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Se una donna non può essere stuprata perché troppo brutta

Ci sarebbero mille parole da scrivere e da dire su questa storia, forse è meglio non dirne nemmeno una.

Pensavamo di aver toccato il fondo leggendo di sentenze che annullavano lo stupro in virtù dello stato di ebbrezza della vittima, del suo abbigliamento o della presunta predisposizione iniziale al corteggiamento e all’attitudine dimostrata verso l’assalitore. Basti pensare al caso irlandese in cui l’avvocato (donna) dell’aggressore sessuale ha inserito, nella propria memoria difensiva, l’attenuante data dal perizoma portato dalla ragazza stuprata, che avrebbe indotto il suo carnefice a pensare a un’eventuale consensualità del rapporto. Di certo le aule di tribunale più di una volta hanno dimostrato di essere luoghi davvero ostili per le donne che hanno denunciato la violenza sessuale.

Ma, siccome al peggio non c’è mai fine, ecco che arriva da Ancona l’ultima sentenza choc – ed è un eufemismo -: tre ragazzi assolti dalle accuse per cui erano già stati condannati in primo grado, per via della bruttezza della loro presunta vittima.

Una storia che sembrerebbe proprio una delle tante fake news costruite ad hoc e diffuse via social per la sua assurdità, ma che purtroppo è triste realtà, come conferma anche uno dei site smaschera-bufale per eccellenza, Bufale.net.

Cerchiamo di fare ordine: nel 2015 una ragazza peruviana, che su Repubblica è stata chiamata Nina, denuncia di essere stata stuprata da un connazionale, mentre un secondo avrebbe fatto da palo.

La violenza si sarebbe consumata il 9 marzo nel parco pubblico di via Ragusa, dopo una serata in cui il gruppetto, che frequentava lo stesso corso serale a una scuola alberghiera di Senigallia, aveva deciso di uscire a bere qualcosa. Dopo la denuncia della ragazza i medici hanno riscontrato lesioni, compatibili con una violenza sessuale, e un’elevata quantità di benzodiazepine nel sangue, che sarebbe stata inserita nella birra bevuta durante quella terribile serata dagli aggressori. Tanto che, dopo le indagini, nel luglio del 2016 si è aperto il processo che ha portato alla condanna a cinque anni per il ragazzo che ha materialmente violentato Nina, a tre per l’amico che ha fatto da palo.

Le cose, però, non finiscono qui: gli imputati fanno ricorso, e il 23 novembre 2017 la Corte d’Appello dà loro ragione, non ritenendo credibile la versione della ragazza. Ci sta, è la normale dinamica processuale, e non è certo la prima volta che in Appello viene annullata la sentenza precedente. Tuttavia, è certamente sorprendente la motivazione che le giudici (tre donne) hanno fornito insieme alla decisione di annullare la precedente sentenza.

La ragazza peruviana, definita “scaltra” dai magistrati, non sarebbe attendibile perché troppo poco avvenente, troppo mascolina, insomma, troppo brutta per essere violentata.

[…] la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo ‘Vikingo’, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile quanto piuttosto mascolina.

Questo è quanto si legge nelle motivazioni che hanno annullato la sentenza di primo grado, con una chiosa che è a dir poco ancora più agghiacciante:

Come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare.

Come se non bastasse, ad aggiungere orrore all’orrore arriva la conclusione, che recita così:

[…] in definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata ‘goliardica’, trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare M****** (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di ‘Nina Vikingo’, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendolo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida.

Ci sarebbero mille parole da scrivere e da dire su questa storia, forse è meglio non dirne nessuna.

Perché la sostanza che emerge da questa sentenza terribile, assurda e ingiusta è che se non sei una strafiga, nemmeno una ragazza “normale”, anzi se sei pure un po’ bruttina, finisce che non solo nessuno può avere il coraggio di venire a letto con te, figuriamoci violentarti, ma che addirittura sei tu che sfidi gli uomini ad avere rapporti con te, e che organizzi delle serate a base di alcol e benzodiazepine nella speranza di rimediare qualcosa e “non andare in bianco”.

E il fatto che a mettere la firma su un’atrocità del genere siano state tre donne che, forse, per un attimo hanno perso il lume della ragione e il senso della responsabilità che la loro toga comporta, finendo col credersi giudici di un concorso di bellezza e non di cause penali, non fa che aggiungere desolazione e sconforto a un quadro che già di per sé ci sbatte in faccia nella maniera più cruda e reale possibile quanto le donne non solo siano poco tutelate dalla legge, ma addirittura messe alla gogna quanto e più degli uomini che denunciano.

Già fa schifo doversi rendere conto di quanta colpevolizzazione le vittime di stupro subiscano generalmente nelle conversazioni al bar, fra amici, o nei commenti sui social (spessissimo da altre donne, alla faccia dell’empatia): ma trasportare il “se l’è cercata, non è stupro” o, in questo caso, “guarda quanto è brutta, chi se la scop*****e?” nelle aule dei tribunali, questo no. Non è accettabile.

E, per quanto sia bruttissimo da dire, non sorprende che molte donne rinuncino a denunciare. Chi accetterebbe di esporsi pubblicamente, di metterci la faccia e di dare in pasto a tutti il proprio privato, per sentirsi mettere alla berlina in questo modo, giudicata, scandagliata, persino derisa?

Per la cronaca, qualche giorno fa la Corte di Cassazione, su richiesta di ricorso fatta dall’avvocato della ragazza (che non vive più in Italia), Cinzia Molinaro, e dalla Procura Generale delle Marche, ha annullato la sentenza d’appello, rimandando il procedimento al tribunale di Perugia, che aprirà un nuovo dibattimento.

Ma questo, per quanto rincuori e faccia finalmente apparire un briciolo di buon senso nella magistratura che si è occupata finora del caso, sinceramente poco importa. Perché, proprio quando pensavamo che le attenuanti di perizomi ed alcol rappresentassero il fondo che si poteva toccare per screditare le vittime di stupro, abbiamo capito che, invece, il peggio non lo avevamo ancora mai visto. Adesso sì.

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