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Frances Kelsey, la donna che si oppose alla talidomide e salvò migliaia di feti

La storia della farmacologa canadese che si oppose alla commercializzazione negli Stati Uniti di un farmaco pericoloso per le donne incinte
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

Nel 1960 una farmacologa della FDA, l’ente statunitense che si occupa di regolamentare i farmaci, trovò sulla sua scrivania la cartella di un nuovo prodotto a base di una sostanza chiamata talidomide. Stava a lei la decisione di autorizzare la commercializzazione del prodotto, il Kevadon, un sedativo destinato alle gestanti. Scrupolosa e preparata, Frances Kelsey, decise però di prendersi del tempo per studiare meglio gli effetti: una decisione saggia, che evitò conseguenze drammatiche per le donne americane che aspettavano un figlio.

Meno fortuna ebbero altre madri in Canada, Europa e Africa, dove il farmaco a base di talidomide venne venduto tra il 1957 e il 1962. Come racconta Smithsonianmag, in quegli anni migliaia di neonati nacquero con gravi malformazioni, causate proprio dall’antidolorifico prodotto dalla casa farmaceutica Richardson-Merrell. Quando Frances Kelsey si trovò ad analizzarlo, niente lasciava pensare che potesse essere dannoso. Lei, però, si oppose, andando contro chi pensava che non ci fossero dubbi a riguardo: la mancanza di dati certi riguardanti le conseguenze per il feto era la sua unica certezza.

La talidomide era in realtà stata inventata in Germania dalla ditta tedesca Chemie Grünenthal, che l’aveva messa in commercio dopo alcuni anni di test sugli animali. Tuttavia, la sostanza non era stata sperimentata su animali in stato di gravidanza prima che venisse approvato il suo utilizzo nelle donne incinte. Nel 1957 si verificano alcuni casi allarmanti di teratogenesi, ovvero di sviluppo anomalo del feto, a cui seguirono diversi test giudicati tuttavia negativi.

Secondo l’associazione V.I.T.A., che riunisce i migliaia di bambini italiani nati in quegli anni da madri che non potevano conoscere gli effetti del sedativo, gli effetti più ricorrenti erano la focomelia, le amelie, le anomalie agli arti superiori e inferiori e altri danni alle orecchie, agli occhi, agli organi interni, ai genitali, e al cuore, nonché altri molteplici danni. Anche una sola compressa da 50 mg era sufficiente per causare anomalie congenite nel 50% delle gravidanze.

Nel 1960, il pediatra tedesco Widikund Lenz ipotizzò una correlazione con l’assunzione di talidomide in stato interessante, ma la conferma arrivò solo un anno dopo. Nel frattempo, Frances Kelsey aveva continuato a bloccare il Kevadon. Nel 1962 l’azienda Grünenthal ammise di non aver mai testato la talidomide: i successivi test sugli animali confermarono le preoccupazioni della comunità medica internazionale. Così, dopo due anni di stoica resistenza alle pressioni, nel 1962 la dottoressa Kelsey ottenne ciò che voleva e la Richardson-Merrell ritirò la richiesta di licenza. Un risultato incredibile, soprattutto in un momento storico complicato per le donne che svolgevano la sua professione.

Nata nel 1914 in Canada, laureata in Farmacologia a Montreal nel 1934, aveva lottato duramente per conquistare credibilità professionale. Dopo il lavoro nel dipartimento di farmacologia all’Università di Chicago, a partire dal 1936, aveva conseguito il Dottorato di ricerca in farmacologia e si era focalizzata sullo studio di alcuni medicinali usati contro la malaria. Aveva così scoperto che erano in grado di superare la barriera placentare, proprio come la talidomide, che si trovò ad affrontare molti anni dopo.

L’affaire talidomide la fece diventare un’eroina agli occhi dell’opinione pubblica, tanto che nel 1962 le venne assegnato il prestigioso premio President’s Award for Distinguished Federal Civilian Service da parte dal presidente John F. Kennedy. Prima di lei solo un’altra donna aveva ricevuto il riconoscimento per l’impegno civile concesso dalla presidenza degli Stati Uniti. Continuò a lavorare per la FDA fino a novant’anni e morì centenaria nel 2015, solo poche ore dopo aver ricevuto un altro premio per il suo lavoro.

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