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Violenza assistita: quei bambini che non potranno mai avere una vita "normale"

Nei casi di maltrattamento domestico le sole vittime non sono quelle che vengono picchiate o abusate, ma anche chi, impotente, è costretto ad assistere, ovvero i bambini. In questo caso si parla di violenza assistita, qualcosa che non potrà mai regalare loro un'infanzia normale.
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Il dramma della violenza di genere, degli abusi e dei maltrattamenti nell’ambito familiare è uno dei più attuali e dolorosi, ma spesso ci dimentichiamo che, nei casi di soprusi che si consumano tra le mura di casa, le vittime non sono solo coloro che subiscono direttamente l’azione violenta, ma anche chi, impotente, guarda e si ritrova suo malgrado coinvolto, ovvero i bambini.

Spettatori incolpevoli che troppo spesso vengono, se non fatti anche loro prede della brutalità di padri (o madri) violenti, costretti ad assistere, impotenti e disorientati. È bene sapere che anche questo genere di atteggiamento configura un reato di violenza, quello che per legge è definito violenza assistita.

Violenza assistita: la definizione

Leggiamo dal sito di Save the Children che la violenza assistita è stata definita dal Cismai, il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia,

il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori.

Ciò significa che obbligare i bambini ad assistere ad abusi domestici, a scene di maltrattamento e a liti violente rientra in questa fattispecie, che come detto si configura in un reato punito secondo il nostro Codice Penale.

Violenza assistita e legge

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Fonte: web

Il reato di violenza assistita viene previsto come aggravante del reato di maltrattamenti in famiglia introdotto dopo la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti della donna e la violenza domestica, tenutasi a Istanbul l’11 maggio 2011.

Con decreto legge del 14 agosto 2013, n. 93 sulle disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, poi convertito nella legge 15 ottobre 2013 n. 119, viene introdotto il n. 11 quinquies all’art. 61 c.p., in cui si afferma che la violenza assistita sia circostanza aggravante nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale, nonché nel delitto di cui all’art. 572 – quello sui maltrattamenti in famiglia – commesso in presenza o in danno di un minorenne oppure di una persona in stato di gravidanza.

Quando si concretizza la circostanza aggravante? Laddove le iterate violenze fisiche, verbali, psicologiche, economiche e della dignità personale perpetrate nei confronti della parte offesa avvengono appunto in presenza – o in danno – del minore che, trovandosi di fronte a certe scene ripetutamente, può mostrare conseguenze importanti a livello psicologico, sociale, cognitivo ma anche fisico.

Seguendo queste indicazioni, è chiaro che viene da pensare che si può parlare di violenza assistita ogni volta che un minore vede e vive direttamente sul genitore le percosse, gli insulti, le minacce, insomma tutta la violenza che si riversa nei confronti del genitore e che lui, ovviamente, percepisce come tale riconoscendone gli effetti.

Agire in maniera violenta, fra le altre cose, incarna anche la violazione dell’art. 147 c.c., in materia di educazione e istruzione al rispetto delle regole minimali del vivere civile – prevista anche dall’art. 30 della Carta costituzionale – cui chiaramente anche la comunità familiare è sottoposta.

La Suprema Corte di Cassazione ha ribadito la configurazione della violenza assistita come reato con sentenza della VI sezione n.18833 del 23 febbraio 2018, stabilendo che senza alcun dubbio

… il delitto di maltrattamenti possa essere configurato anche nel caso in cui i comportamenti vessatori non siano rivolti direttamente in danno dei figli minori, ma li coinvolgano (solo) indirettamente quali involontari spettatori delle feroci liti e dei brutali scontri tra i genitori che si svolgano all’interno delle mura domestiche, cioè allorquando essi siano vittime della c.d. violenza assistita.

Spesso, tuttavia, riuscire a configurare al meglio il reato di violenza assistita non è semplice a causa dei diversi ambiti giudiziari che se ne interessano: molti episodi finiscono infatti per passare da tribunale ordinario penale, tribunale per i minorenni e tribunale ordinario civile, senza considerare l’ambito pedagogico educativo-psicologico-psichiatrico-sociale: spazi di competenza diversi interconnessi tra loro che, se lacunosi o inefficienti, potrebbero portare a conseguenze infelici, soprattutto per i minori, che generalmente rimangono le vittime inascoltate, per cui non esiste una concreta riparazione per i danni subiti.

Le vittime di violenza assistita

Secondo le stime di Save the Children, nel periodo compreso tra il 2009 e il 2014, solo in Italia, ben 427 minorenni hanno vissuto episodi di violenza all’interno dell’ambiente domestico, sia essa diretta o indiretta. In questo secondo caso, in particolare, il bambino si rende consapevole di quanto sta accadendo osservando gli effetti della violenza esercitata da padri, compagni o ex sulla propria mamma sulla psiche e sull’ambiente in cui vive. Questi bambini presentano naturalmente conseguenze molto importanti, sotto ogni punto di vista.

Le conseguenze della violenza assistita

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Fonte: web

La violenza domestica, diretta e indiretta che sia, ha infatti effetti dal punto di vista fisico, cognitivo, comportamentale e sulle capacità di socializzazione dei bambini e degli adolescenti: prima di tutto, impatta in maniera negativa sul loro sviluppo fisico, dato che i bambini sottoposti a forte stress e violenza psicologica, specie se in tenera età, possono manifestare deficit di crescita staturo-ponderale, ritardi nello sviluppo psico motorio e deficit visivi. Ma essere continuamente esposti alla violenza può anche danneggiare il sano sviluppo neuro cognitivo, con effetti rilevanti sull’autostima, la capacità di empatia e sulle competenze intellettive.

La paura costante, il senso di colpa rispetto al fatto di non essere la vittima diretta della violenza e quindi di essere in qualche modo “privilegiato”, la tristezza e la rabbia dovute al senso d’impotenza possono avere un impatto devastante sui bambini, conducendo all’insorgere di fenomeni come l’ansia, una maggiore impulsività, l’alienazione e la difficoltà di concentrazione. Sul lungo periodo inoltre si registrano anche casi di depressione, tendenze suicide, disturbi del sonno e disturbi dell’alimentazione.

Infine, essere vittime di violenza assistita inficia notevolmente le capacità dei più piccoli di stringere e mantenere relazioni sociali.

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