Ah, l’amore, sentimento che da secoli ispira poeti, letterati, musicisti, e che soprattutto riempie le vite delle persone, capace, per citare Dante, di muovere “il sole e l’altre stelle”.

Sentimento che ha ispirato proverbi, modi di dire, del genere “In amor vince chi fugge”; ecco, a questo proposito vorremmo parlare proprio non della parte che fugge, appunto, ma di quella che tenta di conquistare l’amore della persona desiderata: il corteggiatore.

Vi siete mai chiesti veramente che cosa significhi corteggiare e, soprattutto, la simbologia che sta dietro a un atto che consideriamo tanto naturale e normale? Bene, dovete sapere che il corteggiamento, o almeno l’etimologia del nome affonda le radici addirittura ai tempi di quello che è passato alla storia proprio come “amor cortese“; quello cantato da Dante, Petrarca, Cavalcanti e che, dietro l’apparente attitudine cavalleresca e altruista degli uomini nei confronti delle donne, celava in sé, in realtà, tutti gli stereotipi di genere allora in voga.

Etimologia e storia del corteggiare

La definizione di corteggiamento è da intendersi come il

Complesso di azioni con cui si cercano i favori di qualcuno, specie amorosi; mettersi al seguito di un potente, specie in una cerimonia

Ma corteggiare deriva soprattutto da “corte”, tanto che Ottorino Pianigiani, nel suo Dizionario Etimologico, indica la definizione di corteggiare come

Far Corte, Ossia Accompagnare altrui per dimostrazione di riverenza ed ossequio, e indi Prestare onori e servigi di cerimonia ad un potente, o a persone dalle quali si aspetta lucro o favore.

E non è certo difficile capire l’associazione, se pensiamo alle grandi corti europee del XVIII secolo, in cui ogni aristocratico, per dovere e volere, cercava di mettersi in mostra davanti al Re, circondato anche dalle cortigiane. Letteralmente corteggiare significa proprio “fare corteggio”, ovvero costituire un gruppo di persone al seguito di un personaggio importante durante cerimonie, feste, o come semplice accompagnamento (la parola “corteo” vi dice niente?).

Ma la vera rappresentazione del corteggiamento per molti è stato quello dei letterati dell’Amor cortese, termine creato dal critico francese Gaston Paris nel 1883 a indicare una concezione filosofica, letteraria e sentimentale del concetto dell’amore, basato sul concetto che solo chi ama possiede un cuore nobile.

Attenzione, però: questo genere di concezione del rapporto tra sessi può indurre in errore. Se all’apparenza la donna cantata e adulata dai poeti del Dolce stil novo è una creatura angelicata, perfetta, intoccabile nella sua purezza, un essere da amare e proteggere a ogni costo dal cavalier servente, nella realtà della società del tempo le cose erano ben diverse, dal momento che le donne erano sì considerate da tutelare, ma erano considerate come proprietà maschili, prima del padre, poi del marito, o soggetti inferiori. E alcune delle tradizioni e dei costumi di quel periodo temporalmente così lontano, se non addirittura più remoti, da noi si ritrovano in alcuni gesti che compiamo ancora oggi.

Un esempio? Pensate a quando, dopo il matrimonio, il marito, secondo la tradizione, porta la sposa in braccio fino alla soglia di casa. Quello che all’apparenza è un gesto molto romantico in realtà ha a che fare con una stupida superstizione, risalente ai Greci e poi fatta propria anche dai Romani, secondo cui portava sventura entrare in casa con il piede sinistro, perciò, per evitarlo, i mariti, poco fiduciosi dell’intelligenza delle neo mogli, le prendevano in braccio per non correre il rischio.

Insomma, il corteggiamento è intrinsecamente legato a quell’ideale di galanteria e cavalleria che trova le sue origini più o meno nello stesso contesto storico, e forse per questo per anni siamo cresciuti con l’idea che a corteggiare e a fare il “primo passo” debba essere sempre e comunque l’uomo.

Galanteria: non ci sono più gli uomini di una volta?

Corteggiare nel ventunesimo secolo: perché non solo l’uomo deve corteggiare

corteggiare
Fonte: web

Con molti dei retaggi risalenti proprio all’Amor cortese siamo andati avanti per generazioni, convinti che il primo passo da fare, per iniziare una relazione, spettasse all’uomo. In realtà, un’idea simile sottende ancora all’idea, piuttosto maschilista, che ci siano cose “da uomini ” e cose “da donne” e che, in fondo, la donna sia sempre l’oggetto passivo delle attenzioni maschili.

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Soprattutto, l’idea tradizionale del corteggiamento porta con sé, come conseguenza, un pregiudizio di cui le prime vittime sono proprio le donne, che spesso rinunciano a farsi avanti con l’uomo che piace loro per paura di essere considerate “facili“. Non c’è alcuna vergogna, né diversità, nel fatto che a corteggiare sia proprio la donna, e questo non la rende certo “meno seria” rispetto a chi preferisce farsi corteggiare. Alla fine, è solo questione di gusti (e di attitudini caratteriali).

Chiaramente ciascuno può decidere quale ruolo interpretare nel gioco delle parti e delle relazioni, ma è importante capire da dove arrivano certi atteggiamenti e considerazioni, che soprattutto nel corteggiamento sottendono una certa filosofia maschiocentrica, come abbiamo appena spiegato.

Il confine tra corteggiare e molestare

C’è una labile, ma sostanziale differenza, tra il corteggiare in senso proprio e lo sconfinare nella molestia. Il limite può essere considerato soggettivo, ma in generale può essere riconducibile a molestia qualunque approccio o comportamento non richiesto dal contesto, non voluto, oppure insistito.

Ad esempio, tempo fa la scrittrice e giornalista scozzese di origine pakistana Amna Saleem ha raccontato su Twitter la sua piccola storia, in cui uno spasimante troppo invadente non si è fermato neppure di fronte ai tanti “no” rispetto alla richiesta di poterle offrire da bere.

Si tratta, purtroppo, di un caso abbastanza frequente. A togliere Amna d’impaccio è stata una sconosciuta che, intuendo le difficoltà – e il potenziale pericolo – ha finto di essere l’amica che lei stava aspettando. Ma per capire quanto sia poco rara una simile circostanza, vi basti pensare che nel recente passato sono state create vere e proprie campagne per aiutare le donne a togliersi da situazioni di questo tipo, una su tutte “Chiedi ad Angela”, una sorta di linguaggio in codice che le donne potevano utilizzare per chiedere aiuto ai membri dello staff di un locale senza insospettire il molestatore.

Vediamo alcune situazioni tipo in cui la molestia viene fatta passare per “corteggiamento”:

  • Il cosiddetto catcalling, ovvero l’abitudine, da parte di alcuni uomini, di appellare con epiteti davvero poco educati le donne che passeggiano per strada, sono sui mezzi pubblici, insomma stanno facendo la loro vita senza dare alcun segnale di interesse.
    Talvolta compiamo l’errore di considerare certi appellativi, i fischi per strada, le battutine degli sconosciuti, come complimenti, cose di cui andare fiere; e questo è un pensiero molto comune fra le stesse donne, che ritengono che il raccogliere apprezzamenti nelle più disparate situazioni sia la prova del fatto che sono belle e piacenti (“Se fossi un cesso non ti fischierebbero!”, si sente spesso ripetere chi è disturbato da una situazione simile).
  • Le allusioni sessuali: sapere di aver “provocato un’erezione” a un uomo non è la massima gratificazione di una donna, così come non lo è il sapere di essere “scop***le. Perciò sì, anche questo è molestare una donna, e comunque è la cosa più lontana dal corteggiamento che si possa immaginare.
    All'uomo cui ho causato un'erezione e ha deciso di farmelo sapere
  • Ti offro da bere qualcosa;
  • Ti porto a casa io;
  • Vuoi salire da me?;
  • Dai, ti accompagno io;
  • Lascia stare la tua amica e vieni via con me.

Queste sono frasi che, prese singolarmente, non sono certo da considerarsi “minacciose”, e che certamente possono rientrare nell’ambito di un tentato approccio amoroso; ma immaginate di sentirvele ripetere dopo il vostro “no”, e poi ancora, e ancora. Insomma, se il confine della molestia come detto è molto soggettivo, certamente si può considerare tale un atteggiamento che sia giudicato frutto di “un clima intimidatorio, ostile e degradante”, come ha sottolineato l’avvocato Francesco Rotondi, del Lab Law.

Soprattutto, e questo vale principalmente per gli uomini, un no significa no: toglietevi quindi dalla testa la narcisistica idea del “ha detto no, ma voleva dire sì”. Questo è tutt’altro che corteggiare.

Articolo originale pubblicato il 28 Febbraio 2020

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