Il concetto di famiglia è sempre stato al centro di un vasto dibattito, spaccando l’opinione pubblica tra “tradizionalisti” e “innovatori”, se così vogliamo definirli.

Insomma, da un lato c’è sempre chi vede nella famiglia quell’accezione di sacralità, per cui tale si può chiamare esclusivamente quel nucleo composto da padre, madre, e figli. Eppure sappiamo che oggi il concetto si è, per fortuna, esteso anche alle famiglie omosessuali, alle famiglie senza figli, e persino alle persone singole. In questo caso, si parla di famiglia unipersonale, ed è un fenomeno più diffuso di quanto si possa pensare.

La famiglia unipersonale: una definizione

Parliamo di un fenomeno che negli ultimi 40 anni è cresciuto tantissimo, tanto che, secondo l’Annuario ISTAT 2019, solo nell’ultimo ventennio sono passate dal 21,5% del 1997-98 al 33% nel 2017-2018, fino a rappresentare un terzo del totale.

Fanno parte delle famiglie unipersonali tutte quelle persone single che, per i motivi più disparati, non rientrano nel nucleo familiare.

A dispetto di un vecchio modo di pensare, secondo cui gli italiani sono “mammoni” e non intendono lasciare presto il nido (è però vero, analizzando le statistiche, che i ragazzi del nostro Paese lasciano casa dei genitori leggermente in ritardo rispetto alla media europea, che è di 26, lasciandola in media a 31,2 anni, se sono maschi, e a 29,1 se sono femmine), i single costituiscono quindi una componente importante dell’ossatura familiare italiana, anche se non ci sono solo giovani a essere compresi nella definizione di famiglia unipersonale: nella dicitura sono comprese, ad esempio, anche le persone anziane rimaste sole, magari dopo la morte del marito o della moglie.

In generale, però, nell’ottica della famiglia unipersonale si fanno rientrare:

  • i giovani che vivono lontani dalla famiglia di origine per motivi di studio, ma non economicamente autosufficienti;
  • i giovani che vivono lontani dalla famiglia per scelta, ma che non sono economicamente autosufficienti;
  • persone single, economicamente autosufficienti;
  • divorziati o separati, indipendentemente che siano o meno autosufficienti dal punto di vista economico;
  • i vedovi.

Infine, l’ISTAT annovera nel rango della famiglia unipersonale anche gli stranieri che, arrivati in territorio italiano, in un primo momento vivono soli.

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I diritti della famiglia unipersonale

Dal punto di vista legislativo, ovviamente, valgono le stesse tutele di ogni altro tipo di famiglia. Nel tempo, infatti, come sappiamo, anche la giurisprudenza è avanzata, prevedendo gli stessi diritti e doveri anche alle famiglie non vincolate da matrimonio, diversamente quindi da quanto previsto dall’articolo 29 della Costituzione. Nel caso di figli studenti e non indipendenti economicamente, si applicano le norme costituzionali previste all’articolo 30. 

L’unico diritto che forse manca ai single è, come scrive Diletta Beatrix in questo divertente articolo,

[…] il diritto di starsene sereni a cena con i parenti (soprattutto durante le feste comandate) senza essere guardati con l’aria compassionevole di chi si è beccato una brutta malattia perché in realtà sono in formissima e la stessa cosa vale alle cene con gli amici.

Che amici siete se ogni volta cercate di propinare a uno scapolo o a una zitella il primo sfidanzato/a che vi capita a tiro?

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Perché esistono sempre più famiglie unipersonali?

Ci sono aspetti negativi e positivi, legati all’evoluzione sociale ma non solo, che possono spiegare la larga diffusione del fenomeno; prima di tutto, non possiamo non notare un invecchiamento sempre più evidente della popolazione, nel nostro Paese, con un tasso di crescita naturale che, nel 2020, si è attestato a -3,6 per mille.

Ma ci sono ovviamente anche altri motivi che spingono l’acceleratore sull’avanzata delle famiglie unipersonali, come ha spiegato a Repubblica Alessandro Rosina, docente di demografia alla Cattolica di Milano: “Riguardo alla composizione familiare assistiamo all’effetto dell’invecchiamento della popolazione che aumenta il numero dei single, ma anche alle conseguenze di trasformazioni sociali legate ai tempi e ai modi di formazione della famiglia“.

Insomma, anche chi ha intenzione di condividere la vita con un’altra persona la fa più tardi, godendosi più tempo da sola; non solo vengono celebrati meno matrimoni, ma anche l’età a cui ci si sposa cresce, con una media che, nel 2016, era di 37 anni per gli uomini e di 33 per le donne (fonte: Il Sole 24 Ore).

C’è poi la questione di una ritrovata indipendenza, che interessa soprattutto le donne, finalmente slegate dal ruolo “obbligato” di mogli e madri cui culturalmente erano assegnate, secondo i dettami della società patriarcale: oggi sempre più donne scelgono di vivere da sole, potendo contare sui propri guadagni – l’indipendenza economica è stata una sacrosanta conquista – e libere dal peso di essere considerate “zitelle“, anche se c’è ancora qualcuno che usa questo termine in senso dispregiativo.

Se volessimo scattare una panoramica degli over 30 italiani, vedremo che, su un campione di 43.205 persone, abbiamo:

  • 66% della popolazione coniugato/a.
  • 20,2% della popolazione celibe/nubile.
  • 10,4% della popolazione vedovo/a.
  • 3,4% della popolazione divorziato/a.

A questi vanno aggiunti i nuclei familiari composti d un genitori, divorziato o separato, che ovviamente va a incrementare il numero dei single.

Non bisogna ovviamente pensare che tutte le famiglie unipersonali siano composte da single: sempre più persone, infatti, scelgono la filosofia LAT (living apart together), ovvero di avere una relazione in cui però ognuno continua ad abitare a casa propria.

Se vogliamo “snocciolare” due statistiche, è al Centro che si concentra il maggio numero di famiglie unipersonali, con il 34,2% del totale, con la Liguria, la Valle d’Aosta e il Lazio in testa, rispettivamente con 40,2, 39,8 e 38%.

A dispetto dell’anuptafobia, quindi, ovvero la paura di restare soli, pare che gli italiani siano sempre più famiglie unipersonali.

I problemi delle famiglie unipersonali

Non è tutta rose e fiori, ovviamente, la vita delle famiglie unipersonali, esattamente come le altre. Sono infatti più esposte al rischio di povertà, visto che naturalmente non possono dividere le spese indispensabili, come affitti o bollette, con qualcun altro.

È senza dubbio il problema economico più rilevante, ma a questo ne vanno aggiunti altri, di altro carattere: ad esempio, il fatto di non poter contare su una rete di sicurezza familiare, rappresentata dai genitori o dai fratelli, quantomeno nell’immediato; ma ci sono anche alcuni studi che rileverebbero conseguenze fisiche importanti: il 14% di chi vive da solo, nel momento in cui gli è stato chiesto come si sentisse, ha risposto “molto male”. Non bisogna prenderlo come un dato in senso assoluto, va da sé.

È chiaro che, rispetto alla percezione della vita in solitaria, essa cambi anche con l’avanzare dell’età: in un range compreso tra i 18 e i 35 anni, infatti, non c’è la sensazione di solitudine che, invece, arriva più in tarda età, raggiungendo un picco, facilmente immaginabile, in corrispondenza della terza età.

Anche per questo diverse ONG hanno ideato programmi che aiutino proprio gli anziani ospiti delle RSA a pensare di poter vivere da soli, ma comunque sotto sorveglianza, ad esempio attraverso strutture di coabitazione.

Articolo originale pubblicato il 17 Febbraio 2021

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