoglie finalmente Monique Serf e il pubblico la apprezza.

Un gesto memorabile, di grande modernità e di profonda integrità morale e artistica è quello di Monique Serf durante la cerimonia di premiazione alla quale l’artista ritira il Grand Prix du Disque dell’Accademia Charles Cros: rompe il premio in quattro parti e dona ciascun frammento ai tecnici che avevano lavorato con lei alla realizzazione del suo disco, in segno di riconoscenza.

Chi è Monique Serf, in arte Barbara, per il suo pubblico e per la critica? È un’artista poliedrica, dallo stile unico e inconfondibile. Le sue parole cariche di tragicità e d’intensità, espresse durante esibizioni che addensano l’aria di vasto sentimento, fanno di lei un’icona per la cultura francese, tanto da rendere immortali alcune delle sue più famose canzoni: è il caso di Ma plus Belle Histoire d’Amour c’est Vous, L’Aigle noir, Nantes, La Solitude, Göttingen e altre ancora.

Nel 1967 Barbara è in tournée all’estero per la prima volta, proponendo i suoi pezzi nei teatri d’Europa e in Canada, come pure in Italia, a Milano, a Genova, Parma, Bologna, Napoli. In Germania viene ufficialmente invitata a esibirsi a Göttingen, città alla quale Barbara aveva dedicato una canzone nel 1964.

Barbara nel cinema, nella tv e nel mondo dell’attivismo

Monique Serf
Barbara nel 1990 – photo by Didier Millot

Nel 1969, annuncia pubblicamente il suo ritiro dalle scene serali, ma promette di mantenere gli impegni già concordati fino a quel momento. La sua personalità inconfondibile rimane impressa anche nel mondo del cinema, tanto che nel 1970 recita in Madame, una pellicola che raccoglie scarso successo, ma che non le nega la partecipazione nel 1971 al film Franz, diretto e interpretato da Jacques Brel. In questo film Monique Serf lascia il segno, componendo per l’occasione Moi, je me balance.

Due anni dopo la ritroviamo in L’Oiseau rare, per la regia di Jean-Claude Brialy, per poi rivederla sul piccolo schermo nel 1977 in Je suis né à Venise, film televisivo scritto e diretto dal noto coreografo Maurice Béjart, suo caro amico.

Sul finire degli Anni Ottanta Monique Serf decide d’intraprendere l’impegno come attivista nella lotta all’AIDS e nel 1988 la Francia le attribuisce la Legion d’Onore. Negli anni novanta iniziano i suoi primi problemi di salute, ma la sessantenne e sempre battagliera Barbara continua a pubblicare dischi, pur non riuscendo più a esibirsi dal vivo, tanto che il suo album, del 1996, intitolato per l’appunto Barbara, raggiungerà la vetta del milione di copie vendute.

Nel novembre del 1997, viene annunciata la morte di Monique Serf a Neuilly-sur-Seine, a causa di complicazioni respiratorie dovute ad una polmonite, e viene sepolta a Montrouge al Cimetière de Bagneux, a pochi chilometri da Parigi.

Barbara, un’artista a tutto tondo, dal passato complesso e drammatico che ha impresso nella sua arte tutto il suo realismo e la sua umanità, è considerata ancora oggi un simbolo della musica leggera francese. Il suo Paese decide di onorare la sua memoria emettendo post-mortem un francobollo che ne commemora la sua persona.

Oltre alla preziosa testimonianza data durante la sua vita e la sua carriera, ci lascia un libro di memorie incompiuto, pubblicato col titolo Il était un piano noir.

Barbara parla di Monique Serf

Barbara - Germania
Monique Serf a Goettingen – fonte: Getty Images

Sono le parole pronunciate e scritte da Barbara a manifestare tutto l’amore che Monique Serf provava per il suo pubblico, quello per il quale ha superato qualsiasi paura. Un’esibizione dal vivo era per lei come un tête à tête con ogni suo spettatore, un appuntamento a lume di candela che iniziava quando si sedeva al pianoforte, aprendo il cuore a chi l’ascoltava.

La particolarità di Monique Serf è proprio questa: ha reso le sue canzoni delle vere e proprie poesie, lettere a cuore aperto per il suo pubblico, il quale si sente incredibilmente partecipe delle confessioni di una donna.

 

Ma plus belle histoire d’amour, c’est vous 

La mia più bella storia d’amore, siete voi

Nel 1964, Monique Serf, figlia di un alsaziano dalle origini ebraiche, venne invitata a esibirsi a Göttingen, nella Repubblica Federale Tedesca, a neanche vent’anni dalla fine di una guerra che l’aveva vista in perenne fuga, dalla Loira ai Pirenei, dalla Bretagna alla regione dell’Auvergne, all’incessante ricerca di un nascondiglio.

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Non aveva alcuna voglia di tenere un concerto in una nazione che difficilmente l’avrebbe compresa e apprezzata, acconsentì solo in seguito all’insistenza del direttore dello Junges Theater di Göttingen, a condizione che le venisse fornito un pianoforte a coda.

Persino dei comuni cittadini si mobilitarono per accontentare la sua richiesta, tanto che Barbara decise di prolungare la sua permanenza, esibendosi in teatro per una settimana consecutiva.

La sera dell’ultimo concerto, l’artista lesse dei versi, accompagnandosi al piano e improvvisando: erano parole di ringraziamento scritte per l’occasione, per ricambiare l’accoglienza e l’amore del pubblico tedesco.

O fate che mai più ritorni

Il tempo del sangue e dell’odio

Perché ci sono delle persone che amo

A Göttingen, a Göttingen

E quando risuonerà l’allarme

Se mai dovessimo riprendere le armi

Il mio cuore verserà una lacrima

Per Göttingen, per Göttingen

 

Ne L’enfant laboureur Monique Serf scrive:

I miei segreti sono vostri, se ne fa tramite il pianoforte

Ma spentasi la voce, io richiudo la porta. 

Manifesta qui, come in tanti altri suoi componimenti, una concezione di musica come mezzo per esprimere se stessa, tenendo però a precisare di essere capace di comunicare solo attraverso di essa. Proprio come un poeta con i suoi versi, che sono come la sua stessa voce e fanno dei suoi lettori i suoi stessi figli.

Scrivere un componimento sottoforma di lettera significa aprire un dialogo che si apre con la prima riga e si chiude con l’ultima: nulla sopravvive al di fuori di essa.

Probabilmente, Monique Serf stessa non si riteneva in grado di sopravvivere o di esprimersi se non attraverso la sua musica.

 

Monique Serf, l’amore nella musica e la musica nell’amore

Fonte: web

Barbara sapeva amare solo conservando intatta la sua solitudine, una scelta di vita che l’aveva portata a rinunciare al matrimonio, alla vita di coppia standardizzata e inevitabilmente alla maternità, scelta tuttavia sofferta.

Per Monique Serf, l’amore è fuori dalle convenzioni, è casuale, senza legame, privo di standard sociali, quegli standard a cui sentiva di non voler appartenere e che tendeva a fuggire senza rimpianto.

Un pensiero compiutamente moderno e controcorrente, il suo, che vede l’amore come un’idea, priva di definizioni precise che renderebbero invece sterile il tutto e limiterebbero la libertà individuale.

Sceglie la solitudine, Barbara, come condizione primaria affinché ci si possa donare con amore sincero all’altro.

Ed è di questo di cui ha per l’appunto parlato Danielle Moyse nel suo Barbara, “J’aurai vécu d’avoir aimé” (Editions du Grand Est, 2017), scrivendo:

La solitudine per amore dell’amore.

In un primo momento, si potrebbe pensare che questa concezione del sentimento d’amore di Monique Serf celasse egoismo o misticismo: è tutto il contrario. La libertà espressiva e di movimento all’interno della totalità della sfera emotiva è per lei manifestazione della sua apertura verso il prossimo, della sua filantropia e generosità.

Come spiegazione di ciò, afferma infatti, con alcune sue celebri parole:

Non conosco gioia più grande che quella di donare, di sacrificarsi, di spogliarsi di tutto a favore di chi si ama o di chi neppure si conosce. In fondo, penso che tutto sia amore. Non avessi fatto la cantante, sarei stata suora o puttana. Bisogna spendersi, vivere fino a lacerarsi, con passione.

Questa sua voglia di mettere spessore in ogni cosa la si ritrova anche nel suo approccio alla carriera artistica: quando Monique Serf si vide trasformare in Barbara e sentì il successo pioverle addosso, dichiarò di esserne quasi spaventata, la vide quasi come una violenza alla sua intimità.

Non le interessava guadagnare soldi con la sua musica, le interessava il rapporto con il pubblico, l’unico col quale riusciva a condividere la propria interiorità, senza però mai turbare la sua intimità o superare l’invalicabile limite della sua autonomia.

Sì alle confessioni sotto forma di lettere e versi, no all’incoraggiamento dell’eccessiva invadenza da parte del pubblico. Lo si percepisce nella canzone Nantes, dove Monique racconta l’ultimo incontro con un padre non padre, sul letto di morte.

Una canzone di disperazione razionalizzata, intensa ma che non dice tutto, non spiega ogni cosa, conformemente alla sua già citata concezione di musica e di rapporto con il pubblico. Una musica personale e interiore, ma che chiede allo spettatore di entrare in punta di piedi.

Voleva, prima di morire

Scaldarsi al mio sorriso,

Ma se ne andò quella notte stessa

Senza un addio, senza un “ti amo”.

 

L’anima di ognuno è lacerata da ferite sepolte, ma uno spettatore crede di conoscere davvero tutte quelle che hanno marchiato l’artista a lungo idolatrato; non è il caso di Monique Serf, la quale rivela soltanto in Il était un piano noir…, la sua raccolta di memorie incompiuta e pubblicata post-mortem, degli abusi subiti dal padre quand’era bambina.

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Al tramonto della sua carriera e della sua vita, Barbara racconta così la pagina che ha forse scritto il destino della sua intera vita, quella di una sera in cui una bambina chiede aiuto a dei poliziotti e non viene creduta:

Una sera, a Tarbes, il mio universo precipita nell’orrore. Ho dieci anni e mezzo. I bambini tacciono perché non sono creduti, perché si dice che inventino delle storie.

Per questo motivo, nel 1949 una diciannovenne Monique Serf taglia i ponti con la sua famiglia, per rivedere il padre solamente quando era già morto.

Forse è un cerchio che si chiude: quello di una musica che più di ogni altra cosa riesce ad andare oltre: oltre gli orrori, le esperienze di turbamento, il dolore, per arrivare a un amore totale, a un perdono che permette di parlare apertamente, di amare oltre i limiti anche chi non si conosce, senza mai superare il limite di un pudore che solo chi scrive di se stesso può conoscere.

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