Con la pandemia di Covid-19 l’Italia ha scoperto un nuovo modo di lavorare; nuovo, si fa per dire, visto che lo smart working, ovvero il lavoro da casa, è una pratica diffusa già da diverso tempo in molti Paesi, soprattutto del Nord Europa.

In questo senso, noi, come del resto gli altri Paesi della parte più meridionale del Vecchio Continente, siamo rimasti leggermente (eufemismo!) arretrati sotto questo punto di vista, e le statistiche pre-Covid parlano chiaro: in Italia solo il 5% dei lavoratori dipendenti lavorava, stabilmente o in maniera occasionale, tramite lo smart working, il 9% in Spagna, il 12% in Germania, 23% in Francia, 27% nel Regno Unito, fino ad arrivare al 37% di Svezia e Paesi Bassi.

In seguito alla cessazione del lockdown, però, le cose sembrano essere tornate più o meno come prima, visto che, con l’eccezione della Gran Bretagna, dove solo il 34% dei lavoratori è tornato in ufficio, negli altri Paesi si è preferito tornare al metodo “abituale” di lavoro: in Italia, così, una percentuale compresa tra il 70 ed il 75% ha ricominciato a lavorare secondo il modo “tradizionale”, ovvero raggiungendo l’ufficio, come accaduto in Spagna e Germania, mentre in Francia è addirittura l’83% dei lavoratori ad aver ripreso con le vecchie abitudini.

Ciononostante, lo smart working imposto dalla pandemia ha inevitabilmente cambiato il nostro modo di pensare al lavoro, mettendoci di fronte alla realtà: lavorare da casa non è né meno produttivo né meno utile per i datori di lavoro, anzi.

I benefici sono davvero tanti, e, soprattutto in un caso come quello del nostro Paese, dove moltissimi giovani decidono di spostarsi dal Sud verso il Nord in cerca di opportunità lavorative, riuscire a sfruttarne al meglio le potenzialità consentirebbe proprio a questi emigrati “interni” di poter continuare a lavorare senza bisogno di spostarsi per migliaia di chilometri.

Tanto che si è dato persino un nome a questo nuovo scenario apertosi dopo il lockdown: South Working.

Cos’è il South Working?

Seguendo le statistiche, negli ultimi 20 anni Milano ha attirato 100 mila persone residenti nel Sud Italia, che dopo la fase 3, con la riapertura delle regioni e la possibilità di spostarsi, sono tornate nei luoghi di nascita per riabbracciare familiari e amici, e che attualmente, complice anche il prolungamento dello stato di smart working, si trovano ancora lì.

Ecco allora che nasce l’idea del South Working, termine peraltro lanciato da un gruppo di ragazzi del Sud che hanno ideato una organizzazione no-profit tramite un progetto chiamato Global Shapers Palermo Hub, proprio per studiare il fenomeno dello smart working localizzato in una sede diversa da quella del datore di lavoro, con particolare riferimento al Sud, ma anche per aiutare chiunque desideri intraprendere questa modalità di lavoro, formulando delle proposte di policy in questo campo.

Il South Working potrebbe essere definito come il rientro dei cervelli in fuga, quelli dei tanti ragazzi meridionali costretti a cercare opportunità al Nord e che adesso, invece, grazie al lavoro da remoto, potrebbero diventare un fattore economico importante.

Il termine non è piaciuto a tutti, c’è chi infatti lo ritiene offensivo e fortemente discriminatorio, in linea con l’atavico contrasto nord-sud che interessa il nostro Paese da decenni.

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Dallo smart working al South Working

Sembra che anche i più refrattari si stiano convertendo allo smart working, o quantomeno inizino a comprenderne davvero le potenzialità; tanto che un articolo pubblicato sul The Economist del 30 maggio, Working life has entered a new era, stabiliva addirittura un anno zero (quello attuale) dividendolo dal BC (before coronavirus) e dall’AD (after domestication), proprio per far comprendere quanto grande e importante sia la differenza rispetto al modo di pensare il lavoro oggi, se paragonata alla concezione del lavoro da remoto che si aveva prima del lockdown.

Il cambiamento è talmente imponente che, secondo Il Sole 24ore, per il 35% delle aziende intervistate il 40% dell’attuale cambiamento verso lo smart working sarà permanente.

L’evoluzione nostrana in South Working potrebbe rappresentare un ulteriore tassello soprattutto per ridurre il gap esistente sia per quanto riguarda il genere, con le donne molto meno impiegate rispetto agli uomini, che la distribuzione geografica del lavoro, visto che proprio nelle regioni meridionali si registrano le situazioni peggiori per quanto riguarda i livelli occupazionali femminili, con solo il 32,2% delle donne tra i 15 e i 64 anni  che lavora, contro il 59,7% nel Nord, valore inferiore persino al 1977, quando il dato era attestato al 33,5%.

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Un’osservazione, ovviamente, va fatta: secondo il politecnico di Milano in Italia è solo un milione di persone ad avere un’occupazione compatibile con il lavoro in remoto, mentre circa cinque milioni possono permettersi di andare in ufficio solo un paio di volte la settimana, cosa che comunque appare piuttosto difficile se si pensa di poter abitare a Palermo, ad esempio, mentre la sede aziendale è a Milano o Torino. Ma, in ogni caso, il South Working potrebbe offrire benefici sorprendenti per quella parte di Paese troppo spesso piegata dalla mancanza di lavoro.

South Working: benefici e vantaggi

I benefici dello smart working in generale sembrano piuttosto evidenti: la maggiore flessibilità garantita dalla possibilità di lavorare da remoto, senza particolari vincoli di orari, lascia più tempo per la gestione della vita privata, rendendo quindi il lavoratore più produttivo, senza contare il risparmio in termini di tempo necessario per gli spostamenti (siano essi con l’auto o con mezzi pubblici), che può essere impiegato anche in questo caso per altre cose (e non dimentichiamo che evitare di muovere l’automobile o il bus consente anche di evitare di diffondere smog nell’aria, che di questi tempi non è un fattore da sottovalutare…).

Per quanto riguarda il South Working in particolare, invece, si eviterebbe di “spopolare” le regioni meridionali dell’Italia pur continuando a produrre per il Nord. Ma siamo sicuri che questo rappresenterebbe un vero beneficio?

La ricaduta positiva ci sarebbe comunque, perché la permanenza su questi territori di una componente dinamica della popolazione continuerebbe ad alimentare circuiti di relazioni sociali ed economiche da cui possono scaturire nuove idee e nuove iniziative – spiega al Foglio Luca Bianchi, direttore di Svimez, centro di ricerche per il Mezzogiorno che studia dati, flussi e accessi a internet per quantificare questo fenomeno inedito – È un’opportunità di riequilibrio territoriale e demografico che non deve essere vista in una logica di contrapposizione Nord-Sud, ma come una nuova dinamica che, se assecondata, potrebbe creare vantaggi per tutto il paese.

South Working: ci sono agevolazioni?

Strettamente collegato ai benefici apportati dal South Working c’è anche un discorso più ampio che riguarda il mercato immobiliare del Sud, e che quindi, pur se in maniera indiretta, a questa nuova modalità di lavoro agile è collegato.

Non solo il South Working potrebbe far rifiorire il mercato delle case nelle regioni meridionali; basti pensare che, se a Milano e Roma i prezzi di acquisto al mq si aggirano rispettivamente sui 4.103 e 2.894 euro, nella provincia di Isernia il prezzo medio al mq di una casa è di 721,87 euro, a Caltanissetta 724,43 euro, a Enna 835,27 euro. In quest’ottica è chiaro che pensare di acquistare un’abitazione al Sud non valga solo per chi ha bisogno di una prima casa, ma anche per chi sta fantasticando sull’idea di una casa vacanze.

C’è un ulteriore aspetto allettante per il rientro a casa, ovvero le agevolazioni per i cosiddetti “rimpatriati”, che prevede uno sconto fiscale rilevante per chi, seguendo quanto si legge sul sito dell’Agenzia delle Entrate, non sia stato

residente in Italia nei due periodi d’imposta precedenti il trasferimento e si impegna a risiedervi per almeno due anni

e soprattutto nel caso in cui

l’attività lavorativa è svolta prevalentemente nel territorio italiano.

Lo sconto sull’imponibile fiscale dei lavoratori rimpatriati è pari al 70% per 5 anni, quota che sale addirittura al 90% per Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna, Sicilia, senza contare che, in questo caso, il beneficio fiscale si estende per ulteriori 5 anni.

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South Working: storie e testimonianze

I benefici del South Working possono essere meglio descritti da chi lo sta sperimentando, come ha fatto Huffington Post raccogliendo le testimonianze di questi ragazzi, rientrati o stabilitisi al Sud dopo esperienze pluriennali al Nord.

Betty Codeluppi, ad esempio, imprenditrice nel settore moda, con il compagno Lorenzo Guerra ha lasciato Milano il 10 giugno per rimanere in Costiera Amalfitana.

Capisco che il sindaco sia preoccupato: vorrebbe che tutti producessero e consumassero a Milano. Ora non è più così, questa esperienza ce l’ha insegnato. Puoi produrre per un’azienda milanese e poi consumare dove ti pare. Anche noi nel nostro piccolo lo stiamo facendo: lavoriamo e spendiamo qui, e non a Milano.

Betty continua con i suoi affari, vendendo online sulla pagina Facebook, mentre Lorenzo, che ha un’azienda di commercio internazionale di cibo italiano, l’Italentfood, con sede a Bolzano, ora cerca produttori a Salerno.

Lavoro dal mattino fino a metà pomeriggio e poi vado in spiaggia. Ho sostituito l’aperitivo serale in Paolo Sarpi con un bagno al mare. Non ho problemi con il wi-fi e lavoro più di prima, ma con un altro spirito. Qui la vita costa molto di meno, la metà o forse anche meno rispetto a Milano.

Carmelita, invece, lavora per una banca italiana a Milano, ma dal 4 giugno è a Siderno, comune con poco più di 18 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria.

Ho passato qui la mia infanzia – racconta – Da tanto tempo non tornavo per tutta l’estate. Da quando ho 18 anni vivo a Milano, sono arrivata per studiare in Bocconi e mi sono fermata lì. Sono una donna del Sud che si è milanesizzata: anche qui mi alzo alle 6, massimo 6 e mezza, organizzo la giornata a tutti e inizio a lavorare. Solo che non devo prendere la metropolitana e pensare al dress code. Mi sposto al massimo in bicicletta per le spese nei negozietti e poi costume e ciabatte tutto il giorno. Ma ti assicuro: massima produttività.

Ludovica Casilli, ventottenne impiegata nel settore moda, è tornata a lavorare alla scrivania dove studiava ai tempi del liceo a Lecce, dopo nove anno a Milano.

Dopo aver settato tutto il processo e capito il perimetro d’azione, lavorare da remoto è stata un’ottima opportunità, e lo sarà soprattutto ora. Solo vorrei che ci fosse un po’ più di separazione tra il momento del lavoro e quello privato.

Federica Caruso, siciliana, lavora come legale per una multinazionale con sede a Milano già organizzata con lo smart working.

Per contratto si potevano fare in questa modalità già due o tre giorni al mese. Quindi il cambio di mentalità è stato meno brutale. Da subito molti sono rientrati a casa: chi al lago, chi in montagna. Molti si sono trasferiti ma questo non ha inciso per nulla sulla produttività.

Lei è è ritrovata a Galatone, comune in provincia di Lecce con poco più di 15 mila abitanti dove è cresciuto suo marito Massimo.

Oltre a lavorare di più con lo smart working puoi fare più cose per il tuo equilibrio personale. Iniziavo la giornata con una nuotata al mare alle 8 del mattino e poi dalle 9 ero alla scrivania a lavorare. Nel weekend ho anche fatto delle immersioni. Se fossi stata a Milano non avrei potuto farlo perché sarei dovuta andare fino in Liguria, tre ore di macchina, le code. Avrei perso la voglia già prima di partire.

Con gli strumenti che abbiamo, non c’è alcun bisogno della presenza in ufficio: la scorsa settimana ho anche fatto una riunione a fine giornata dalla pineta. Non cambia nulla se si lavora al Nord o al Sud. Non cambia di sicuro per la tua azienda. Ma cambia per te: puoi lavorare sotto un cielo azzurro e a due passi dal mare, con eventualmente la suocera che ti guarda i bambini. Ho lavorato molto meglio: sono stata più concentrata, e mi sono tolta in parte lo stress che avevo nel vivere in una grande città.

Articolo originale pubblicato il 28 Settembre 2020

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