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"Il suicidio per me è l'unica soluzione": le lettere di due ragazze

Nadia Busato risponde ai messaggi di due ragazze giovanissine arrivati al nostro numero di Whatsapp. Le due, spinte da depressione e bulimia, hanno o hanno avuto pensieri suicidi.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Non te lo posso dire”

Ciao mi chiamo Anja, non è il mio vero nome, e voglio raccontare la mia storia. Soffro di bulimia, non sento più mio il mio corpo. Rivedo i bulli che mi insultano e quindi mi sono ammalata e sono caduta in una profonda depressione. Per colpa loro soffro di depressione, fobia sociale e ho paura della vita; allo stesso tempo vorrei viverla, ma il suicidio per me è l’unica soluzione.
(Anja)

Ciao, sono una ragazza di 17 anni. Ho iniziato a soffrire fino alla tenera età, all’asilo. Avevo solo un’amica, con cui per un periodo di tempo persi i rapporti, perché alle elementari andò in un’altra scuola. La grande botta, arrivò in quarta elementare. Non avevo amici, passavo gli intervalli sempre sola e i miei genitori non facevano altro che incolparmi di questo. Io me ne vergognavo. Tanto. Non capivo cosa c’era di sbagliato in me.

Iniziai a cadere in depressione, ma ancora non lo sapevo. Arrivai alle medie, iniziarono veri e propri atti di bullismo, mi davano della sfigata, dell’incapace, della persona inferiore. Quando arrivavo a casa, dovevo sorbirmi anche i problemi familiari, perché sì, avevo anche problemi familiari a casa, e li ho tutt’ora. In seconda media, chiesi a mia madre di andare da uno psicologo: da lì a oggi ne ho cambiati almeno 7/8, nessuno mi è riuscito a dare una mano. In terza media, andai dallo psichiatra, iniziai alla tenera età di 13 anni a prendere degli psicofarmaci. Mi sentivo male. Mi sentivo sola. Nessuno era in grado di capirmi.

Ho rischiato di morire. La sostituta della mia psichiatra mi aumentò le gocce in una maniera smisurata e stavo per morire. Andai fino a Pisa, con i miei genitori e mi diedero dei farmaci più adatti. Da lì, feci una promessa con me stessa: non avrei mai più dovuto pensare al suicidio, ma sarei dovuta arrivare fino alla fine, e poter dire di avercela fatta, di essere stata fiera di me stessa; e che se mi fossi suicidata l’avrei data vinta ad altri. Oggi le cose sono un po’ migliorate: sto cercando di lottare e di prendermi le mie vittorie. E sono sicura che ce la farò!
(XXXX, 17 anni)

Sono molto affezionata a una cosa che lo scrittore e agente letterario Douglas Paul Westfall ha più volte scritto e ripetuto:

“Ci sono tre buone ragioni per morire. La prima è che dio crede che abbiamo fatto tutto ciò che ci era possibile fare. La seconda è che dio crede che non possiamo fare tutto. La terza è che noi capiamo che non riusciremo a fare tutto”.

Quando sono diventata mamma ho iniziato a lavorare a un libro che volevo scrivere da tutta la vita: un romanzo che parlasse del momento in cui la morte (o meglio: la certezza della nostra mortalità) entra nella vita di ognuno. È un momento importantissimo e necessario. Per millenni, la religione e la cultura (soprattutto quella che chiamiamo generalmente cultura popolare) si sono occupate di definire e dare un senso a questa percezione, che ognuno gestisce a proprio modo.

Personalmente, trovo che la certezza della mortalità e l’amore siano le esperienze più intime e mistiche che la vita ci riserva. Mi sento di dire che ho una relazione di lungo corso con la mia morte: la sua presenza è per me quotidianamente una compagna irrinunciabile, che dà un senso alla mia esistenza e spesso definisce il valore delle cose. Che senso hanno le parole d’odio o il rancore, che senso hanno i torti o gli amori sbagliati quando sappiamo che esiste una fine?

È stato sorprendente e molto coinvolgente partecipare alla scoperta che hanno fatto i miei figli dell’esistenza della morte. A loro ho sempre detto che la vita ha due sole cose certe: che ogni cosa che vive nasce da un uovo; e che la vita, a un certo punto, finisce. Tra questi due estremi, ci attende la magia, l’inconoscibile, il mistero.

Cara Anja, cara XXXX, ci state raccontando una storia lunga millenni: quando la vita ci sembra una guerra troppo difficile da affrontare è più giusto combattere o arrendersi? Essere o non essere: Amleto, in fondo, si faceva la stessa domanda. E poiché ognuna di voi sta affrontando la sua sfida, ecco le mie risposte.

Anja, cara amica, la bulimia è un disturbo terribile, che ti fa perdere molti piaceri della vita insieme: stare bene con il tuo corpo, godere il gusto del cibo, sentirti sazia e appagata. E dalla depressione è difficile uscire solo con le tue forze. Non sei sola: ci sono molte ragazze con te; e anche qualche (ahimé) ex-ragazza, come me, che è sopravvissuta a una lunga storia di disturbi alimentari seri. Ho solo un consiglio da darti: chiedi aiuto.

Se la tua famiglia non può, cerca il consultorio più vicino. Quando la depressione acquista il contorno di un disturbo, ti servono dei farmaci per poter riconquistare forza e capacità di pensiero. Quando avrai di nuovo il controllo delle tue emozioni, potrai affrontare anche tutto il resto: le relazioni con gli altri, quella con il tuo corpo. E a un certo punto, te lo prometto, torneranno anche le sensazioni positive: la fiducia, la speranza, la capacità di sognare e fare progetti per il futuro. Non curarti degli altri e del loro giudizio in questo difficile momento: hai bisogno di concentrarti sulla cura di te stessa.

Cara XXXX, i tuoi 17 anni sono già una vita intensa e piena di forza. Sono ammirata dal tuo spirito e dalla tua capacità di cercare ogni volta l’aiuto di cui hai bisogno per stare meglio. Sono certa anche io che ce la farai, perché nell’imprevedibilità delle sfide che ti aspettano hai uno spirito positivo e caparbio. E mi pare di capire che, al di là delle incomprensioni con la tua famiglia, tu desideri stare bene ed essere serena; cosa che non è né scontata né banale.

Ti auguro lungo la strada di trovare anche compagnia: amici, maestri, amori. Perché, come dice un vecchio proverbio uruguayano: camminare da soli è possibile, ma il viaggiatore esperto sa che per fare il viaggio più grande di tutti – quello della vita – avere compagnia è l’unica cosa necessaria.

Vita e morte: una relazione a cui essere preparati

In adolescenza si pensa spesso alla morte. Molta mitologia, anche moderna, esalta la morte in giovinezza degli eroi, delle star, delle icone della musica, del cinema, dell’arte. La percezione della mortalità appare dai primissimi anni della vita: via via che i bambini prendono coscienza di esistere, porranno domande sempre più precise sull’inizio della vita e sulla sua fine.

Esiste una ricca letteratura (premiata anche a livello internazionale) che affronta il tema della morte fin dalla più tenera età. Col passare del tempo e la conquista (faticosa) di un’indipendenza, la relazione con la morte diventa più intima e personale: possiamo dire, in qualche modo, che costruire un’immagine interiore della propria morte sia una condizione necessaria per diventare adulti e definire il senso della propria esistenza.

Ogni essere umano deve affrontare questo percorso perché, a differenza di altri esseri viventi, noi possediamo una coscienza e una consapevolezza, anche predittiva. Essere supportati e accompagnati rende la relazione con i confini della vita parte della crescita personale. In altre parole: si può affrontare la propria mortalità anche da soli; ma se ci confrontiamo con altri adulti (genitori, maestri, amici più grandi) ci sarà possibile gestire meglio sentimenti negativi come la paura e, anche nei momenti più difficili, riusciremo ad attribuire il giusto valore all’esistenza e, naturalmente, alla sua fine.

Messaggio importante per chi è vittima di bullismo o sexting

Sei una vittima, non vergognarti. Non è colpa tua e non sei solo.
Parlane con un adulto e con chi può darti un aiuto concreto: qui di seguito trovi un manuale di primo soccorso.
Se pensi che i tuoi genitori o gli adulti di riferimento non possano capire o non stiano accogliendo la tua richiesta di aiuto in maniera idonea, fai leggere loro queste parole e prendi contatto con persone qualificate che potranno darti il supporto necessario e che meriti.

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Raccontaci la tua esperienza di bullismo. Scrivici via WhatsApp a questo numero
(anonimato garantito):

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La rubrica di Roba da Donne “Non te lo posso dire – Alziamo la voce VS il bullismo”, è curata da Nadia Busato, scrittrice e giornalista, che risponderà, in una sorta di posta del cuore, a chi il cuore lo ha ferito dalla crudeltà altrui, a chi ha perso la speranza, a chi non sa come uscirne o con chi parlarne e vorrà raccontarci la sua storia di bullismo e soprusi.
Accanto a noi, in questo percorso, gli amici di Centro Nazionale contro il Bullismo – Bulli Stop, il dottor Massimo Giuliani e la dottoressa Carmen Sansonetti (Area Nord Italia – Lombardia Settore Scuole ed Eventi Sportivi), che ci hanno aiutato a mettere a punto il kit di primo soccorso che trovate qui di seguito.
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