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La lezione di Monica Vitti: cosa significa essere davvero una ribelle

A che serve poi urlare quando puoi fare qualcosa di molto più rivoluzionario come ridere e far ridere, essere bella mostrando il cervello, protagonista senza essere diva, vecchia a 14 anni e ragazzina poi, sempre e comunque fedele a te stessa?

“Anti-Femminuccia” in una famiglia borghese che sperava di vederla crescere “signorina per bene”, Monica Vitti cominciò a coltivare la sua ribellione da piccola. A partire dalla scelta di fare l’attrice nonostante “la vergogna della mia famiglia, fare l’attrice per mia madre era un cosa per cui diventava rossa, abbassava lo sguardo”.
La sua ribellione non fu una posa, un vezzo da ostentare, ma una necessità:

Quando a 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere – scrive nel libro Il letto è una rosa – , ho capito che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’ altra, e facendo ridere il più possibile. Ci sono riuscita in teatro e nel cinema, nella vita molto meno.

“Mia madre mi disse: la polvere del palcoscenico corrode l’anima e il corpo”, ma lei scelse di tentare, alla faccia del perbenismo bigotto del dopoguerra e contro la volontà di quella madre tanto diversa, tanto amata e prematuramente scomparsa di cui Maria Luisa Ceciarelli prese il nome quando si trattò di sceglierne uno d’arte: Monica, come la protagonista di un romanzo che aveva appena finito di leggere, Vitti, come la prima metà di Vittiglia, il cognome materno. Che a pensarci bene pare un po’ una beffa istrionica all’avversione della genitrice per quel mondo dello spettacolo, ma forse fu più una dedica d’amore, a metà tra il desiderio di approvazione e una sintesi tra due grandi affetti, quello per la madre e per la recitazione (“Lei non capiva che per me era il gioco più bello del mondo”).

Ma la ribellione di Monica Vitti non fu solo quella della bambina che debuttò, 14enne, nel ruolo di una 70enne ne La nemica di Niccodemi. Fu la parabola di una donna che fu protagonista delle liberazione femminile all’italiana, a partire da sé stessa.

Fu l’attrice drammatica della “tetralogia dell’incomunicabilità” di Michelangelo Antonioni – L’avventura, La notte, L’eclisse e Deserto rosso – sensuale senza accorgersene, altera, intensa senza diventare vittima della sua stessa bellezza: nell’epoca delle dive sorridenti e ammiccanti fu l’anti-diva, capace di anteporre carisma, intelligenza e capacità artistiche. Non pin-up, ma sex symbol col cervello e… con una risata.

Perché Monica Vitti fu l’unica mattatrice tra gli uomini, l’unica donna in grado di tener testa a colleghi del calibro di Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi. Dove si era mai vista una donna così bionda, bella e sexy far ridere, prestarsi a ruoli, voci, dialetti e accenti non adatti a metterne in risalto il suo essere femmina, ma le doti istrioniche, il cervello, l’arguzia, la sensibilità estrema per il tempo comico dell’altro. Ridere, far ridere, fu il suo modo per ribellarsi, ancora:

Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte all’angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita.

Si ribellò a chi, archiviate le relazioni con Michelangelo Antonioni e con il direttore della fotografia Carlo Di Palma, gridò allo scandalo per il suo amore – che dura tuttora – con il fotografo di scena e regista Roberto Russo, di 16 anni più giovane di lei, che sposò nel 2000 dopo 27 anni di fidanzamento. Ma ancora una volta quella di Monica Vitti fu la ribellione di chi non si perde in chiacchiere o proclami e fa, va avanti per la sua strada, nonostante: nonostante i cliché, il perbenismo, i pettegolezzi, i “non sta bene” e i “non si fa”. Del resto, dopo che sei andata oltre nonostante la disapprovazione di una madre tanto amata, il resto è nulla.

A che serve poi urlare quando puoi fare qualcosa di molto più rivoluzionario come ridere e far ridere, essere bella mostrando il cervello, protagonista senza essere diva, vecchia a 14 anni e ragazzina poi, sempre e comunque fedele a te stessa?

Fare la rivoluzione, per Monica Vitti ha voluto dire anche sparire quando in molti avrebbero voluto spiare nel suo dolore, cercare nel suo volto o nelle parole che si perdono i primi tratti di una malattia degenerativa che non lascia scampo, mischiare la pietà alla morbosità di confrontare com’era e com’è oggi quell’icona sintesi perfetta di bellezza e bravura, ironia e drammaticità, coraggio e delicatezza.

La tv del dolore sarebbe certo pronta ad accorrere dalla Monica Vitti assistita dal marito o a raccogliere avida la testimonianza di quel ragazzo di allora 25 anni che non si innamorò solo dell’affascinante attrice quarantenne o di un personaggio, ma di Maria Luisa.
Vorrebbe dettagli, aneddoti, facce che si contraggono nella difficoltà di raccontare il dolore, meglio, se possibile, tralasciare invece i momenti di normalità e routine, quelli non servono, non fanno audience.

Di questo macina carne mediatico, Monica Vitti si è fatta beffe, forse anche una risata con quella sua voce roca e se n’è andata scegliendo anni fa, quando la malattia ancora glielo permetteva, di sparire ostinatamente. È un attimo cedere all’abitudine della celebrità ad ogni costo, alla velleità di un pubblico in piedi che ti applaude commosso perché ti vuole bene e vuole vedere.

Oggi della lezione di Monica Vitti ne abbiamo più che mai bisogno tutti noi, gli alternativi a ogni costo con i tatuaggi alla moda,  i “comunisti con il Rolex”, gli indignati digitali che lasciano le piazze vuote, quelli liberi di andare ovunque purché ci sia una connessione wi-fi, i “conformisti travestiti da ribelli” cantati da Marco Masini, gli sbandieratori del dolore.

Niente urla, niente dita medie alzate, niente proclami: il silenzio e la risata, ecco la rivoluzionaria rivoluzione di Monica Vitti, che nella sua vita ha provato a seguire, ostinatamente, se stessa e non quello che gli altri si aspettavano da lei.

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