Il delitto impunito e dimenticato di Giuditta Levato: "Dillo che sono morta per tutti"

La storia di Giuditta Levato, uccisa negli scontri del 1946 in Calabria: con gli altri contadini lottava contro il latifondo.

“Nessuno rinuncia al proprio destino anche se è fatto di sole pietre” diceva Alda Merini in una delle sue poesie famose, Una piccola ape furibonda. E non è un caso che sia stato citato questo titolo per ripercorrere in un libro la storia di Giuditta Levato e di altre dieci donne calabresi che si sono ribellate, in alcuni casi pagando con la vita per le loro idee.

Nel volume, edito per i tipi di Rubbettino, il delitto della contadina uccisa poco più che trentenne, è uno dei racconti che colpisce di più. Era il 1946, in un’Italia rurale che ci sembra oggi lontana ma che non è poi così diversa da quella di oggi, dove gli invisibili esistono ancora e lavorano nei campi, senza diritti e nell’indifferenza generale.

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Storie di donne che si sono ribellate in Calabria, come la contadina Giuditta Levato, la prima donna a testimoniare contro la mafia Serafina Battaglia e la pilota Ada Pace.
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Giuditta Levato e la lotta ai latifondisti

Giuditta Levato nacque il 18 agosto 1915 a Calabricata di Albi, nella provincia di Catanzaro, in un territorio devastato dalla povertà. Figlia di due contadini, da giovane si divise tra il lavoro in casa e nei campi, come quasi tutte le donne della sua regione.

Dopo il matrimonio con Pietro Scumaci a ventuno anni e la nascita dei figli Carmine e Salvatore, prese il posto del marito, mentre lui era a combattere in guerra. E vivere (o sopravvivere) di agricoltura non era semplice: la terra calabrese era gestita da pochi ricchi latifondisti, che sfruttavano il lavoro della pletora di braccianti sottopagati.

Qualcosa parve cambiare nel 1944, con la riforma agraria di Fausto Gullo, ribattezzato poi il ministro dei contadini, durante il secondo governo Badoglio. I suoi decreti puntarono a una rivoluzione nel Sud Italia, per contrastare la pratica del latifondismo e garantire ai piccoli produttori un’equa divisione dei raccolti, l’assegnazione di territori incolti e una vita più dignitosa.

In Calabria, però, qualcosa andò storto: i proprietari si opposero aspramente alle nuove riforme, aggrappandosi a un passato di privilegi che non volevano smantellare. I braccianti, sfiancati da anni di sfruttamento, iniziarono a organizzarsi in quelle che passarono alla storia come le Lotte Contadine per l’occupazione dei terreni incolti.

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La morte

Nel 1946, tra i 50.000 contadini in lotta contro i latifondisti c’era anche Giuditta Levato. Già iscritta al PCI, sapeva che senza la lotta di tutti non ci sarebbe stato un vero cambiamento: conosceva di persona la situazione e riusciva a parlare ai tanti che come lei vivevano sottomessi.

Ecco perché il 28 novembre 1946 si unì ad altri contadini per protestare contro il latifondista locale Pietro Mazza, che aveva portato la sua mandria di buoi a pascolare sui nuovi campi coltivati.

Durante le proteste partì un colpo di fucile, sparato da uno degli uomini di Mazza, e Giuditta Levato fu colpita all’addome. La portarono prima a casa e poi in ospedale, ma non ci fu nulla da fare: morì, incinta di sette mesi, e nessuno mai pagò per il delitto.

Oggi sono in pochi a ricordarla, ma la sua storia deve essere raccontata. Come ricorda La libreria delle donne, affidò al dirigente comunista e sindacalista Pasquale Poerio le sue ultime e importanti parole.

Compagno, dillo, dillo a tutti i capi, e agli altri compagni che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti. Ho tutto dato io alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza; ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che sono partita per un lungo viaggio ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano con me, più di me per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato, e perciò muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui hai tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno, vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata.

Articolo originale pubblicato il 7 Gennaio 2021

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