La solitudine degli affetti: gli anziani ai tempi del Coronavirus

Fra gli obblighi imposti dal decreto anti-Corornavirus c'è anche quello per gli anziani di non uscire di casa., mentre gli ospiti delle case di riposo potranno ricevere pochissime visite (o nessuna). Ma come si può non far sentire queste persone abbandonate a se stesse?

Ormai il Coronavirus è l’unico argomento o quasi di cui si parla in Italia, soprattutto dopo il recente decreto del Governo che ha disposto la chiusura delle scuole e la limitazione al massimo degli eventi sportivi e culturali.

Ma, se bambini e genitori sanno (più o meno) come comportarsi di fronte all’emergenza, la stessa cosa non vale per le persone anziane, che in questa situazione limite sono sicuramente la fascia di popolazione che paga le conseguenze più alte.

L’obiettivo, dichiarato, è esporre il meno possibile i più anziani a possibili contaminazioni, il che, però, equivale spesso a isolarli completamente o quasi dagli affetti. Dopo indicazioni precise del comitato tecnico-scientifico convocato dal Governo, infatti, per disposizione del Ministero della Salute tutte le persone dai 75 anni in su, o dai 65 in su se presentano patologie, sono invitate a non uscire di casa.

Ma, se già in questo caso sorgono dubbi su come questi anziani possano provvedere ai propri bisogni primari – occorre comunque qualcuno che porti loro la spesa, o faccia le pulizie domestiche, senza dimenticare che molti genitori anziani convivono con figli e nipoti che invece escono regolarmente – il problema inverso si ha nelle residenze sanitarie assistenziali e nelle case di riposo, dove l’ordine perentorio è “Non entrare”.

Monica Minelli, dirigente del dipartimento socio-sanitario dell’Ausl di Bologna, lo ha spiegato a  Il Fatto Quotidiano: “Gli ospiti vanno protetti da chi viene dall’esterno, per questo noi abbiamo previsto una limitazione rigorosa degli accessi: non più di una persona per anziano al giorno“.

Una linea che sembra più o meno essere seguita a livello generale, all’Ats di Milano, dove il direttore sanitario Vittorio Demicheli ha spiegato che in questo momento “la probabilità che un contatto della zona rossa entri in una casa di riposo del Milanese è bassissima” e che perciò l’unica richiesta fatta è di “organizzare un minimo di controllo all’ingresso e lasciare fuori le persone sintomatiche, così come in Liguria, dove è stato solo chiesto di dilazionare l’accesso per evitare affollamenti. “Entra una sola persona al giorno per paziente”, ha spiegato Walter Locatelli, commissario straordinario di Alisa, l’azienda sanitaria regionale.

Tuttavia, resta alla discrezionalità delle singole strutture il modo per mettere in pratica le indicazioni, come peraltro il decreto del 4 marzo ribadisce, lasciando ai direttori sanitari delle strutture la responsabilità di valutare ogni singolo caso e decidere chi far entrare o meno.

Come affrontano l’emergenza Coronavirus le case di riposo

La sola regola universale è il divieto di accesso, in tutto il territorio nazionale, per ospiti, operatori e familiari della provincia di Lodi, ma anche per chi mostra sintomi influenzali o di raffreddamento. Per il resto, come detto ,è scelta di ogni singola struttura regolare le entrare e le visite.

Korian, multinazionale francese che gestisce 44 case di riposo in tutta Italia, ha ad esempio previsto un termo-scanner all’ingresso per controllare ls temperatura, e nelle Rsa lombarde e venete è stato vietato l’accesso ai minori di dodici anni. Infine, ogni visitatore deve rispondere a un questionario. Dopo l’ultimo decreto, però, il gruppo ha deciso di chiudere tutte le strutture fino a nuovo ordine, derogando però eventuali eccezioni ai singoli direttori.

Anche Kos- Case di riposo Anni Azzurri, ha fatto sapere di aver limitato l’ingresso a una sola persona al giorno per ospite e “solo in casi improcrastinabili”; sono stati inoltre imposti il lavaggio delle mani e la limitazione delle zone cui i visitatori hanno accesso. Anche Kos, come Korian, ha poi previsto un questionario dove si accerti l’assenza di sintomi influenzali e viene chiesto se si hanno avuto contatti con casi sospetti o confermati di coronavirus, oppure con persone residenti nelle zone rosse o che lì hanno transitato o sostato.

La Fondazione don Angelo Bellani e a Casa Cambiaghi, a Monza, ha invece sospeso gli ingressi e chiuso il centro diurno, ed è stata rivista la programmazione delle iniziative di aggregazione, cui generalmente partecipa un alto numero di persone. “Preferiamo organizzare attività con pochi ospiti per volta” hanno fatto sapere dalla direzione.

Queste misure precauzionali sono ovviamente mirate a preservare al massimo la salute degli ospiti più anziani, che però, a conti fatti, si ritrovano abbandonati a se stessi e privati dell’affetto dei familiari; per questo, occorre ripensare a metodi “alternativi” per non far sentire soli gli anziani che si ritrovano nelle Rsa.

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Le nuove forme di comunicazione con gli anziani ai tempi del Coronavirus

Se i familiari vengono avvisati per e-mail o via telefono delle novità riguardanti il cambiamento delle condizioni di accesso, o la salute dei loro cari, per gli anziani è tempo di imparare a usare… Lo smartphone.

Diversi gruppi hanno infatti garantito di mettere in contatto gli ospiti delle loro strutture con i parenti attraverso le videochiamate, come Korian, e la stessa Fondazione don Angelo Bellani e Casa Cambiaghi, dove questa inedita forma di comunicazione ha sostituito quella tradizionale già dal 24 febbraio.

Ma “Videochiamiamoci” è anche l’invito lanciato dalla residenza Sant’Andrea, sempre a Monza: come spiega la direttrice Lucia Cassani “I parenti possono prenotare le chiamate alla reception e poi telefonare tramite Messenger attraverso la mia pagina Facebook. Il servizio è molto apprezzato perché consente di vedere anche i degenti che dialogano a fatica”. Unica limitazione: nessuna videochiamata può durare più di dieci minuti.

Le iniziative per gli anziani che non sono nelle case di riposo

Come detto, la situazione è problematica anche per gli anziani autosufficienti che non vivono nelle case di riposo, ma a casa propria, da soli, e che, con le disposizioni del decreto, potrebbero davvero trovarsi tagliati fuori dalla quotidianità. Per loro c’è chi ha pensato a iniziative molto importanti, come la digital marketing manager Simona Melani che, “costretta” allo smartworking in tempi di emergenza, si è offerta sulla pagina Facebook San Gottardo Meda Montegani Social Street  di occuparsi delle commissioni di tutti i giorni per le persone obbligate a stare in casa o che non se la sentono di uscire per paura del contagio; andare in farmacia, o a fare la spesa, ecco il servizio “improvvisato” che offre la giovane, in breve tempo imitata da molti altri che si sono messi a disposizione.

Fonte: Facebook @San Gottardo Meda Montegani Social Street – Milano

Forse quest’emergenza ci lascerà molte cose brutte: la paura, la diffidenza, la sensazione che il contatto umano possa farsi strumento di contagio. Ma c’è, in fondo, anche la speranza che ci induca a ripensare ai nostri affetti, a quanto sia doloroso il senso di isolamento e di abbandono, soprattutto dei genitori, degli zii anziani, o dei nonni, e di quanto sia importante, ciascuno nei limiti del possibile, mettersi al servizio di qualcun altro.

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