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Eleanor Roosevelt, il "brutto anatroccolo" cui ogni donna dovrebbe assomigliare

Eleanor Roosevelt non è stata una First Lady come tutte le altre: nella sua storia eccezionale c'è un esempio di forza e determinazione a cui tutti dovremmo aspirare

Forse non tutti la ricordano oggi, ma c’è stato un momento in cui Eleanor Roosevelt veniva considerata la First Lady del Mondo. Moglie del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, in carica dal 1933 al 1945, non si limitò a sorridere nelle foto ufficiali insieme alle altre consorti dei capi di stato. Come ricorda il Washington Post, lei era dappertutto: parlava alle Nazioni Unite, chiacchierava con Khrushchev, visitava i soldati in trincea e, soprattutto, veniva acclamata dalla gente.

Nata a New York l’11 ottobre 1884, Eleanor Roosevelt era figlia di Elliott Bulloch Roosevelt, fratello del Presidente Theodore Roosevelt. Lei e il suo futuro marito discendevano quindi dalla stessa famiglia di origine olandese, ma da due rami diversi. Da parte di madre, invece, tra i suoi antenati aveva William Livingston, uno dei firmatari della Costituzione degli Stati Uniti.

Timida e impacciata, Eleanor Roosevelt lottò fin da piccola con le sue insicurezze. Persino la madre, ricordata come una delle donne più avvenenti del suo tempo, la chiamava granny (nonnina), per sottolineare quanto fosse anonima e strana rispetto a lei. Non a caso, nell’autobiografia This is My Story del 1937, la futura First Lady scrisse “Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso“.

Le cose si complicarono dopo la morte di entrambi i genitori: rimasta orfana nel giro di due anni, prima della mamma e poi del papà, venne mandata a vivere dalla nonna materna, in un clima non esattamente sereno. Fu proprio sua zia, sorella di Theodore Roosevelt, a salvarla da una situazione di ostilità, portandola a casa sua.

Durante gli studi a Londra dal 1899 al 1902, grazie all’incoraggiamento della zia, iniziò a interessarsi alla storia e alla letteratura, ma soprattutto ai temi sociali. Eleanor non aveva di certo paura di dire quello che pensava e ciò le fece conquistare l’affetto di insegnanti e studentesse, ma soprattutto della preside dell’istituto, una donna illuminata che la introdusse al femminismo e al pacifismo.

Tornata a New York, proprio nel 1902 iniziò a frequentare il lontano cugino Franklin e un anno dopo i due si fidanzarono. Per colpa della futura suocera, le nozze vennero a lungo rimandate, fino a quando non rimasero più altre scuse. Il 17 marzo 1905 Eleanor e Franklin si sposarono: dalla loro unione nacquero sei figli e lei fu sempre al fianco del marito, soprattutto quando decise di iniziare il suo percorso politico, ma non fu di certo semplice.

Nel 1918 scoprì infatti una valigia piena di lettere d’amore scritte dalla sua segretaria Lucy Mercer a suo marito, in cui i due parlavano di cominciare una vita insieme. Fu il consigliere politico del futuro presidente a scoraggiare la separazione, oltre alla “solita” suocera, che minacciò di diseredare il figlio. Eleanor Roosevelt decise però di dimenticare i dispiaceri, focalizzandosi sull’impegno sociale. E trovò un’alleata nella giornalista Lorena Hickok, che le rimase accanto per diversi anni, secondo diversi biografi anche come compagna.

Nel 1921, mentre si trovava in vacanza in Canada con la famiglia, Franklin Roosevelt contrasse una malattia che lo portò alla paralisi. Grazie alle amorevoli cure, Eleanor gli salvò la vita: l’uomo rimase disabile per il resto dei suoi giorni, pur nascondendo al pubblico la sua infermità. Per aiutarlo, Eleanor prese il suo posto a diversi comizi pubblici, che lo portarono a essere eletto nel 1928 come Governatore di New York e cinque anni più tardi come Presidente degli Stati Uniti.

Nel 1946, un anno dopo la morte del marito, Eleanor Roosevelt fu nominata delegato presso le Nazioni Unite dal Presidente Harry Truman. In qualità di capo della Commissione per i Diritti Umani, si adoperò per far nascere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e approvata nel 1948. E continuò a battersi per i diritti degli “ultimi” fino alla sua morte, il 7 novembre 1962.

Resta immortale il suo celebre articolo In Defense of Curiosity, apparso il 24 agosto 1935 sul Saturday Evening Post e oggi riproposto nella traduzione italiana Elogio della Curiosità. La sua capacità di interessarsi agli altri e alla società, guardando il mondo con gli occhi ben aperti e le orecchie tese, è stato il fil rouge di tutta la sua vita. Anche contro tutti gli uomini che avevano provato a zittirla, solo perché donna.

Poco tempo fa è apparsa una vignetta in cui due minatori alzavano gli occhi con sorpresa esclamando con malcelato orrore: “Ecco che arriva la signora Roosevelt!”. Con maniere singolari e sottili mi si è fatto capire che quella vignetta doveva farmi un po’ vergognare, perché di certo c’era qualcosa che non andava in una donna che voleva vedere e sapere di tutto un po’.

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