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Pensieri di una poco di buono

"Io ho capito lì, in quell’istante, che non avrei più permesso a nessuno (uomo o donna che fosse) di giudicarmi a partire dalla mia vita sessuale."
Questo contenuto fa parte della rubrica “Sui generi(s)”

Scrivere questo articolo mi fa venire un’ansia pazzesca, ed è esattamente per questo che devo farlo.

Sono stata cresciuta, come moltissime, con il mito della verginità. Con questo “fiore” in mezzo alle gambe (che posto strano per un fiore) da dare solo a quello giusto.

Ho aspettato 17 anni prima di decidermi a fare questo atto di giardinaggio e l’ho fatto con quello che era il mio ragazzo già da qualche mese. Eravamo entrambi vergini, è stato goffo ma è stato dolce. Nessuno ha avuto nulla da ridire, avevo seguito un copione approvato da tempo. Le cose si sono complicate quando ci siamo lasciati e io (sacrilegio) ho cominciato a fare sesso con altre persone, con le quali non avevo una relazione.

Non sono mai stata una da one night stand (una botta e via), perché la mia sapiosessualità (cioè il mio sentirmi attratta sessualmente dalla mente e dall’intelligenza di una persona) non mi permette di conoscere uno, portarmelo a casa o andare a casa sua, farci del sesso e poi a mai più rivederci. Proprio perché se non conosco una persona, se non ci parlo e non mi lascio intrigare anzitutto dalla sua personalità, non mi viene voglia di farci sesso.

Chiaramente, nessun giudizio sulle ragazze che lo fanno, si vede che a loro va e ci riescono e buon per loro (sempre dalla vostra parte, sorelle).

Insomma, niente storie di una notte, ma diverso sesso con diversi uomini con i quali non c’erano piani a lunga durata, né esclusività o altro.

Questo ha mandato in tilt moltissime persone attorno a me.

“Ma come, lei così intelligente, lei così sveglia, così seria…”

Esiste un doppio standard del quale ormai ci siamo accorte tutte. Se un uomo fa sesso con tante donne è un figo, se una donna fa sesso con tanti uomini è una poco di buono.

La prima a chiamare questa cosa con il suo nome, e cioè una cagata pazzesca, è stata mia nonna.

Mi ha detto: “Non solo puoi fare quanto sesso vuoi, ma con quante persone vuoi. L’unica cosa di cui vergognarsi è accontentarsi di qualcosa che non ci piace, per fare un favore all’altro. Fai più esperienze possibili, scopri le tue preferenze e pretendi sempre di essere considerata come un soggetto attivo nel sesso e non un mezzo per dare piacere a un altro”.

Cresciuta con queste parole, ci ho messo un po’ a capire che si trattava di un ragionamento eccezionale, nel senso di fuori dalla norma. Io raccontavo delle mie esperienze con estrema tranquillità ma attorno a me vedevo sguardi torvi, come se stessi in qualche modo bestemmiando.

“Ma Irene, ma proprio tu, con tutto lo studio, sempre buoni voti, un pensiero critico…”

Ricordo bene la prima volta in cui me lo hanno detto dritto in faccia, senza giri di parole. Ero con il mio ragazzo dell’epoca, lui stava guidando, io ero sul sedile del passeggero, chiacchieravamo di esperienze passate. Io mi lamentavo di come avessi incontrato uomini poco rispettosi, che davano per scontato che io dovessi andare a letto con loro solo perché conoscevano parte della mia vita sessuale.

La risposta di lui è stata “beh certo, finché fai la troia in giro…”.

Ho aperto la portiera con l’auto in corsa, dandogli appena il tempo di frenare prima di scaraventarmi fuori dicendo un glaciale “bene, per me finisce qui”.

Ero furiosa, ero ferita. Soprattutto, ero confusa. Se pensi questo di me, cosa ci facciamo insieme in una macchina? Se pensi questo di me, quanto posso credere alle tue dichiarazioni d’amore? Se pensi questo di me, come ho fatto a permettere a me stessa di trovarmi qui?

Perché la verità è che comunque non vai bene mai.

Se fai tanto sesso, sei una troia.

Se non ne fai, sei una monaca.

La soluzione sarebbe quella di essere una santa per strada e poi la regina del porno in camera da letto, ma solo con lui. La soluzione è essere bipolari, in sostanza (senza ricordarsi che la bipolarità è un disturbo e non qualcosa da auspicare).

Io ho capito lì, in quell’istante, che non avrei più permesso a nessuno (uomo o donna che fosse) di giudicarmi a partire dalla mia vita sessuale. Non ne faccio neanche più una questione di “se può un uomo, posso anche io”, perché incontro sempre qualcuno che dice che è disdicevole anche per un uomo.

Io sono passata al livello successivo: non accetto che un’altra persona giudichi la mia morale sulla base della quantità di sesso che faccio e di partner sessuali che ho. La sessualità è un aspetto della vita e non c’è correlazione tra questo e il quoziente intellettivo di qualcuno, o la sua etica o il suo senso del dovere.

Ho scritto libri, ho parlato a migliaia di ragazzi in tutta Italia, ho ricevuto tanta di quella gratitudine da bastarmi per tutta una vita, ho pianto per diritti inalienabili che sono stati calpestati, ho manifestato il mio dissenso ogni volta che ho potuto, ho combattuto al fianco di altri battaglie non mie. E sì, ho fatto sesso. Non capisco in che modo questo dettaglio debba parlare di me più di tutto il resto.

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