Persone con disabilità o persone disabili? Meglio person-first o identity-first language?

Person-first e identity-first language sono due forme di linguaggio inclusivo che vengono considerate idonee per indicare correttamente la disabilità. Vediamone significato e differenze e quale utilizzare in base ai contesti e soprattutto ai desideri dei protagonisti.

Per moltissimo tempo le persone con disabilità sono state considerate e definite soltanto in base alla loro disabilità. E non solo attraverso storie e narrazioni che hanno sempre messo al centro la presenza di quella “differenza”, che finiva per diventare un tutt’uno con la persona, facendone scomparire ogni altra qualità e caratteristica, ma, prima ancora, attraverso le parole usate per definirle.

Parole offensive, riduttive, monche, che non hanno mai tenuto in considerazione il volere e i desideri delle persone che maldestramente definivano né hanno accordato loro il rispetto e il riconoscimento che meritano.

Il linguaggio resta però un aspetto determinante per combattere la discriminazione e la maggiore sensibilità che negli ultimi anni abbiamo visto fiorire nei confronti di una cultura dell’inclusione e del rispetto delle diversità, sta mostrando fortunatamente i suoi primi frutti. L’adozione di un linguaggio corretto per definire le persone con disabilità è infatti una questione prioritaria oltre che un impegno che sempre più organi, istituzioni e persone vogliono sostenere e diffondere. Ecco perché è fondamentale conoscere questi due concetti: person-first language e identity-first language. Perché proprio da qui si parte per riconoscere quel rispetto e quella considerazione che abbiamo negato alle persone disabili.

Le persone disabili sono infatti sempre state raccontate perlopiù attraverso i parenti, gli operatori sanitari e persino da estranei, raramente abbiamo dato ascolto e spazio alle loro voci. È il momento che prendano il posto che spetta loro, che scelgano come definirsi e ci indichino la via più giusta verso l’inclusione.

Per questa ragione, una delle prime cose che troverete in questo articolo è la voce di una di queste protagoniste, Sofia Righetti:

Le persone con disabilità sono circa il 15% della popolazione mondiale (insomma, non proprio quattro gatti), pensare di parlare di noi senza considerarci lettori o spettatori non è solo una mancanza di rispetto, ma contribuisce anche a creare un immaginario sbagliato sulle persone disabili e al perpetuarsi di comportamenti abilisti.

Glossario: le parole abiliste da non usare

Prima di affrontare i significati delle espressioni usate in apertura, ossia person-first language e identity-first language, prendiamo in prestito le parole di Sofia Righetti, per suggerirvi un piccolo glossario con tutte le espressioni che dovrebbero essere abolite dal nostro vocabolario:

  • Non usare la parola “disabile” come sostantivo: si tratta di una pratica deumanizzante e offensiva che riduce la persona a una sua caratteristica.
  • Non usare diversamente abile (e allo stesso modo normodotato o normoabile): sono espressioni che si basano su un sistema abile-normativo che è discriminante e abilista, poiché basato sulla contrapposizione tra normalità e ciò che non corrisponde a questo concetto. Come ci spiega Sofia, per le persone non trasngeder non viene giustamente usata la parola “normal-gender”, ma cisgender, per le persone senza disabilità non è stato ancora coniato un termine neutro che permetta di definirle.
  • Invalido e handicappato o portatore di handicap: il primo termine allude a una non validità, un concetto estremamente offensivo e del tutto sbagliato, nel secondo caso ci si focalizza nuovamente su una sola caratteristica dell’individuo, riducendolo a quella.
  • Evitare poi termini ed espressioni caratterizzati da una connotazione negativa e che identificano la disabilità come un’afflizione, tra cui “affetto da“, “vittima di” o l’espressione “costretto sulla carrozzina” che dà una rappresentazione dannosa e negativi degli ausili usati dalle persone con disabilità per muoversi.

Person-first e identity-first language: la differenza

I termini che vengono riconosciuti come corretti per definire il mondo della disabilità sono quelli che appartengono al person-first language – cioè persone con disabilità – e all’identity-first language – ossia, persone disabili. Vediamo nel dettaglio cosa significano e come utilizzarli in modo corretto in base al contesto a cui ci si riferisce.

L’espressione “persone con disabilità” è definita person-first language poiché pone prima la persona e poi come caratteristica la disabilità. È utilizzato per rispettare l’umanità delle persone, mettere al centro la persona nella sua essenza ed evitare quel processo di deumanizzazione che portava a ridurre la persona a questa sua caratteristica.

L’espressione “persone disabili” si riferisce invece all’identity-first language e si basa sull’idea del riconoscimento della disabilità come categoria identitaria. Si tratta di una scelta che molte persone con disabilità scelgono di fare, soprattutto laddove si voglia rivendicare lo status di minoranza oppressa. Viene ad esempio utilizzata da attivisti disabili.

Con categoria identitaria, si allude al concetto secondo cui la disabilità non si limiterebbe a descrivere o indicare un corpo o una mente individuale, ma l’appartenenza a un gruppo culturale più ampio.

La filosofa e scrittrice Elizabeth Barnes, nel suo libro The Minority Body: A Theory of Disability, scrive che proprio come non si dice “persone con omosessualità”, non si dovrebbe neanche dire “persone con disabilità”, perché la disabilità è una parte integrante dell’essere umano proprio come il suo orientamento sessuale. Inoltre, altri preferiscono utilizzare l’identity-first language per spogliarlo dalla connotazione negativa che la parola “disabile” ha assunto, rendendola a tutti gli effetti una semplice caratteristica che una persona può avere.

Persone disabili o con disabilità: una questione linguistica aperta

Il dibattito è aperto e rispetto alla scelta giusta da fare bisognerebbe attenersi alle preferenze manifestate dalle persone stesse. Come vedremo meglio di seguito, ci sono alcune categorie che prediligono quasi in maniera unanime un termine piuttosto che l’altro, e per precise ragioni.

Possiamo dire però che nel linguaggio giornalistico e dei mass media sarebbe più opportuno utilizzare il person-first language in linea generale e scegliere l’identity-first language laddove si voglia alludere allo status di minoranza oppressa di persone disabili, esplicitando la scelta che si è fatta anche per diffondere consapevolezza sul tema ed educare i lettori e gli spettatori a un corretto uso del linguaggio inclusivo.

Autismo e linguaggio inclusivo: persone autistiche o con autismo?

La questione sembra essere più definita per le persone autistiche. Queste, infatti, tendono a preferire l’utilizzo dell’identity-first language – ossia persone autistiche, appunto – poiché ritengono che l’autismo sia una caratteristica propria e una parte fondamentale dell’individuo che deve pertanto essere valorizzata e usata con una connotazione positiva. Ritengono invece che il first-person language, ossia persone con autismo, sia un termine patologizzante.

Ce lo conferma con dati Fabrizio Acanfora, musicista, scrittore e attivista autistico, impegnato nell’attività di divulgazione scientifica riguardo al tema dello spettro autistico. Acanfora ha infatti fatto recentemente un sondaggio, in cui ha chiesto a persone nello spettro autistico, ai loro genitori e parenti, e a educatori e professionisti, in che modo preferivano venisse definito l’autismo. Quasi l’80% ha dimostrato di prediligere l’uso del linguaggio identity-first, ossia persona autistica e non “persona con autismo”. Solo un 4,7 ha dichiarato invece di preferire quest’ultima espressione, ossia il person-first language.

Questa è la motivazione con cui la maggior parte delle persone autistiche spiegava la sua scelta:

Trovo che l’autismo sia parte di me, non è qualcosa che possa essere eliminata né che abbia bisogno di essere ‘riparata’, e quindi mi definisce come persona insieme a tante altre caratteristiche.

Lo stesso Acanfora però, seppur condivida la scelta espressa della maggioranza, ribadisce “il diritto delle minoranze di decidere del proprio destino anche, come in questo caso specifico, attraverso l’uso di un linguaggio dal quale si sentano definite”.

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Cieco e non vedente: le parole abiliste e quelle inclusive

Diciamo subito che l’espressione “non vedente” non è corretta, in quanto abilista. Il termine da utilizzare è cieco. Questo però, non deve essere utilizzato come sostantivo, proprio come abbiamo detto in precedenza riguardo alla parola disabile.

La stessa cosa deve essere evitata con qualsiasi altro termine che caratterizza differenti forme di disabilità, tra cui ad esempio “paraplegico”, “tetraplegico”, “amputato”. Queste parole non possono essere utilizzate come un sostantivo, perché riducono la persona a una sua caratteristica e assumono pertanto una connotazione svilente e offensiva.

In riferimento alle persone cieche, viene quindi usato il linguaggio identitario, ossia appunto “persone cieche”.

Sordo e sordomuto: i termini da adottare e quelli da evitare

Discorso simile per le persone sorde. L’espressione non udente è scorretta: bisogna usare sordo – anche se non come sostantivo, come spiegato in precedenza.

Bisogna anche aggiungere un aspetto fondamentale: il termine “sordomuto” è da abolire in quanto obsoleto e offensivo. Ma c’è di più, le persone sorde non hanno alcun difetto dell’apparato vocale, semplicemente, non sentendo, non conoscono il suono e non possono pertanto riprodurlo con la voce o non sono ancora state educate a farlo.

Articolo originale pubblicato il 26 Febbraio 2021

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