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"Come funziona un centro antiviolenza": spiegato da un'operatrice che ci lavora

Intervista a un'operatrice di accoglienza che ci spiega come funzionino nella pratica quotidiana i centri antiviolenza.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Le interviste di RDD”

Come funziona nella pratica la quotidianità dei centri antiviolenza? In un precedente articolo, vi abbiamo spiegato cosa sia in generale una struttura del genere, chi vi si può rivolgere e cosa accade quando vi rivolgete a essa. Naturalmente, quella era la teoria, il sistema è complesso e variegato. Per cui, per semplificare quella teoria, abbiamo pensato di porre alcune domande a una delle operatrici di accoglienza in un centro antiviolenza: la persona che abbiamo intervistato si chiama Enza Miceli, ed è operatrice nella Rete dei Centri Antiviolenza SanFra, attivi in tutta la Puglia, in particolare nelle province di Lecce, Bari e Foggia, negli sportelli aperti nei vari Ambiti di Zona – dei raggruppamenti multicomunali che servono a erogare servizi vari, in particolare alcuni, come questo, che sono importanti sul piano sociale.

Enza, cosa fa esattamente un’operatrice di accoglienza?

Ha un primo contatto con la donna che si rivolge al cav. Poniamo il caso che venga a trovarci nell’orario di front office per chiedere aiuto. Noi ascoltiamo la sua storia, le parole dette e non dette, il suo dolore e la sofferenza. A volte, le persone che si rivolgono a noi sono fiumi in piena e quindi noi ci occupiamo anche di mettere in ordine cronologico la sua storia, prendendo un appuntamento successivo che porterà così al secondo passo: un colloquio con le nostre avvocate o con le nostre psicologhe o altro che possa aiutarle. Quello che è importante sapere è che noi non giudichiamo. Lavoriamo moltissimo su noi stesse per eliminare giudizio e pregiudizio, facciamo formazione continua contro retaggi e stereotipi – perché a tutti vengono inculcati e dobbiamo liberarcene. Quello che è importante è guardare negli occhi la donna che si è rivolta a noi e trovare una soluzione. La violenza è una spirale, un circuito maledetto, sono tantissime le questioni da approfondire, anche per far emergere lo schema di chi manipola e di chi viene manipolato, per non ricaderci.

Si rivolgono a voi anche uomini?

Sì, ma si tratta di una minoranza che può essere considerata trascurabile in un’ipotetica statistica. Per lo più da noi vengono donne che sono state colpite da violenza fisica perpetrata dal marito, dal compagno, dal fidanzato. Su queste stesse persone ha operato anche la violenza psicologica, tanto che molte donne non riescono a reagire, cadono in depressione e non riescono più a distinguere eventuali segnali di pericolo per le loro persone. Spesso non si accorgono di essere in una relazione violenta, se non quando il maltrattante ha un’altra relazione: capita infatti che queste donne riconoscano nella violenza una forma di amore. Molte sono colpite anche da diverse forme di violenza economica: soprattutto donne che cercano di sbarcare il lunario lavorando a giornata, costrette a dare i soldi all’uomo con cui vivono e poi hanno pochissime risorse personali.

Oltre all’azione vera e propria in favore delle donne, nei centri antiviolenza effettuate dell’attività di sensibilizzazione. Secondo voi, ci sono dei risultati?

I nostri canali di sensibilizzazione sono fondamentalmente due. Ci sono i laboratori a scuola – e funzionano tantissimo, perché le giovani generazioni sono estremamente ricettive – dalle elementati al liceo e riguardano le emozioni, gli stereotipi e altri argomenti in base alla fascia d’età. Abbiamo visto invece che i convegni per gli adulti non funzionano, o meglio interessano solo gli addetti ai lavori – e quindi organizziamo eventi con teatro e musica in cui nell’intro spieghiamo le origini della violenza: alla fine di queste manifestazioni accade spesso che le persone ci chiedano approfondimenti o informazioni.

Quali sono le “parti” della società che dovrebbero essere più e meglio coinvolte nel contrasto alla violenza di genere?

Secondo me, innanzitutto i servizi sociali e le forze dell’ordine. Per queste ultime, credo si debbano istituire corsi di formazione specifici. Per quanto riguarda la stampa, arriviamo all’altro nodo dolente. Il problema è per la verità più nei titoli, perché poi negli articoli in sé leggiamo molta più attenzione. Credo che sia necessario scrivere senza mostrare l’uomo come se non avesse avuto alternative, nei casi di cronaca nera come femminicidio o varie violenze di genere. Anche nelle foto: si mostrano spesso volti tumefatti di donne, ma poco spesso ad esempio una mano maschile stretta a pugno. Credo inoltre si debba evitare di parlare di raptus: il raptus dura 3 secondi e in 3 secondi non si possono infliggere 15 coltellate. Inoltre, la cornice di un femminicidio non può essere l’amore, la gelosia non è amore, smettiamola di chiamarla amore e ricordiamo che le donne non sono mai la causa delle violenze che subiscono.

Come funziona sul fronte dei finanziamenti? Spesso la cronaca ci parla di centri o di reti di centri antiviolenza in difficoltà per mancanza di finanziamenti pubblici.

I centri antiviolenza vivono grazie ai finanziamenti pubblici, ma ogni regione ha le sue regole e le sue leggi. Fortunatamente in Puglia abbiamo una delle leggi migliori in Italia in tal senso: nacque durante l’amministrazione Vendola e fu scritta da donne lungimiranti. Un punto su cui si può migliorare è il numero di case rifugio a indirizzo segreto (cioè i luoghi in cui le donne che sono potenzialmente in pericolo possano rifugiarsi, ndr), che in alcune zone d’Italia sono pochissime.

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