Gentilezza ostentata e cerimoniosa verso le donne, dimostrata nelle parole, nell’atteggiamento e nei gesti, come comportamento occasionale o abituale […] Garbo, leggiadria, avvenenza“.

Quelle che abbiamo appena riportato sono le definizioni principali che il vocabolario Treccani dà della parola “galanteria”, quella stessa che, nel tempo, ha rappresentato l’ideale maschile per eccellenza, tutto ciò che una donna dovesse ricercare in un uomo, incarnato da gesti come aprire lo sportello dell’auto, regalare fiori, servire da bere al ristorante, pagare la cena

Bei gesti, certo, che però, non tanto sorprendentemente, sono il prolungamento naturale di una concezione maschiocentrica in cui si vuol affermare l’egemonia dell’uomo sulla donna; insomma, se oggi diciamo “non ci sono più gli uomini di una volta” è prima di tutto perché non ci sono più le donne di una volta, ovvero economicamente dipendenti dal proprio partner, sottomesse, silenziose, passive.
Quindi, a conti fatti, è una fortuna.

E dire che le radici della galanteria affondano nell’ideale romantico del cavalier servente tanto caro ai cantori dell’Amor cortese, ma diciamoci la verità: sarebbe ora di lasciare certi usi ai trobador provenzali per comprendere che le donne non hanno bisogno di fiori, serenate o sdolcinatezze per misurare la propria stima nei confronti di un uomo.

Soprattutto, non hanno bisogno né di principi azzurri, né di portafogli che paghino al posto loro.

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Prima della galanteria, la cavalleria

galanteria
Fonte: web

Cavaliere e galante sono spesso usati come sinonimi, perché, in fondo, pur essendo le etimologie diverse, il significato dei due termini ha finito con l’essere più o meno simile.

Prendiamo il cavaliere, dal provenzale cavalier, latino caballarius, derivato di caballus, “cavallo”: nell’ XI secolo si è iniziato a usare il cosiddetto “codice cavalleresco”, con cui si imponevano ai cadetti delle regole di comportamento che erano tenuti a rispettare per meritare l’onore. Fra i valori cardine del codice la virtù, la difesa dei deboli e dei bisognosi, la lotta agli oppressori, insomma tutte qualità davvero nobili, cui si aggiungeva il rispetto verso le donne, viste come innocenti donzelle da salvare (e pazienza se a loro non veniva concesso di partecipare alla vita politica o sociale della comunità o se veniva loro imposto il marito…).

Nel codice esisteva proprio un capitolo “Puellae:”, il quale recitava:

I. Rispettate le donne e soccorretele sempre quando sono sofferenti.
II. Se tenete al cuore di una dama, cercate di divenire il suo campione e cimentatevi in tornei sostenendo l’onore della vostra dama.
III. Non cercate volutamente di turbare la donna legata all’amore di un altro.
IV. Non importunate dame e damigelle, e desistete in caso le vostre intenzioni vanno contro la loro volontà.

Andata in declino la cavalleria, a essa subentrò il codice della galanteria, dalla Gale francese, che significava gioia, piacere e divertimento, sviluppatasi nelle Corti di Luigi XIII e di Luigi XIV dove frivolezze e sontuosità erano le parole d’ordine.

Da qui la parola galant assume il significato di uomo che ha modi piacevoli per affascinare le donne, e quella serie di azioni come facilitare il movimento dell’abito di una donna, farla passare per prima a un ingresso, rinunciare al proprio posto nei trasporti pubblici, portarle il bagaglio od occuparsi di tutte le sue spese, indipendentemente dal tenore di vita e dalla situazione economica della coppia.

Come detto, l’Amor cortese e il dolce stil novo portarono in auge l’idea della donna angelicata, dell’essere puro da difendere, quasi intoccabile – la Beatrice di Dante o la Laura di Petrarca ne sono esempi perfetti – ma nella società le cose andavano in maniera decisamente diversa, essendo le donne considerate proprietà prima del padre, poi del marito, impossibilitate a farsi una cultura a meno che non decidessero di farsi monache.

Ma a essere “sbagliato” nel concetto di galanteria, e non ce ne vogliano i romantici, è anche altro: è quel sessismo benevolo implicito proprio nel considerare la donna sprovveduta, indifesa, bisognosa di protezione costante.

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Gli stereotipi sessisti della galanteria

Sì, sarà pure benevolo, ma sempre di sessismo stiamo parlando: ed è esattamente quello che ritiene che le donne siano esseri indifesi, incapaci di tutelarsi da sé, di provvedere ai propri bisogni, bisognose sempre di un salvatore, un principe azzurro, un cavaliere, appunto.

È anche colpa di questo sessismo benevolo se le donne sono chiuse in quei “comodi campi di concentramento” di cui parlava Betty Friedan già nel 1963 quando, nella Mistica della femminilità, ragionava dell’accettazione di tante donne a essere incanalate in modelli, restrizioni e privilegi ben definiti.

Far sentire speciale una donna speciale in quanto tale, idealizzandola ma restando ben lontani dalla parità economica, politica e sociale, è sessismo benevolo che comunque significa discriminazione maschilista.

E, in quanto tale, basato anche su un paternalismo che riserva alle donne “doni di consolazione” per il solo fatto di accettare passivamente questo loro ruolo nel mondo: il sessismo benevolo è appunto quella gratificazione per cui le donne vengono omaggiate delle migliori qualità, osannate, santificate, eppure tenute lontane dai posti che contano e dai ruoli decisionali.

Non è un caso se la grande scrittrice Simone De Beavouir, nel Secondo Sesso, abbia definito la galanteria come una “eredità delle società patriarcali per mantenere la donna nel suo stato di schiavitù”. Essere galanti pone infatti comunque le donne in un assoggettamento, una subordinazione.

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Ha ancora senso parlare di galanteria?

Sia chiaro, lungi da noi schernire chi, donna, ancora oggi apprezza un uomo che le apra la portiera o le paghi la cena; quel che vogliamo tentare di chiarire è che questi gesti, da soli, non sono sufficienti per definire il grado di rispetto che un uomo può portarci, e gli esempi che abbiamo fornito, riferiti al passato, sono da soli piuttosto esplicativi.

In generale, poi, come ben spiegato da Irene Facheris in questo articolo, occorre fare una distinzione sul significato di taluni gesti.

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Se una persona apre la porta, lo fa per educazione, non perché è uomo e lo deve fare nei confronti di una donna. Se offre la cena, lo fa perché ha piacere a farlo, non perché ha di fronte una donna. Se serve da bere, è un gesto di gentilezza che avrebbe nei confronti di qualsiasi commensale, indipendentemente dal sesso.

È questo, forse, quello a cui dovremmo veramente guardare: la gentilezza. Perché non serve essere galanti, serve essere gentili. E rispettosi.

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