Se "Soy boy" è un insulto, quanto è sbagliata l'idea di "maschio" che abbiamo?

Soy boy è un'espressione figlia della mascolinità tossica, che indica un insulto omofobo rivolto a uomini considerati poco virili: ecco dove nasce e gli stereotipi ad esso associati.

È purtroppo usanza antica e molto diffusa quella di utilizzare alcune caratteristiche fisiche, mentali o comportamentali che non rientrano nella norma, a scopo di offesa. Una serie di epiteti offensivi e irrispettosi che prendono di mira il diverso nelle sue infinite accezioni, per denigrare persone spogliate della propria individualità e ridotte a categorie su cui sfogare rabbia, insoddisfazione, infelicità e frustrazione.

Una di queste riguarda la mancanza di virilità: da sempre un atteggiamento meno smaccatamente virile viene frainteso, deriso, apostrofato con le peggiori perifrasi per mettere a tacere la possibilità che qualcosa di diverso possa esistere.

È purtroppo in questo contesto che continuano a fiorire periodicamente insulti e neologismi coloriti e offensivi, diretti a uomini che sono “accusati” di non interpretare la vera mascolinità che continua a promuovere, più o meno consapevolmente, la nostra società. Uno di questi neologismi di recente nascita è l’espressione “soy boy“. Ecco di che si tratta.

Soy boy: chi sono?

Soy boy, che possiamo tradurre con la perifrasi “ragazzo che beve il latte di soia”, è un’espressione utilizzata con accezione dispregiativa, soprattutto online e nel contesto americano, per descrivere uomini che mancano di virilità, considerati femminili, deboli, non “veri uomini” – qualunque cosa queste due ultime parole significhino.

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L’espressione è stata diffusa inizialmente da persone americane di orientamento di estrema destra che se ne servivano per insultare e denigrare chiunque non fosse sulle loro posizioni politiche.

Il riferimento alla soia è determinato dal fatto che i semi di questo legume contengono un’elevata quantità di fitoestrogeni, sostanze di origine vegetale molto simili sia dal punto di vista strutturale che dal punto di vista funzionale agli estrogeni, i principali ormoni sessuali femminili. Per via di questa somiglianza, si è passati ad alludere – senza alcuna evidenza scientifica – che la soia possa agire come un interferente endocrino in grado di influire sul meccanismo ormonale maschile e causando un possibile abbassamento del testosterone.

Oltre a questa spiegazione, di cui, ricordiamo, non ci sono prove fondate, la soia è nota per essere la più famosa alternativa della carne per chi sceglie un’alimentazione vegana, e, come ogni altro prodotto vegano, è diventata sinonimo di un atteggiamento delicato, sensibile e attento che la cultura della mascolinità tossica ha circondato di una patina negativa per utilizzarlo a proprio piacimento e trasformarlo in un insulto contro gli uomini accusati di essere poco virili.

Più volte, del resto, i prodotti vegani e a base vegetale sono stati usati anche pubblicamente come termine di scherno per indicare – e deridere – una mascolinità ridotta.

Lo ha fatto, ad esempio, nel 2018, il repubblicano Ted Cruz durante un raduno in Texas, riferendosi ai democratici, “colpevoli”, nella sua ottica, di voler far diventare lo Stato come la California, “fino al tofu, al silicone e ai capelli tinti“. In questo caso, il tofu, proprio come la soia, acquista un’accezione dispregiativa e diventa un termine offensivo da usare contro la “minaccia” di una virilità compromessa.

Le origini dell’espressione “soy boy”

Sulle origini dell’espressione soy boy non c’è chiarezza. Il Daily Dot, un giornale online che tratta argomenti riguardanti il mondo di Internet, suggerisce che il primo ad usarlo potrebbe essere stato Mike Cernovich, personalità di estrema destra che avrebbe preso a servisene sui social, specie su Twitter, per insultare persone lontane dalle sue posizioni politiche.

Il commentatore politico di YouTube James Allsup, sorpreso a manifestare con i suprematisti bianchi a Charlottesville nell’agosto 2017, rivendica invece la paternità del termine, o meglio dell’insulto. Molto più probabilmente, però, la prima volta è apparso nel 2017 in un thread su 4chan, sito web dedicato alla pubblicazione di immagini di vario genere, in cui gli utenti non si sottopongono a una registrazione ma postano in forma anonima, secondo una modalità vicina a quella che regola i forum.

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L’espressione nel tempo ha finito per sostituire altre parole gergali comunemente usate come insulti dalle comunità online, tra cui “low-T” (“basso testosterone”), o, più ancora, “cuck“, abbreviazione di “cuckold”, termine colorito usato come insulto da molte persone di estrema destra per alludere a un uomo tradito dalla moglie o fidanzata con un maschio più “virile”.

Come abbiamo detto, si tratta di un termine perlopiù utilizzato negli ambienti della estrema destra americana. Al di fuori di questi ambiti, non c’è ancora molta consapevolezza del termine, ma potrebbe presto diffondersi fino a diventare un’espressione mainstream diffusa si più canali, non solo online.

Gli stereotipi sui soy boy

La definizione che ne dà Urban Dictionary è piuttosto eloquente e mette in luce una serie di stereotipi costruiti attorno agli uomini definiti con spregio soy boy:

Il soy boy medio è femminista, non atletico, non ha mai fatto a botte, probabilmente sposerà la prima ragazza che fa sesso con lui, e probabilmente riduce tutti i suoi argomenti a etichettare l’opposizione come “nazisti”.

Questa espressione è infatti spesso rivolta a uomini che sposano cause femministe e di giustizia sociale, ad attivisti per i diritti civili, ai vegani e agli uomini che mostrano tratti o abbracciano valori e atteggiamenti considerati più “femminili”, anche ad esempio la scelta di sfoggiare un certo tipo di abbigliamento o di seguire determinate scelte alimentari meno convenzionali.

È una reazione di opposizione a ciò che si discosta dalla norma, ciò che è diverso, nuovo, non convenzionale, da parte di una certa platea maschile, influenzata dall’ideale di maschio che da decenni la società promuove e veicola: una mascolinità esibita e rivendicata in modo sfacciato, che dimostri di trasudare testosterone e virilità e che non accetta in alcun modo nessun tipo di dialogo con il femminile.

Sono moltissimi gli stereotipi legati a questa definizione, e riguardano l’orientamento sessuale, la formazione universitaria e il tipo di professione, gusti, passatempi e abitudini, il modo di vestire o mangiare e persino la predilezione per certi tipi di autovetture.

Sono tutti finalizzati a costruire un preciso ritratto tipo del maschio beta, tanto deriso da quelli che si professano “alfa”, per spersonalizzarlo e privarlo di una sua specifica individualità, fino a ridurlo a una macchietta, contro cui scagliare offese e una rabbia repressa che nasconde invece una profonda debolezza e un’insensata paura delle diversità.

Potremmo ricostruire un identikit accurato dell’uomo soy boy, prendendo spunto dalla vasta letteratura in materia che ci offre Urban Dictionary, il dizionario online dedicato ai neologismi e allo slang in lingua inglese, che registra tutti i pittoreschi e offensivi luoghi comuni associati a questa categoria di uomini, che hanno il “difetto” di discostarsi dall’immagine di uomo macho che non deve chiedere mai.

Stando a quanto si legge sul web, il soy boy viene definito come un maschio dalle tendenze effemminate, spesso bisessuale e metrosessuale. È, come già accennato, un femminista di sinistra, un attivista per i diritti civili, laureato in studi di genere, studi etnici, teatro, danza o “qualsiasi altro campo di laurea inutile”.

Questa prima definizione prende di mira, di nuovo, l’orientamento sessuale – che deve essere rispondente al valore della eteronormatività – la tendenza a impegnarsi in cause dal respiro sociale, un atteggiamento di emancipazione e a apertura e una sensibilità verso interessi nobili o tematiche artistiche e sociologiche, tutti comportamenti che vengono considerati incompatibili con un’anima da “maschio vero”.

Le critiche al maschio soy boy non possono che investire anche qualsiasi tipo di immagine estetica che si discosti da quella di un uomo che trasuda virilità da tutti i pori. E così, jeans attillati, pantaloni Capri dalla lunghezza sopra alla caviglia, capi di flanella, color rosa o di qualsiasi altra tinta che non sia sfacciatamente blu o “maschile”, sono gli stereotipi preferiti che vengono accostati ai cosiddetti soy boy.

Ma ancora, un uomo che non dichiari, sempre sfacciatamente, attraverso la sua estetica di essere un “vero macho”, verrà “accusato” di tingersi i capelli, passare mezz’ora in bagno ogni mattina per curarsi la barba, dedicare tempo a se stesso e alla cura del proprio corpo, magari usando prodotti vegani e cruelty-free. Tutte caratteristiche altamente inaccettabili e da considerarsi sospette per una società maschilista e omofoba che da anni ci ricorda che”l’uomo vero deve puzzare”.

E arriviamo allo stereotipo principale, che ha contribuito a coniare l’espressione: un uomo vero non può nutrirsi di prodotti e alimenti vegani o sani, perché ne sarebbe pesantemente compromessa la virilità. Avrà quindi un debole per “le costose bevande aromatizzate di Starbucks con latte di soia”, per “la birra artigianale aromatizzata”, consumerà prodotti come tofu, tempeh, edamame e latte di soia, sarà vegano, o nella migliore delle ipotesi vegetariano, e avrà bassi livelli di colesterolo per le sue scelte alimentari poco “virili”.

Non è finita qui, perché l’uomo soy boy prediligerà una ecologica bicicletta a una bella automobile dai cavalli rombanti. O, se proprio necessiterà di un’auto, scegliere un modello preciso, come “una Toyota Prius, una Nissan Cube o una Tesla”, per salvare l’ambiente. Completamente privo di qualsiasi abilità meccanica, e orgoglioso di questo, non saprà aprire il cofano o cambiare una gomma.

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Soy boy, virilità e mascolinità tossica

Da quello che abbiamo letto fino ad ora, risulta piuttosto evidente come in realtà questo atteggiamento offensivo e irrispettoso risponda maggiormente a un’ossessione da parte di coloro che, molto probabilmente insicuri della propria mascolinità, si sentono minacciati da uomini che si mostrano a proprio agio con una condotta meno smaccatamente virile, che non opera nette cesure tra i generi e fa saltare le rigide caratteristiche e i millenari stereotipi di genere ad essi associati.

Questa ideologia imperante fondata sul concetto di mascolinità tossica, del resto, serpeggia da millenni tra le fila delle nostre società ed è una pesante eredità culturale di una mentalità patriarcale e maschilista ormai radicata nel nostro Paese, ulteriormente rafforzata dal Ventennio fascista, che ha fatto dell’idea dell’uomo macho che non deve chiedere mai, il suo pensiero fondante, contribuendo a creare gravi danni al tessuto ideologico culturale e una serie di pesanti conseguenze sociali che stiamo ancora pagando oggi.

Quell’idea di mascolinità ha oggi ripercussioni importanti su più aspetti nella nostra società, e influenza e penalizza la vita e le condizioni di chi non fa parte di quella maggioranza di “maschi alfa”. Ha ad esempio, decretato disdicevole e sconveniente molto tempo fa che l’uomo si occupasse della gestione dei figli e delle attività domestiche, e ancora oggi questo pensiero è, più o meno velatamente, una convinzione diffusa e interiorizzata da molti, che ha contribuito e contribuisce di continuo a definire e perpetuare un modello societario che penalizza le donne e le loro carriere, perché è sulle loro spalle, e non su quelli di forti uomini alfa, che deve ricadere il peso totale della cura.

La netta separazione dei ruoli maschili e femminili continua ancora oggi, poi, a influenzare le carriere scolastiche di studenti e studentesse, con ripercussioni sulle loro strade professionali future, redditi e stili di vita: le materie STEM, (Scienze Tecnologia, Ingegneria e Matematica), considerate da sempre più idonee agli uomini, sono anche quelle che garantiscono una più alta occupazione e posizioni lavorative maggiormente remunerative. Anche questo scenario è da considerarsi in parte una infelice conseguenza della mentalità maschilista che abbiamo ereditato dal nostro passato.

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Tutto questo non è quindi “solo” un problema di tipo culturale, ma un atteggiamento malato che si innesta all’interno di un più ampio sistema economico-sociale, di cui ne risentono tutti e tutte.

Per non parlare, poi, delle derive più pericolose della mascolinità tossica, che possono sfociare in atteggiamenti maschilisti irrispettosi e violenti, scambiati dalla società per gelosia e “troppo” amore, e che contribuiscono a veicolare concetti sbagliati di relazioni amorose, sempre in nome di quella mascolinità che non deve chiedere mai, non ammette sconfitte e misura il proprio valore solo in base al possesso e alla conquista di precisi status. Una mentalità culturale fondata sulla chiusura e l’omologazione, piuttosto che sull’apertura e l’inclusione, che inibisce e rende più complessi i percorsi verso l’accettazione di sé, l’espressione e la scoperta della propria identità di genere e la manifestazione della propria sessualità in libertà. Siamo di fronte a molto più che dei semplici atteggiamenti, ma a un paradigma culturale pericoloso, stantio e retrogrado che non porta benefici a nessuno.

In questo senso, un contributo importante nell’ottica dell’abbattimento di questo sistema maschilista e virilizzante viene da celebri personaggi del mondo dello spettacolo che abbracciano un diverso tipo di mascolinità, i quali, con il loro esempio e le loro voci, possono contribuire a contrastare gli stereotipi della mascolinità tossica e influenzare le nuove generazioni, favorendo quel cambiamento culturale che da tempo auspichiamo.

Articolo originale pubblicato il 15 Aprile 2021

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