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Una pistola al peperoncino è la giusta soluzione per la tutela delle donne?

Anziché per una pistola al peperoncino, non sarebbe meglio spendere i propri soldi per insegnare la cultura del rispetto alle giovani generazioni di uomini?

Molti strumenti, più o meno discutibili, sono stati ideati nel tempo per arginare un problema che ha ormai abbandonato i contorni della drammaticità per assumere quelli di vera e propria piaga sociale, quello della violenza sulle donne, sia essa sotto forma di molestie o di atti di aggressione sessuale. Dai foulard ai leggings anti stupro, il punto da cui si è sempre partiti è che siano le donne a doversi imparare a difendere, e a ricevere in dotazione gli strumenti necessari per riuscirvi.

Così il quotidiano Libero, abituato spesso a provocare e a scaldare gli animi dei più facinorosi cavalcando le polemiche del momento e fomentandole, ha deciso di mettere in vendita, a partire dal 20 ottobre, una pistola che spruzza spray urticante, al costo di 40 euro. Ne ha parlato anche la giornalista Flavia Perina in un post su Facebook, con tutti i dubbi del caso.

A prescindere dalla verve provocatoria tipica del quotidiano di Vittorio Feltri – e anche della persona del suo direttore, editoriale su Cristiano Ronaldo docet – la proposta certo suscita non solo molte perplessità, ma anche molti interrogativi.

Di fatto la pistola con spray urticante nel nostro Paese si può vendere, moltissimi siti di e-commerce la propongono nella sezione dedicata agli strumenti di difesa personale, per fare l’esempio più noto si può trovare su Amazon, a un costo peraltro nemmeno esorbitante. Ma il fatto di mantenersi nella cornice della legalità non la rende potenzialmente meno pericolosa, date le numerose implicazioni e gli infiniti usi impropri che se ne potrebbero fare, e che possono, inevitabilmente, finire per andare a ritorcersi contro i motivi iniziali per cui la sua vendita è stata pensata.

Come prima cosa, ad esempio, pensiamo alla quantità di individui che potrebbero decidere di acquistare la pistola, essendo nel loro pieno diritto farlo ed essendo questa messa liberamente – e legalmente – in vendita a mo’ di inserto di un giornale. Scippatori, ladri, bulli, gli stessi violentatori possono avere libero accesso (molto più facile rispetto a un acquisto online) a uno strumento che, da difesa, potrebbe fin troppo facilmente trasformarsi in “da offesa”. Non a caso, la pistola urticante è vietata in moltissimi Paesi, che su questo tipo di prodotti hanno regole molto rigide. Senza contare il fatto che sembra un ossimoro associare uno strumento del genere a un organo di informazioni che, canonicamente, dovrebbe aiutare ad informare e a sviluppare una coscienza diversa nei lettori, non incitare all’uso di questo genere di accessori. Inoltre, solleva dubbi la fattezza stessa della pistola: se da un lato, infatti, i produttori assicurano di aver ridotto la gittata dai cinque metri originariamente previsti a tre, per rientrare nella normativa italiana, non c’è la stessa certezza sul fatto che si sia rispetto l’obbligo di contenere solo il 10% di principio urticante.

Infine, il punto forse più importante di tutti: ancora una volta parliamo di un oggetto pensato affinché le donne possano imparare a difendersi e avere gli strumenti per tutelarsi (teoricamente, perché parlare in termini ipotetici è sempre molto diverso dal vivere in prima persona un’aggressione), e per carità, per quanto il deterrente possa anche rappresentare un supporto per il genere femminile, rimane comunque solo una “toppa” provvisoria al problema. Anziché per una pistola, non sarebbe meglio spendere i propri soldi per insegnare la cultura del rispetto alle giovani generazioni di uomini, crescerli nel culto della parità di genere e nella deferenza nei confronti dell’altro sesso? Perché vogliamo continuare ad assuefare le persone all’idea che sia molto più facile imparare a difendersi piuttosto che a non aggredire?

Non è una pistola urticante che può risolvere una piaga sociale, ma l’insegnamento, e la punizione adeguata, laddove sia necessaria. Lassismo e permissivismo di fronte a certi crimini orrendi non sono la strada giusta da seguire, così come non lo è educare le donne al concetto del “difenditi da sola, tanto nessuno lo farà per te”.

Non permettiamo che l’idea del “doversi proteggere” possa essere messa in commercio come un qualsiasi gadget da comprare con una rivista, impariamo a crescere figli e figlie responsabili e consapevoli. Quello però non si compra, quello si può solo insegnare.

 

 

 

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