Dragon Ball è sessista e incita alla violenza di genere o è cancel culture?

Il canale spagnolo À Punt ha deciso di eliminare definitivamente dal proprio palinsesto la programmazione dell'anime giapponese. Non si sono fatte attendere le proteste dei fan e degli spettatori, che hanno immediatamente tacciato il gesto come cancel culture e censura. Ma sarà proprio così?

Prima i fatti. Circa un mese fa, l’emittente televisiva valenciana À Punt ha deciso di ribadire la sua contrarietà alla messa in onda di Dragon Ball. Il direttore generale del canale, Alfred Costa, è, infatti, tornato sull’argomento in seguito alle ferventi proteste dei fan, sopraggiunte anche in Parlamento e appoggiate dalla deputata di Compromís Mónica Àlvaro.

Perché? L’anime giapponese, tratto dall’omonimo manga disegnato da Akira Toriyama, è assente dal palinsesto spagnolo già da qualche anno, ed è stato richiesto a gran voce dai suoi appassionati spettatori.

La richiesta ha, tuttavia, trovato l’opposizione di Costa, che in una nota ufficiale ha esplicato i motivi del rifiuto: Dragon Ball veicola messaggi sessisti, stereotipi di genere e discriminazioni nei confronti delle donne, e mal si adegua ai codici etici del canale valenciano.

Naturalmente, la decisione di estromettere l’anime dal palinsesto televisivo ha suscitato critiche subitanee ed esacerbate. L’accusa: Dragon Ball è l’ennesima “vittima” della cancel culture.

Cancel culture: tra censura e rifiuto di farsi cancellare (di nuovo)

Dragon Ball: le critiche e il sessismo

Bulma
Fonte: Hobbyconsolas

Tutti e tutte conosciamo Dragon Ball e almeno una volta, lo abbiamo guardato, con attenzione o di sfuggita, al punto che non è raro incontrare nei nostri discorsi espressioni quasi “idiomatiche”, come “onda energetica”, “fusione” o “Saiyan”.

Le avventure di Goku, bambino – e poi uomo – con la coda da scimmia e una forza smisurata, sono ormai note: incaricato di ricercare le sfere del drago diffuse in tutta la Terra, il protagonista affronterà, nel corso della propria vita, creature extraterrestri e rivali di ogni tipo, al fine di proteggere il pianeta e l’intero universo dalle forze nemiche.

Dragon Ball, tuttavia, non è solo prestanza fisica e combattimento. Al suo interno, infatti, vivono stereotipi di genere marcati, violenze ai danni delle donne e scene inequivocabilmente offensive e sessiste. Le medesime alla base del dissenso da parte di Alfred Costa, che ha così motivato la decisione di non trasmettere più l’anime sul proprio canale.

Oltre all’elevato costo delle licenze della serie, a preoccupare maggiormente il direttore generale è, appunto, la mancata aderenza ai regolamenti della Comunità Valenciana circa l’uguaglianza di genere nella programmazione rivolta ai bambini.

A regolarne l’eticità e la natura è l’articolo 5 della Legge n. 6/2016 della Generalitat Valenciana, in base alla quale le emittenti televisive devono

adottare, attraverso l’autoregolamentazione, codici di condotta volti a trasmettere il principio di uguaglianza, escludendo i contenuti sessisti, soprattutto nella programmazione per giovani e bambini.

Garantendo, in questo modo,

parità di trattamento e opportunità per uomini e donne e l’uso di un linguaggio non sessista.

Peccato che Dragon Ball paia non rispettare queste coordinate. Come rivela la testata spagnola Hobbyconsolas, l’anime prodotto da Toei Animation è costellato di sessualizzazioni e reificazioni del corpo della donna, stereotipi di genere e declinazioni maschiliste.

E, nella maggior parte dei casi, lo schema sembra ripetersi pedissequamente. A partire da due delle protagonisti femminili più apprezzate della serie, Chichí e Bulma, assurte dall’emittente valenciana a emblemi dei ruoli stereotipati e discriminatori presenti nell’animazione.

La prima, dopo aver affrontato Goku in un torneo di arti marziali, ne diviene la moglie e, da tenace combattente, risulta immediatamente relegata a ruolo di casalinga e, in seguito, madre, dedita solo alla cura degli spazi domestici e al futuro dei figli.

Esemplare, in questo senso, la scena in cui Chichí insiste e si batte con forza, con un Goku ormai adulto – ma eterno immaturo –, affinché il piccolo Son Gohan prosegua i suoi studi – con i libri e i materiali acquistati dalla stessa Chichí –, anziché allenarsi per una battaglia. I risultati del litigio sono tragici: Goku si “dimentica” della propria forza e colpisce “accidentalmente” Chichí, che, ormai tramortita e condotta all’esasperazione, acconsente all’allenamento del figlio, perché «tanto noi donne siamo fatte apposta per soffrire a causa degli uomini».

Un destino simile interessa anche Bulma, migliore amica dello stesso Goku e motore della ricerca di quest’ultimo delle sfere del drago, di cui diventerà complice. Al punto che, per ottenerle, non rinuncerà a mostrare anche le sue parti intime o a prestarsi a ben poco dissimulate sessualizzazioni e pose erotiche. Fino all’incontro decisivo con Vegeta, di cui diventerà moglie devota e accondiscendente.

Chichí e Bulma, tuttavia, sono solo due degli innumerevoli esempi offerti dall’anime giapponese. In qualsiasi filone narrativo della serie troviamo, infatti, donne messe da parte e invitate ad accudire i bambini piuttosto che essere introdotte nelle battaglie, nonostante la loro forza e abilità fisica (come l’androide A-18, la più temibile della Terra, confinata, però, al mero ruolo di madre nel momento in cui il marito deve lottare: perché non coinvolgere anche lei?).

Senza dimenticare le reiterate oggettificazioni sessuali, tra protagoniste vestite solo di lingerie, donne considerate alla stregua di un trofeo per cui combattere e l’ossessiva attenzione ai corpi femminili, con attributi spesso sproporzionati o addirittura esaltati al fine di soddisfare i gusti dei personaggi (e degli spettatori) maschili. Cosa che accomuna molti anime.

Controversie che sono giunte persino in Italia, dove, all’inizio degli anni 2000, il manga è stato accusato di contenere immagini inclini alla pedofilia e l’associazione Cittadinanzattiva ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma nei confronti dell’editore italiano Star Comics. Un’accusa simile si ripeté anche a Perugia, ma, anche in questo caso, non venne adottato alcun provvedimento.

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Cancel culture: censura o necessità?

Poco dopo la diffusione delle motivazioni dell’assenza di Dragon Ball dal palinsesto di À Punt, una sequela di critiche ha iniziato a interessare il fenomeno “oltraggioso”. E, come si sarebbe potuto prevedere, lo slogan immediatamente diffuso è stato: «anche Goku è vittima della cancel culture».

Ma siamo sicuri che la decisione presa dall’emittente valenciana possa essere ridotta a tali estremi?

La questione sembra essere molto più complessa e articolata, e richiede, in primo luogo, una chiarificazione di concetti. Per cancel culture si intende, infatti, una forma di ostracismo e boicottaggio – vagamente simile alla damnatio memoriae di epoca romana – compiuta perlopiù online e rivolta a personaggi, brand o, come in questo caso, prodotti audiovisivi celebri accusati di aver promosso tesi razziste, omofobe e sessiste o di aver attuato comportamenti ritenuti immorali e discutibili (fino ai casi più gravi, come quello di Harvey Weinstein e generatore del #MeToo).

A differenza della call-out culture, che si limita a denunciare pubblicamente un atteggiamento offensivo, la cancel culture affianca all’accusa anche la volontà di sollevare l’individuo preso in considerazione dai propri incarichi professionali, cancellandone, così, la figura dagli ambiti pubblici e social.

La pratica ha, naturalmente, originato una serie di critiche da parte dei suoi detrattori, i quali la considerano alla stregua di una deriva estrema del politically correct e reagiscono invocando la libertà di parola e la contrarietà a una forma di «conformismo ideologico».

È quanto si legge anche nella lettera diffusa lo scorso luglio su Harper’s Magazine e firmata da 153 scrittori, giornalisti e intellettuali del calibro di, tra gli altri, Margaret Atwood, J.K. Rowling, Salman Rushdie e Noam Chomsky – oltre alla storica attivista femminista Gloria Steinem e allo scacchista Garry Kasparov – riuniti per opporsi alla «tendenza alla censura».

Fa, però, sorridere – amaramente – che l’invocazione alla libertà di parola derivi da persone bianche, privilegiate e non appartenenti a una minoranza, e che, anzi, queste si servano proprio di una delle testate più prestigiose al mondo per – come nota la contro-lettera firmata da altrettanti giornalisti, scrittori e accademici – lamentare il fatto di «essere silenziati». Controsenso più evidente non poteva essere messo in atto.

Il dibattito intorno al manifesto contro la cancel culture offre, tuttavia, solo lo spunto per una riflessione di più ampia portata, e particolarmente ostica. Nodo della questione è, infatti, un interrogativo: come è possibile parlare di censura quando, per secoli, si è narrata solo un’unica storia, ossia quella dell’uomo bianco, eterosessuale e cisgender?

O meglio: l’inneggiare alla censura non è forse l’ennesimo tentativo di porre sempre più ai margini le minoranze della società, donne e persone di colore in primis? Non è, appunto, un caso se l’equazione “cancel culture = censura” sia emersa proprio nel momento in cui a essere colpiti non sono state più le minoranze stesse, bensì uomini – e, talvolta, donne – bianchi e potenti, disturbati da una sensibilità a loro parere “eccessiva” nei confronti di tematiche delicate e precarie come le questioni di genere ed etnia.

È paura di un sovvertimento dei ruoli di potere o “semplice” intolleranza? Fastidio verso chi sottolinea le falle della società odierna o snobismo venato di odio indiscriminato per chi la pensa diversamente?

Una risposta univoca, probabilmente, non c’è. Ciò che è certo, però, è che quello della cancel culture sia un territorio ancora spinoso, ma meritevole di porre in luce un atto necessario: la promozione di narrazioni paritarie, stratificate e attente alla complessità del mondo, in grado di rinnovare il nostro modo di raccontare le persone e i fatti che ci circondano con cura e rispetto estremi. Sui social, in pubblico, in televisione, al cinema. E anche in un anime.

E se ci risulta fastidioso, per questioni nostalgiche, questo attacco nei confronti di un cartone animato che ha accompagnato la nostra infanzia, forse potrebbe aiutarci pensare alla censura (quella sì, vera) che le emittenti televisive hanno spesso compiuto nei confronti delle scene d’amore di alcuni anime, a quanto pare convinte che quelle rappresentazioni romantiche fossero più pericolose dei messaggi di violenza, disparità di genere o sessualizzazione.

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Articolo originale pubblicato il 23 Aprile 2021

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