Di disabilità si parla, ma sempre e solo in un certo modo; come se l’argomento fosse standardizzato e non potesse toccare certi tasti, soprattutto rispetto alle donne.

Perché, a dispetto delle campagne di sensibilizzazione, di abbattimento delle barriere, siano esse architettoniche o culturali, c’è una parola che sembra spesso sfuggire nel tema: normalizzazione.

Quella che invece dovrebbe essere finalmente data, ad esempio, al corpo delle donne con disabilità, non strumento da sfoggiare solo e necessariamente per “mandare un messaggio”, per ricevere like e manifestazioni di apprezzamento molto politically correct sui social, ma rivendicazione piena e consapevole della femminilità e della sessualità che, chissà per quale motivo, alle donne con disabilità non sembra socialmente appartenere.

Della normalizzazione del corpo di queste donne è una paladina Sofia Righetti, atleta paralimpica campionessa Italiana di Sci Alpino ai Campionati nazionali FISIP, attivista per i diritti delle persone con disabilità, della comunità LGBT+, degli animali, che da tempo lotta contro l’abilismo e il super cripple, ossia lo stereotipo che la società ha creato per poter includere le persone con disabilità.

Uno degli articoli più recenti pubblicati sul suo sito si chiama proprio Cat calling e abilismo, e punta il dito contro il femminismo intersezionale che, pur tenendo conto delle esigenze di tutte le donne, sembra escludere proprio quelle con disabilità. Al punto che Sofia riporta le parole scritte da un’altra donna in carrozzina, Kayla Whaley, per far capire quanto i discorsi sull’inclusività interessino poco o per nulla le donne con disabilità.

Invidiavo le mie amiche mentre parlavano di quanto faceva male essere ridotte a nient’altro che un oggetto sessuale. Odiavo il fatto che le ferisse e per lo più capivo perché si sentissero ferite. Sapevo anche che le molestie per strada aumentavano sempre più; che le donne che rifiutavano l’attenzione a volte venivano ferite fisicamente o addirittura uccise.

Ma per quanto odiassi la mia gelosia, desideravo ardentemente che un fischio fosse diretto nella mia direzione. Solo una volta, volevo che un uomo mi guardasse attraverso una stanza, immaginando tutte le cose che poteva fare al mio corpo. Ho fantasticato sugli uomini che mi seguivano attraverso il campus, chiamandomi ‘Hey, sexy! Perché non vieni qui un minuto, piccola?’ Perché la mia esperienza è così invisibile alla comunità femminista?

L’abbiamo intervistata perché il suo è un punto di vista diverso e che può invitare a una riflessione, e partiamo proprio dal tema di quel suo ultimo post.

Tu rientri fra le donne, descritte nell’articolo da Kayla Whaley, che “invidiano” le amiche cui viene rivolto il cat calling?

Come scrivevo nel mio articolo, sono nata con un corredo genetico che rientra nei canoni estetici attuali, faccio la modella da anni, quindi no, non ho mai invidiato le mie amiche perché io per prima ho subito frequentemente il cat calling. Allo stesso tempo, il fatto di avere una disabilità e di spostarmi con la carrozzina, mi ha fatto comprendere perfettamente lo stigma che colpisce le donne con disabilità, ossia di vedere il corpo desessualizzato soltanto perché avente una disabilità.

È terrificante in quanto questo non solo mina ed umilia una parte fondamentale dell’essere umano, ossia quella sessuale e sensuale, ma porta a un’infantilizzazione della donna, che viene vista come un’eterna minore incapace di raggiungere la maturità adulta, l’indipendenza mentale e l’autonomia.

Destino riservato alle donne prima delle lotte femministe, quando non potevano detenere alcun patrimonio o emanciparsi dal padre o dal marito perché ritenute incapaci di avere un’indipendenza fisica e mentale. Un altro problema grave è quello che questa desessualizzazione porta la donna con disabilità a sentirsi grata se una persona la ritiene attraente, alzando il rischio di cadere della trappola di potenziali carnefici (devo rimanere con lui/lei perché altrimenti resto da sola). Non a caso le donne con disabilità sono esposte a un rischio molto maggiore di subire abusi e stupri, anche per la limitata possibilità di difesa in caso di aggressione.

I numeri atroci della violenza sulle donne con disabilità

Non dimentichiamoci inoltre delle forme di aggressione abilista per strada da parte di sconosciuti che si esplicano in domande intime (è stato un incidente o una malattia?), l’uso di un tono di voce che si riserva ai bambini, il parlare non con la donna ma con la persona che le è vicino, il toccare senza consenso la carrozzina, o arrivare a toccare il corpo della donna con pizzicotti sulle guance o pacche sulla testa, violando la sua dignità e i suoi spazi personali“.

Veniamo al punto cruciale del tuo articolo e a quello che ti interessa sia reso noto: perché è come se il femminismo non vedesse nelle donne con disabilità una sua battaglia?

“In quasi tutti i libri che ho letto sul femminismo non si parla mai delle istanze delle donne con disabilità.
Si parla di razzismo, questioni queer, colonialismo, classismo, mai di come essere una donna e avere una disabilità porti a una discriminazione multipla che in nessun’altra situazione si può trovare, in quanto si è vittime di abilismo e di sessismo. Se le donne abili stanno lottando per il diritto di non essere rilegate a oggetti sessuali o ad avere valore solo relativamente alla maternità, il sistema abilista patriarcale ha relegato le donne con disabilità nello stadio ancora precedente, in cui non sono considerate né sessualmente né come potenziali madri.

Le donne con disabilità stanno lottando per il loro diritto alla maternità e per la validazione sessuale dei loro corpi, e questo confligge con le battaglie delle donne senza disabilità. Eppure il femminismo le deve comprendere, perché le donne con disabilità sono innanzitutto donne, e se non si sconfigge l’abilismo non ci sarà posto nemmeno per un femminismo degno di tale nome”.

La questione gravidanza e maternità rispetto alle donne con disabilità è in effetti estremamente delicata, e abbiamo parlato anche di casi limite come questo, affrontato in questo articolo.

Se una donna disabile viene fatta abortire per tutelare il suo "interesse"

Ma allora, come si dovrebbe agire? Bisognerebbe valutare il grado di disabilità, fisica, cognitiva, psichica, per capire se una donna può essere una brava madre, o si dovrebbe sempre e comunque lasciare la libertà di scelta alla donna, o alle persone che le stanno vicino, nei casi di disabilità psichica?

Valutare il grado di disabilità per dare o meno il consenso a una donna di diventare madre non è distante dal valutare la condizione economica di una donna, per darle o meno il consenso di diventare madre. È giusto dare la possibilità a una donna di diventare madre anche se non ha la possibilità di garantire una sussistenza adeguata al figlio? E se la donna con disabilità grave avesse la potenzialità economica per dare al figlio una sussistenza più che adeguata e un alto livello di istruzione? Già porsi domande del genere, se sia legittimo o meno concedere la possibilità ad una donna di diventare madre, è tipico di una mentalità patriarcale in cui non si vede la donna come individuo autonomo, e utilizzare la classe sociale o la disabilità come parametri è estremamente classista e abilista.

Come lo stato non impedisce alle donne di classe economica meno agiata di diventare madri ma cerca di offrire sussistenza e aiuti, allo stesso tempo non può discriminare le donne in base alla loro disabilità dicendo se possono diventare madri o meno, ma deve garantire gli aiuti necessari, qualora la madre li richiedesse. Ho sentito di casi in cui a madri single con disabilità è stato impedito di andare a un concerto con i figli se non avessero avuto l’accompagnatore: questo è il simbolo di come la madre con disabilità sia considerata alla stregua di un minore, e l’indipendenza non solo non viene spronata, ma viene addirittura negata.

Un altro grave problema è quello della negazione all’accesso a informazioni sulla pianificazione familiare e riproduttiva, per non parlare della sterilizzazione forzata, definita dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità come una forma di violenza che nega i diritti delle persone con disabilità a formare una famiglia e a decidere il numero di figli che vogliono avere. Spesso i servizi di ginecologia non sono accessibili, e non ci sono informazioni adeguate nemmeno riguardo le potenzialità sessuali delle donne con disabilità, come la capacità di provare l’orgasmo o altre forme di piacere“.

Sofia ha espresso il suo punto di vista non solo in vari post sul sito, ma anche sui suoi social. Un esempio è questo.

C’è un altro post, invece, in cui scrive “Rivendico il mio diritto di essere disabile e nella media, e di non dover dimostrare una beata minc*** a nessuno per avere valore”.

Non credi dovrebbe valere per tutti, una frase del genere? Per le donne, che non devono sempre e per forza dimostrare di valere per essere considerate dalla società? Per gli LGBT, che non dovrebbero essere più costretti al coming out per essere “normalizzati”?

“È esattamente per questo che parlo dell’intersezionalità delle lotte e di come far parte di gruppi oppressi accumuni tutti gli individui, poiché la discriminazione ha una matrice sistemica comune, che tenta di relegare nell’anormalità tutto ciò che non rientra nel sistema etero-abile-magro-patriarcale.

Lo stereotipo del ‘super-cripple’, il super disabile che vince medaglie, l’eroe che supera gli ostacoli e supera la propria disabilità, è molto dannoso per la lotta per i diritti, poiché fa dimenticare che la maggior parte degli ostacoli non sono creati dalla disabilità dell’individuo, ma dalla società e dall’ambiente che non include tutte le persone.

Il super cripple è rassicurante per le persone normoabili, perché fa ricadere la responsabilità dell’emarginazione sulle persone disabili, e non sottolinea come il cambiamento radicale antiabilista della società sia fondamentale nell’inclusione delle persone“.

C’è un capitolo, quello del politically correct, che viene spesso menzionato a uso e consumo da chi ne sta parlando: come una base fondamentale del vivere civile, per alcuni, come un’ipocrisia, da altri. Tu da che parte stai?

Ultimamente è diventato quasi di moda dire di non voler essere politically correct, ma in questa frase io vedo un rifuggire dalla propria responsabilità nei confronti delle persone e dei gruppi oppressi. L’essere corretti e parlare con un lessico corretto è alla base dell’inclusione, ma non sempre il lessico corretto è quello che i media ci fanno intendere. Questo vale per le persone con disabilità, le persone LGBT+, le persone grasse, le persone di colore.

Per sapere come comportarsi, quale linguaggio usare, chiediamo direttamente alle persone come vogliono essere chiamate, istruiamoci, leggiamo, facciamo cultura, seguiamo tutt* gli attivist* che sui social mettono la loro cultura e la loro informazione a disposizione per tutti, gratuitamente.

Nel 2020 essere ignoranti non è più una scusante, e non è più ammissibile continuare ad agire come se il nostro punto di vista sugli altri fosse corretto, senza nemmeno prendersi il tempo di chiedere e informarsi, continuando a offendere e a marginalizzare gli individui. Le parole creano il modo in cui percepiamo la realtà e le persone, non dimentichiamocelo mai”.

Sfogliate la gallery per conoscere meglio Sofia.

Fonte: instagram @sofia_righetti
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Articolo originale pubblicato il 9 Settembre 2020