Minority stress, perché le malattie mentali colpiscono di più le minoranze

Le categorie discriminate hanno maggiori probabilità di sperimentare il minority stress e, come tali, di incorrere in problemi di salute mentale.

Il pregiudizio e la discriminazione sono fattori rilevanti di stress, ed è per questo che la scienza e la psicologia hanno individuato che esiste un particolare tipo di stress a cui sono maggiormente sottoposte le minoranze, ovvero i soggetti che generalmente sono quelli su cui i preconcetti si riversano di più.

Questo particolare fenomeno è stato indicato con il nome, abbastanza eloquente, di minority stress.

Cos’è il minority stress?

Con il termine minority stress ci si riferisce quindi allo stress causato dal fatto di essere una minoranza, e perciò maggiormente sottoposti a discriminazioni. Parliamo, ad esempio, della comunità LGBTQ+, ma anche di quella nera, e ovviamente anche del minority stress interesezionale, ovvero percepito da chi appartiene a più categorie discriminate (esempio POC – people of color – e LGBTQ+).

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Il minority stress nelle minoranze LGBTQ+

Le persone LGBT sperimentano forme di minority stress condiviso con altri gruppi emarginati, come la discriminazione, l’aspettativa di rifiuto e alcuni eventi della vita legati al pregiudizio, come i crimini d’odio, nonché fattori di stress unici come l’occultamento dell’identità e l’omofobia interiorizzata.

Uno studio pubblicato su NCBI ha però integrato le forme di minority stress sperimentate da individui LGBTQ+ che presentassero altre caratteristiche determinanti nella discriminazione, come l’essere neri, ad esempio, evidenziando come gli uomini delle minoranze sessuali nere avessero riportato i più alti livelli di stigma razziale/etnico negli spazi LGBT, al contrario delle minoranze bianche e in misura maggiore anche di asiatici e ispanici/latini.

Ciò che lo studio ha inoltre mostrato è che, se è vero che esisteva già una discriminazione su basi razziali per questi uomini all’interno dello spazio LGBTQ+, l’essere nero e gay ha ulteriormente complicato le cose. In sostanza, essere  POC LGBT significa essere esposti a un eccesso di stress sociale, derivante da esperienze di razzismo, eterosessismo o cissessismo; questi soggetti condividono insomma il doppio status di minoranza correlato all’orientamento sessuale e all’etnia, dovendo affrontare sia la propria omo/bi/transessualità nella comunità etnica di appartenenza che il razzismo della comunità LGBTQ+; tutto questo senza contare la doppia discriminazione, in quanto gay/bisessuali/transessuali neri nella società.

I ricercatori hanno ipotizzato che queste molteplici esperienze di stress delle minoranze possano avere un impatto davvero terribile sulla salute psicofisica delle POC LGBT particolarmente vulnerabili.

Minority stress: l’omofobia interiorizzata

Il minority stress riferito alla comunità LGBTQ+ può essere inteso su tre differenti dimensioni:

  • omofobia interiorizzata;
  • stigma percepito;
  • esperienze di discriminazione e violenze subite con esiti traumatici cronicizzati.

In particolare, vogliamo focalizzarci sull’omofobia interiorizzata, con cui si intende l’atteggiamento delle persone omosessuali a interiorizzare quegli stessi pregiudizi di cui sono vittime, finendo con il portarle a rifiutare il proprio orientamento sessuale o a negarlo, tanto da arrivare all’avversione di esso.

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Ovviamente questo si collega a quanto è percepito lo stigma attorno a sé, il che renderà il livello di stress ancora più alto, tanto da portare il soggetto a mantenere una costante attenzione nei confronti dell’ambiente in cui agisce, per evitare di essere discriminato; infine, eventuali episodi omofobici di cui si è vittime possono produrre un vissuto traumatico nel soggetto che li subisce.

In un articolo del 1995, Minority stress and mental health in gay men in Journal of Health and Social Behaviour, il professor Ilan Meyer, della Columbia University, esaminando gli studi sui disagi psicologici delle persone omosessuali, ha rilevato come essi non fossero collegati direttamente all’orientamento sessuale, ma piuttosto alle condizioni di vita e sociali in cui le persone LGBTQ+ vivono.

In particolare Meyer sostiene che il minority stress sia il frutto di una combinazione tra omofobia interiorizzata, aspettative di rifiuto da parte del prossimo, tentativo di compiacere gli altri e di nascondere il proprio orientamento.

Le conseguenze del minority stress

Come abbiamo accennato le conseguenze del minority stress su gay, bisessuali e transessuali possono essere estremamente importanti per gravità: la condizione di stress cronico non solo può condurli a vivere con difficoltà il proprio orientamento, rappresentando un ostacolo per il coming out, ma li rende anche più esposti a disturbi come:

  • ansia;
  • depressione;
  • abuso di sostanze e alcool;
  • sintomi post traumatici;
  • disturbi di tipo alimentare.

Secondo alcuni studi (Moleiro e Pinto, 2015; Meyer, 2003; American Psychological Association, 2009) hanno anche un’inclinazione maggiore per comportamenti autolesivi e un maggior rischio suicidario, e sono facili prede della bassa autostima, cui si aggiungono anche la mancanza di sostegno familiare e sociale, il distress emozionale, o difficoltà relazionali in generale.

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Ovviamente il precario rapporto tra salute mentale e minority stress è stato evidenziato da molti studi, come questo, in cui si è analizzato l’effetto del minority stress sulle donne omosessuali.

La ricerca in questione ha evidenziato che le donne che si identificano come LGBTQ+ hanno un maggior rischio di sviluppare disturbi della salute mentale rispetto alle donne eterosessuali, inclusi depressione e disturbi d’ansia.

Correlato a tutto ciò sarebbe anche una maggiore predisposizione alle dipendenze: secondo diversi studi le donne omosessuali hanno più probabilità di consumare alcool, droghe, e fumo in generale, con tassi che spaziano dall’11% al 50%, rispetto al 28% nella popolazione adulta generale.

Articolo originale pubblicato il 23 Novembre 2020

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