Quando qualcuno si rivolge a noi, oppure noi dobbiamo presentarci ci viene chiesto, ancora oggi, di identificarci:

Siamo Sig., Sig.ra o Sig.na?

Nel primo caso siamo uomini e siamo signori indipendentemente da quanti anni abbiamo, dal nostro status sociale e dal fatto che siamo single o meno. Una donna, invece, ha diverse possibilità con le quali, fondamentalmente, può indicare se appartiene a qualcuno oppure (ancora) no.

Il passaggio da signorina a signora significa che è cambiato il proprio status. Una sorta di titolo accademico per testimoniare un traguardo raggiunto dalla donna: il matrimonio. C’è da dire, però, che signorina è un termine che viene utilizzato sempre meno, forse per una nuova forma di cortesia che non vuole far pesare alle donne il fatto di essere ancora “zitelle”.

La storia dei termini ‘signora’ e ‘signorina’

L’utilizzo del termine signorina è documentato nella lingua italiana a partire del Cinquecento. La parola parrebbe essere la traduzione italiana di quella spagnola: señorita, attestata come precedente. In italiano antico, infatti, il termine signora veniva utilizzato nel significato di ‘padrona‘ e come allocutivo si preferiva il termina madonna.

Nel Rinascimento, però, per influsso dello spagnolo, si iniziarono a diffondere i termini signore e signora; così signorina divenne un diminutivo per indicare una donna giovane, indipendentemente dal fatto che fosse sposata o meno. Dobbiamo, infatti, spostarci all’Ottocento per trovare un primo riferimento a ‘signorina’ per intendere una donna non sposata. La prima attestazione del termine è nella commedia di Achille Torelli del 1867, I mariti:

Deve avere quella lettera che gli scrivesti quando eri ancora signorina, e mi par conveniente che la restituisca.

Perché ‘signorina’ squalifica i meriti di una donna

Col tempo si è cristallizzata nella nostra cultura l’abitudine a distinguere una signora da una signorina in base allo stato civile. Il punto è che, se in alcuni casi utilizzare il termine signora possa destare fastidio, quasi come se si stesse dando della ‘vecchia’ alla donna a cui ci si rivolge, riferirsi a una donna come ‘signorina’ può risultare squalificante.

Proprio perché signorina/signora viene utilizzato a mo’ di titolo, retaggio di una cultura per cui trovare un buon marito equivale a trovare un posto di lavoro, spesso ci troviamo nella spiacevole evenienza di sentir chiamare una giovane professionista ‘signorina’. Questo è un modo di delegittimare l’operato della donna, ignorando il suo merito personale per porre al centro, ancora una volta, il matrimonio come realizzazione massima. Probabilmente si tratta di un processo inconscio, che utilizziamo per abitudine come forma di gentilezza. Ma è, in realtà, una convenzione che cela sessismo e arretratezza.

Signorine queer

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui sentirsi chiamare ‘signora’ era considerato un pregio proprio dalle donne. Diventare la Sig.ra (cognome del marito) equivaleva a fare sfoggio di uno status raggiunto. Il fatto che, almeno nel nostro Paese, l’usanza di adottare legalmente il nome del marito sia caduta in disuso non significa che alla donna non sia richiesto un sacrificio d’identità in quella che è l’istituzione patriarcale per eccellenza: il matrimonio.

Parlando di matrimonio, non si può prescindere dal riferimento alle unioni omosessuali. Essendo questo tipo di linguaggio legato alla tradizione, quando usciamo dal seminato di ciò che è considerato convenzionale, come nel caso di un matrimonio tra due donne, che termini dovremmo usare?

I punti di vista sono discordanti. C’è chi ritiene che poter utilizzare il termine ‘moglie’ sia una conquista da celebrare; chi invece pensa che un più generico ‘partner’ abbatterebbe molte barriere di significato; chi ancora ritiene che l’istituto del matrimonio andrebbe abolito.

Affronta proprio questo argomento l’autrice Chiara Sfregola, nel suo saggio/memoir Signorina. Memorie di una ragazza sposata. Sfregola parla del matrimonio tra due donne come l’atto politico del riappropriarsi di un’istituzione patriarcale per renderla femminista.

Quindi, verrebbe da chiedersi, se una donna lesbica che si sposa “non diventa di un uomo” è signora o rimane signorina? Credo che la paradossalità di questa domanda basti a rendere evidente il modo sessista con cui ci rivolgiamo alle donne.

 

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