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“Scelgo io se e quando fare figli: non Facebook né la società”

Se persino l'algoritmo di Facebook ci ricorda che dobbiamo sposarci e avere figli, che speranza abbiamo di combattere il maschilismo imperante che ci vuole tutte mogli, madri e casalinghe?

È sempre la solita storia: ti sposi, fai figli, lavori e ti occupi della casa.

È incredibile come passino gli anni, le mode, progrediscano la tecnologia e le ricerche, ma le donne rimangano inevitabilmente collegate a quello stereotipo che le relega al ruolo di angelo del focolare, mogli, madri, casalinghe. L’etichetta per la donna è sempre pronta, ed è quella di qualcuno che si sposerà certamente, quindi avrà dei figli, o che, solo in quanto essere femminile, passerà il tempo libero a pulire la casa, ergo avrà bisogno di un buon aspirapolvere.

E se a farlo è persino l’algoritmo di Facebook, significa che nemmeno la tecnologia resiste ai cliché maschilisti che sono ancora parte integrante di un modo di pensare e di agire.

Per arrivare a questa riflessione siamo partiti da un post della deputata Giuditta Pini, che ha sintetizzato esattamente quanto abbiamo introdotto in questo articolo, ovvero che le donne siano continuamente esposte ai più banali stereotipi sociali e culturali rispetto al tema famiglia e lavoro, soprattutto.

[…] E così l’algoritmo di Facebook ha scoperto che stavo per sposarmi. E la sua reazione è stata la stessa reazione di una zia Pinuccia qualsiasi e, ahimè, di molte persone insospettabili.
Si sposa, quindi farà un figlio. Probabilmente è già incinta.
Per questo, l’algoritmo ha iniziato a propormi in modo insistente pubblicità del test di ovulazione.
Qualsiasi maledetto video su youtube, qualunque video di tasty veniva interrotto dal test di ovulazione.
Dopo undici mesi evidentemente interdetti dal fatto che non cercassi pannolini, tiralatte e come far dormire un bambino su Google, l’algoritmo ha avuto un dubbio: si è sposata, ma non fa figli, probabilmente visti i mi piace e i post sulle unioni civili è lesbica.
E così mi sono ritrovata pubblicità di viaggi in Spagna per coppie lesbiche che vogliono fare l’eterologa.
Dopo 12 mesi dal matrimonio e visto che non c’erano ancora ricerche su voli per Madrid né tiralatte, l’algoritmo si è finalmente arreso: sei donna, sei sposata, compra un bell’aspirapolvere.

Perché questo imperante desiderio di definire a tutti i costi una donna, di darle una connotazione specifica come se la sua posizione sociale dipendesse solo ed esclusivamente dalle scelte che decide di operare rispetto alla propria vita? E soprattutto, possibile che ancora oggi sia tanto complicato afferrare il concetto che non tutte le donne (con il massimo rispetto per chi lo fa) sognano l’abito bianco o la gravidanza, senza per questo essere lesbiche? Oppure che non amino perdersi nelle televendite degli aspirapolvere, lustrandosi gli occhi come di fronte all’ottava meraviglia del mondo?

Seguendo i tanti commenti che si sono sviluppati sotto il post di Giuditta, abbiamo deciso di raccogliere il suo parere sulla questione, fermo restando che ovviamente il “povero” algoritmo di Facebook c’entra ben poco, rispondendo a equazioni matematiche che, a modo loro, sono comunque il frutto di questo diffuso ragionamento rispetto alla figura femminile.

Ho notato che i commenti femminili solidarizzavano con me – ci dice Giuditta – quelli maschili tendevano a spiegarmi l’algoritmo. Io so perfettamente che non è colpa dell’algoritmo, loro profilano l’utente in base alle scelte fatte da lui, ma il fatto è che, evidentemente, ancora oggi molte persone, anche donne, pensano che la figura femminile sia collegata per forza a matrimonio o bambini. La tecnologia alla fine non fa altro che farci vedere per ciò che siamo, ovvero un paese in cui purtroppo alcune cose sono proposte sempre e solo alle donne.

Che, tradotto, significa test di ovulazione a gogò, biberon, carrozzine e, al massimo, elettrodomestici. Eppure, per fortuna, non tutti sono intrappolati in questo dualismo rigorosamente definito uomo/donna: abbiamo ad esempio visto che sempre più papà chiedono a gran voce le nursery nei bagni pubblici maschili, al fine di poter cambiare i bebè anziché essere costretti a farlo negli spazi comuni o nelle posizioni più assurde.

Cosa ci sarebbe di scandaloso, quindi, se l’inserzione di un biberon venisse proposta sul profilo Facebook di un uomo?

Chiaramente nulla – risponde Giuditta – il problema è che ormai si è normalizzata la filosofia che la donna, all’interno del matrimonio stesso, sia la sola parte interessata all’economia domestica o ai bambini. Come se l’uomo fosse un elemento a parte. È comunque una cosa davvero diffusa, tanto che anche io, che mi sono sposata in comune, ho dovuto far fronte alle insinuazioni velate di molte persone rispettabili, che avanzavano l’ipotesi che fossi già incinta e che quindi si trattasse di un ‘matrimonio riparatore‘.

C’è da dire che talvolta, però, le donne sono le prime a vedersi solo come future spose, madri e casalinghe, e non sempre vedono di buon occhio chi “esce dal coro”. Giuditta ha una sua opinione in proposito:

Le donne si vedono ancora come una minoranza, per questo cercano di farsi accettare da quella che considerano la maggioranza, gli uomini. Unendosi al coro di chi dice che le donne ‘devono stare in cucina’ o, nei casi di stupro ad esempio, per usare un caso limite, che se ti vesti in un certo modo un po’ te la vai a cercare.

Dal canto suo, e del suo ruolo politico, Giuditta è consapevole che debba essere interesse precipuo soprattutto dei rappresentanti pubblici fare in modo che le cose cambino, o perlomeno si muovano.

Non so come superare questo stereotipo, non è affatto facile, certamente ci sono molte iniziative interessanti, molti blog, ma è chi fa politica che dovrebbe guidare il dibattito pubblico. Non essere ‘portavoce del popolo’, e quindi dire che una donna in minigonna se la va a cercare, come si farebbe al bar, ma lavorare affinché anche al bar non si sentano più frasi del genere.
Forse dovremmo anche noi, nel nostro dibattito pubblico, cercare di ribaltare l’algoritmo, non a livello di ingegneria, chiaramente, ma a livello di parità di accesso.

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