È possibile vivere in totale autonomia e nel rispetto della propria privacy, pur avendo degli spazi comuni da condividere con altre persone e/o famiglie? La risposta è sì, basta optare per una formula di cohousing.

Il perfetto equilibrio tra l’indipendenza di una casa privata e la socialità degli spazi comuni. Il tutto inserito all’interno di luoghi progettati con e dalle persone che dovranno abitarci, nel rispetto delle loro esigenze.

La condivisione di alcuni spazi e servizi, la collaborazione tra le persone che li utilizzano e la possibilità di organizzare al meglio la propria vita al di fuori dell’abitazione privata, sono alla base dell’idea e dei progetti di cohousing.

Il tutto con il fine ultimo di migliorare la qualità della vita, per sé e per le persone con cui si sceglie di abitare.

Vediamo, quindi, più nel dettaglio cos’è il cohousing, da dove arriva questa idea del vivere gli spazi e con quali vantaggi.

Cos’è il cohousing (o co-residenza)?

Come detto, con il termine cohousing si intendono dei complessi abitativi strutturati che comprendono tutta una serie di alloggi privati, corredati da grandi spazi, all’aperto o al chiuso, destinati all’uso comune (ovviamente ristretto ai solo abitanti o cohouser).

La struttura abitativa può essere composta da un’unica zona divisa per unità (come il piano di un condominio in cui affacciano più ingressi) o composta da diversi spazi abitativi, come una sorta di villaggio moderno. Elemento comune a queste due soluzioni, però, è la presenza delle aree destinate alla collettività.

Tra questi, per esempio, la lavanderia, spazi per gli ospiti, il giardino, la piscina, la palestra, un Internet cafè, l’orto, l’asilo nido, ecc. Ogni soluzione di cohousing può includere diverse zone comuni a seconda delle richieste di chi la abita.

Questi luoghi, infatti, vengono creati sulla base di un progetto comune, redatto con e da chi andrà poi a occupare spazi e abitazioni. Un progetto condiviso e conosciuto fin dall’inizio, così come sono conosciute le persone con cui si andrà a vivere.

Una realtà di aggregazione che non richiama a nessun aspetto di stampo politico, religioso, ideologico e senza nessuna gerarchia, ma che unisce persone che, in accordo tra loro, decidono di vivere utilizzando in co-proprietà spazi e servizi comuni. Un termine giovane per un concetto che arriva da lontano.

La storia

Basti pensare a come vivevano i nostri bisnonni e più nello specifico, i contadini delle campagne di una volta. Le normali attività della vita contadina, hanno sempre richiesto tempi lunghi e la cooperazione di più braccia per poterle svolgere. Ecco perché ognuno prestava il proprio aiuto a turno e a seconda del lavoro da svolgere.

Non esistevano asili nido, babysitter o badanti, ma tutti davano una mano, a seconda delle disponibilità, nella cura dei figli o degli anziani degli altri.

Stesso discorso valeva per i servizi. Non tutte le case e le famiglie, per esempio, avevano un forno o un carretto e per questo, in base alla necessità, si facevano turni per utilizzare ciò di cui si disponeva. Un’idea nata naturalmente per sopperire ai bisogni della vita quotidiana.

Parlando di cohousing nella sua chiave più moderna, invece, si deve andare intorno agli anni ’60, in Danimarca.

Nel 1969, in seguito alla pubblicazione di un articolo scritto dalla giornalista e attivista Bodil Graae su Politiken dal titolo “I bambini devono avere un centinaio di genitori”, un gruppo di famiglie, circa cinquanta, decise di riunirsi per creare una sorta di comunità. Lo scopo era quello di condividere degli spazi per ridurre i costi e incentivare l’aiuto reciproco.

Tre anni più tardi, nel 1972, nacque Sættedammen a Hillerød, (a circa 30 km da Copenaghen) la prima soluzione di co-residenza al mondo. Da qui, presero il via tanti altri progetti, inizialmente in altri Paesi scandinavi e poi in tutto il resto del mondo.

Fu proprio quando questo nuovo modo di abitare arrivò negli Stati Uniti che due architetti, Kathryn McCamant e Charles Durret, studiando questo tipo di progetti nei diversi Paesi, coniarono il nome cohousing, tutt’oggi in uso.

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I vantaggi e i benefici del cohousing

Un vivere diverso che si sta propagando in tante parti del mondo dall’Olanda alla Gran Bretagna, dalla Danimarca alla Svezia, dalla Norvegia agli Stati Uniti, fino anche all’Italia.

E questo anche grazie ai tanti vantaggi che ne possono derivare. Come detto, infatti, abitare in cohousing consente di mantenere la propria indipendenza e autonomia residenziale ma con la possibilità di usufruire di spazi e servizi comuni, gestiti e supportati dalla collettività.

Ma non solo. Tra i tanti benefici legati al cohousing troviamo:

  • l’opportunità di auto progettare la propria casa e spazi, seguendo il proprio gusto personale e le proprie esigenze;
  • la possibilità di decidere e conoscere in modo preventivo chi saranno i propri vicini di casa e, quindi, con chi verranno condivisi gli spazi comuni;
  • la riduzione dei costi di costruzione, comprese tutte quelle parti comuni che normalmente non ci sono nelle abitazioni tradizionali;
  • la possibilità di risparmiare sulle spese mensili di circa il 10-15%, a causa della condivisione dei costi relativi ai servizi comuni e alla natura del progetto. Queste aree abitative, infatti, molto spesso nascono nel rispetto dell’ambiente, utilizzando energia pulita e acquistando energia di gruppo;
  • l’utilizzo gratuito di servizi che normalmente sarebbero a pagamento, come la palestra o la piscina, la lavanderia, il servizio di asilo nido, ecc.;
  • l’adozione del car sharing e la riduzione delle spese per la proprietà esclusiva di un’auto;
  • la creazione di gruppo di acquisto per i generi di prima necessità, riducendo i costi relativi alla spesa;
  • la possibilità di ridurre i propri spostamenti grazie alla presenza nell’area di servizi che normalmente andrebbero trovati fuori;
  • la garanzia di avere una maggior sicurezza grazie al controllo e alla “protezione” degli altri cohouser. Aspetto che rende queste tipologie di quartieri il luogo ideale per bambini e anziani;
  • la possibilità di intrecciare relazioni e azioni solidali reciproche nei confronti dei vari residenti.

Fattori importantissimi del vivere civile e che rendono il cohousing una realtà volta alla solidarietà e al rispetto e aiuto comune. Con un’impronta ecologica, sostenibile e rivolta al sociale.

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Il (co)housing sociale

Queste realtà, infatti, pur nascendo con una finalità diversa e non specificatamente mirata ai meno abbienti, risulta essere una soluzione estremamente utile per coloro che necessitano di sostegno. Parliamo di giovani coppie, persone separate, famiglie in difficoltà economica, immigrati, anziani, genitori single, ecc.

Un vero e proprio cohousing a stampo sociale che vede la partecipazione di associazioni, fondazioni private e degli enti locali, allo scopo di impegnarsi verso quelle categorie che, per forze maggiori, non possono permettersi soluzioni diverse e hanno necessità di supporto. Anche nelle più semplici azioni quotidiane.

A questo proposito, anche in Italia gli enti si stanno adoperando per trovare e fornire spazi pubblici inutilizzati e/o abbandonati a prezzi molto bassi o in concessione gratuita.

Un passo concreto e solidale verso chi ha bisogno, sostenendo un modo di vivere che, indipendentemente dallo stato sociale, dona un grande contributo e un esempio di cooperazione e vicinanza tra le persone.

Cohousing per anziani

Come nel caso delle persone anziane. Categoria che, purtroppo, sempre più spesso rientra tra quelle che necessitano di aiuti, sia economici che di assistenza. In Italia, per esempio, sono tantissimi gli anziani che vivono da soli, circa 3,5 milioni.

Di questi, due terzi superano i 75 anni di cui la metà vive con una pensione inferiore ai mille euro mensili.

Una situazione che sta via via peggiorando e che mette in luce la necessità di trovare soluzioni sia di carattere economico che relazionale. Ecco perché il cohousing rappresenta una possibile soluzione a questo scenario.

Un luogo dove vivere a condizioni agevolate, con maggior sicurezza e con la vicinanza di altre persone con cui trascorrere il tempo. Il tutto preservando la propria autosufficienza.

Tra i benefici che le persone anziane possono avere dal vivere in un contesto di cohousing, infatti, ci sono:

  • la possibilità di avere a disposizioni tutta una serie di servizi di cura e assistenza;
  • la garanzia di poter usufruire di tutta una serie di vantaggi economici, riducendo le spese a fronte di un aumento dei servizi disponibili;
  • l’incentivazione all’attività fisica, all’invecchiamento attivo e al coinvolgimento sociale, fattori importanti per la salute sia fisica che mentale e per evitare di cadere in stati depressivi, di solitudine o di isolamento.

Un contesto in cui si viene stimolati a mantenersi autonomi, efficienti e in forma. Aspetti fondamentali per vivere bene e più a lungo. Ma cosa bisogna fare per poter vivere in cohousing? Ci sono leggi che ne regolamentano la costruzione?

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Le normative sul cohousing

In Italia, per il momento, non esiste una vera e propria normativa. Solitamente, infatti, il cohousing nasce dall’idea di privati che, dopo aver ristrutturato un immobile, ne reinventano liberamente gli spazi comuni, utilizzandoli in modo collettivo.

Se però si decide di affrontare questa esperienza è consigliabile e opportuno informarsi, facendo riferimento agli istituti giuridici più adatti, e cioè:

  • l’associazione culturale (di promozione sociale, volontariato, non lucrativa di utilità sociale-onlus). Adatta in particolare per avviare il progetto.
  • la cooperativa, per esempio di edilizia, abitativa, agricola o di lavoro. Adatta per gestire la costruzione e/o ristrutturazione degli immobili;
  • la fondazione ideale quando il progetto nasce dalla volontà dei partecipanti di condividere un patrimonio immobiliare donato sia da privati che da istituzioni.

Insomma, è sempre bene conoscere come muoversi, e a oggi le possibilità, le community e i centri dove trovare supporto e informazioni sono sempre più presenti.

Per poter partire sicuri verso un’esperienza che non racchiude solo i principi del buon vicinato ma che, al tempo stesso, consente di vivere in modo più sostenibile e solidale. Risparmiando e condividendo, guadagnando in benessere e offrendo la grande possibilità di aiutare i propri vicini.

Abitando e vivendo in autonomia ma consapevoli di non essere da soli, nel bene ma anche nelle difficoltà.

Articolo originale pubblicato il 30 Ottobre 2020

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