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Quando Marina Abramovic lasciò che la gente usasse il suo corpo come un oggetto

Cosa succede quando una persona permette agli altri di farle qualsiasi cosa?
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L’artista Marina Abramovic, nel corso della sua lunghissima carriera, iniziata addirittura nel 1973 con Rhythm 10, ci ha abituate a performance decisamente sopra le righe, che hanno sempre avuto, come protagoniste principali, le emozioni e i sentimenti  umani, coinvolti appieno in ogni sua rappresentazione visiva.

Colei che, per sua stessa definizione, è la “Grandmother of performance art“, la “nonna” delle performance artistiche, ha sempre esplorato e indagato a fondo le relazioni tra l’artista e il pubblico, e il contrasto tra i limiti del corpo e le possibilità della mente, senza mai il timore di poter sollevare anche opinioni negative, di scandalizzare, di sconvolgere il proprio pubblico. E questo desiderio totale di onestà, di trasparenza dei sentimenti, la volontà ferma di essere se stessa senza compromessi, anche a costo di scioccare, l’artista serba, naturalizzata statunitense, ce l’ha mostrata anche quando si è trattato di parlare della sua vita privata: come nel caso degli aborti, tre, che la Abramovic ha confessato di aver affrontato in nome della carriera.

Non è certo facile, fra tutte le performance proposte dalla Abramovic nel corso di più di quarant’anni di carriera artistica, all’incirca una decina, individuare quella che, rappresentativamente ed emotivamente, ha scosso maggiormente il pubblico e i media; eppure, Rhythm 0, di cui vi parliamo, è senza dubbio una di quelle, se non quella che più di tutte ha stravolto il pubblico, mostrando una (dis)umanità difficilmente concepibile.

La performance, sicuramente tra gli esperimenti più controversi di Marina, ha avuto luogo a Napoli, nel 1974. Il suo svolgimento era davvero estremamente semplice ed elementare: doveva rimanere immobile, come fosse un manichino, per sei ore, dalle 20 alle 2 di notte. Abramovic aveva predisposto, su un tavolo nella sala, anche 72 oggetti, lasciando agli astanti un messaggio scritto:

Ci sono 72 elementi sul tavolo e si possono usare liberamente su di me.
Premessa: io sono un oggetto. Durante questo periodo, mi prendo la piena responsabilità di ciò che accade. 

Tra gli oggetti a disposizione c’erano strumenti di piacere come piume, fiori, acqua, ma anche oggetti potenzialmente letali come pistole, coltelli, rasoi.

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Il pubblico all’inizio della performance è parso piuttosto titubante, “limitandosi” a sfiorare l’artista immobile con dei fiori, o a farle il solletico… ma nel giro di poco, la situazione è letteralmente degenerata, trasformandosi in qualcosa di orrendo.

I presenti hanno dapprima iniziato a usare le catene, poi a bagnare il corpo di Marina, tanto che il critico d’arte Thomas McEvilley, presente all’evento, ricorda come la violenza andasse mano a mano intensificandosi.

L’esperimento è iniziato quasi con timore. Qualcuno le girava intorno. Qualcuno le alzava braccia in aria … qualcuno la toccava intimamente…

Un uomo le ha fatto un taglio sul collo con un rasoio, mentre un altro le ha graffiato la pancia con le spine di una rosa. C’è chi le ha tagliato i vestiti con le lame, altri invece hanno avuto dei veri e propri approcci sessuali nei suoi confronti. A un certo punto c’è stato qualcuno che ha messo la pistola nella sua mano, puntandogliela alla gola.

Lei era così concentrata nella sua parte – spiega McEvilley – che avrebbe resistito ad uno stupro, o anche al suo assassinio.

La performance, iniziata nella perplessità generale, è rapidamente degenerata verso qualcosa di terrificante e spaventoso, tanto che la stessa Abramovic non ha problemi a ricordare:

Sono stata violentata. Hanno tagliato i miei vestiti e sono stata parzialmente denudata, mi hanno frustata con le spine di una rosa sul ventre.

Perché la ragione di uno spettacolo del genere, in cui Marina ha messo persino a repentaglio la propria vita? Lo scopo dell’artista era principalmente proprio quello di dimostrare quanto la violenza sia capace di intensificarsi, passando da zero a cento in breve tempo, quando le circostanze sono favorevoli, ovvero quando c’è qualcuno che recita indubbiamente la parte del più debole. Stupri di gruppo, atti di bullismo, violenze di genere presuppongono sempre che chi fa del male si senta in una posizione di forza rispetto a colui che subisce, cosa che era evidente nell’immobilità di Marina.

Fonte: web

A riprova di ciò, val la pena sottolineare che sei ore più tardi, Marina girava ancora nella stanza, ma i partecipanti evitavano di guardarla in viso: le persone avevano assunto un comportamento assolutamente normale, come se avessero già dimenticato l’aggressione di poche ore prima.

Questo lavoro rivela qualcosa di terribile sull’umanità – ha detto Marina – Dimostra quanto velocemente una persona può far male in circostanze favorevoli. L’esperimento mostra come sia facile disumanizzare, abusare, di una persona che non lotta, che non si difende. Dimostra inoltre, che fornendo lo scenario adatto, la maggior parte delle persone apparentemente “normali”, può diventare estremamente violenta. 

Sono passati 43 anni da quella performance napoletana, eppure le cose, purtroppo, non sembrano affatto essere cambiate.

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