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Quando la madre di Maria Grazia Cutuli difese dalla morte gli assassini della figlia

La giornalista Maria Grazia Cutuli fu uccisa in Afghanistan in un attentato; al processo, la madre difese i suoi assassini, condannati alla pena di morte.

Sono passati quasi diciassette anni da quando Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera nelle zone di crisi, fu assassinata da un commando in Afghanistan, mentre si trovava nei pressi di Tangi Abrishum, circa 90 chilometri a est di Kabul, sulla strada che da Jalalabad porta alla capitale. Con lei, vennero freddati, il 19 novembre del 2001, altri tre giornalisti, l’australiano Harry Burton, l’afghano Azizullah Haidari, entrambi corrispondenti della Reuters, e lo spagnolo Julio Fuentes del Mundo.

Proprio lo stesso giorno della sua morte, per un assurdo e quantomai beffardo segno del destino, venne pubblicato sul Corriere il suo ultimo articolo, “Un deposito di gas nervino nella base di Osama“.

Cutuli era stata inviata nello stato asiatico dal quotidiano milanese nel settembre del 2001, poco dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York; per la morte sua e dei tre colleghi sono stati processati in Afghanistan Mamur e Zar Jan, di etnia Pashtun, che il giorno dell’attentato avevano appena diciotto anni; per loro il tribunale afgano ha stabilito una pena a 16 e 18 anni di reclusione, mentre per Reaza Khan, arrestato e processato nel 2007 a Kabul, la condanna è stata fissata nella pena di morte, eseguita poco dopo.

Proprio in quell’occasione, la madre di Maria Grazia, Agata D’Amore, scomparsa nel 2015 a 88 anni, aveva lanciato un disperato appello per fermare la condanna alla pena capitale per uno degli assassini della figlia, in un gesto estremo di umanità. “Siamo contrari alla pena di morte – aveva dichiarato in quell’occasione la mamma della giornalista proprio al CorriereNon abbiamo mai pensato che chi ha ucciso Maria Grazia possa essere condannato alla pena capitale: questo non ci darebbe nostra figlia“.

La signora Agata D’Amore con il marito Giuseppe (Fonte: corriere.it)

“Ci rimettiamo a quello che la giustizia crede di fare e ai magistrati italiani, che ritengo vogliano interrogarlo – aveva aggiunto la signora D’Amore  – ma da cristiani siamo sempre stati contrari alla pena di morte”.

Khan, dal canto suo, aveva implorato il perdono, ammettendo di aver materialmente sparato solo al giornalista afghano, e di averlo fatto solo perché obbligato, sotto la minaccia di morte, da Mohammad Agha, da lui identificato come capo di guerriglieri locali. Tutto inutile, né l’appello dell’uomo, né quello in Italia di mamma Agata erano stati sufficienti a evitargli la condanna, poiché, secondo il giudice della Corte Nazionale di Sicurezza, Abdul Baset Bakhtari, “La sua colpa nel crimine è stata provata e non ci sono dubbi“.

Archiviato il processo in Afghanistan, mamma Agata e tutta la famiglia di Maria Grazia Cutuli hanno riposto fiducia in quello italiano; questo, la cui prima udienza era stata fissata per il 9 aprile 2015 presso la Corte d’Assise di Roma, vedeva coinvolti Mamur e Zar Jan, in videoconferenza da un carcere del loro paese, condannati a 24 anni di reclusione e a risarcire i danni, pari a 250 mila euro ciascuno, alle parti offese Rcs e ai familiari della giornalista; nulla da fare, invece, per gli altri accusati: Jan Mar è stato assolto quasi immediatamente a Roma per dubbi sull’identificazione, Taher Mohammad e Jan Miwa sono invece stati prosciolti per insufficienza di prove. L’accusa ha mandato avanti, in quell’occasione, l’ipotesi del “fine politico” alla base dell’agguato, avvenuto a colpi di kalashnikov, mentre il gruppo di giornalisti, dopo la sconfitta dei talebani, cercava di raggiungere Kabul arrivando dal Pakistan.

Ma non è tutto qui: dopo le prime udienze dibattimentali e l’esposizione delle testimonianze raccolte, grazie all’impegno della parte civile rappresentata dalle avvocatesse Caterina Malavenda e Paola Tuillier, la Corte d’assise ha annullato diverse udienze, facendo slittare le date successive del processo, fino a che questo non è stato definitivamente (almeno al momento) accantonato. Il motivo? I “concomitanti impegni giurisdizionali sia del Presidente che di un giudice alatere“, che hanno reso impossibile procedere. Nel frattempo, il pm di riferimento che aveva seguito l’inchiesta, il terzo dopo che altri due erano già stati sostituiti,  è stato trasferito dalla procura di Roma ad altro incarico, lasciando così la guida dell’accusa; quando il processo riprenderà – se mai riprenderà- il nuovo magistrato dovrà perciò riesaminare tutti i fascicoli e ristudiare l’intera inchiesta.

Non si capisce perché queste lungaggini burocratiche non siano ancora riuscite a dare pace e giustizia non solo a Maria Grazia, uccisa a 39 anni, ma anche alla sua famiglia; di certo, non sono riuscite a darla a mamma Agata, che pure, dimostrando una bontà d’animo sconfinata, aveva sempre detto di non provare odio verso gli assassini di sua figlia, né desiderio di vendetta.

L’unica cosa che è sempre contata per me – diceva – è stata la conseguenza, tremenda, il fatto che Maria Grazia mi era stata portata via.

Per me il tempo non scorre più. Siamo rimasti fermi al momento in cui ce l’hanno tolta, io e mio marito, che dopo la scomparsa di Maria Grazia ha subito un ictus. Viviamo nel culto della sua memoria e della sua bontà. Ricordo quante volte Maria Grazia mi disse che se non avesse fatto la giornalista, avrebbe voluto diventare operatrice umanitaria.

Nel 2011 a Kabul è sorta una scuola, voluta dalla Fondazione Cutuli, “Un segno tangibile – ha detto il fratello Mario – dell’amore di Maria Grazia per quei paesaggi, per quei cieli, per quella gente, per quei bambini“.

Mamma Agata, invece, riposa dal 2015 a Santa Venerina, un paesino alle pendici dell’Etna, accanto, finalmente, alla figlia. Per loro, almeno, vogliamo pensare alla speranza di una giustizia, un giorno non troppo lontano.

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