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"Papà ha ucciso la mamma": il femminicidio visto dai bambini e dai figli

Non solo le donne uccise, le vittime del femminicidio sono anche i figli che rimangono orfani e vedono la proprio famiglia distruggersi lentamente. Abbiamo raccolto quattro storie davvero toccanti, quattro testimonianze che svelano questa terribile realtà.

Le chiamano vittime “secondarie”, eppure sono un piccolo esercito che, giorno dopo giorno, purtroppo si fa sempre più nutrito; sono i figli delle vittime di femminicidio, bambini o adolescenti che hanno visto morire la propria madre per mano, molto spesso, del padre. Pochi, forse, si ricordano di loro, eppure la violenza brutale e spietata di quegli uomini, mariti, compagni affettuosi che si trasformano in assassini, li rende vittime incolpevoli, perché questi ragazzi perdono letteralmente tutto. E la cosa peggiore è che, se la visione delle scene di violenza domestica è per loro quasi “ordinaria”, molte volte sono presenti anche al momento dell’omicidio, cosa che li rende testimoni involontari dell’atto di ferocia più subdolo e atroce che ci sia. Nel nostro paese dal 2000 a oggi se ne contano 1.628, e sono 128 quelli accertati solo nel 2015. Nel 2016, con la media di una donna vittima di omicidio ogni tre giorni, il numero è addirittura cresciuto.

Cara mamma,

nessuno aveva detto alla supplente di storia che cosa ti era successo e così la scorsa settimana è entrata in classe e ci ha detto che potevano fare qualcosa di speciale per la nostra mamma che le avremmo regalato domenica per la festa della mamma.

Tu mamma non ci sei più, ti ha uccisa papà due anni fa, ma non sapevo come dirglielo, mi vergognavo, e di raccontare ancora bugie non ho più voglia.

[…] Non ti ho mai più vista. Mai. Io sono una bambina curiosa ma non stupida, il tuo nome sta su internet, e li ho sentiti a casa parlarne. Ma è un tabù, una vergogna. Forse lo fanno per proteggermi, ma non sono io che devo essere protetta, eri tu mamma che dovevano proteggere.

Il testo di Anna Costanza Baldry, pubblicato su 27esimaora, è un esempio nitido, delicato ma estremamente veritiero di quello che questi bambini e ragazzi subiscono psicologicamente, soprattutto per la presa di coscienza di essere rimasti orfani; il ritorno a scuola, gli inevitabili discorsi e gli sguardi colmi di pietà dei conoscenti, è tutto racchiuso nel testo, una sintesi del vissuto degli orfani e dei loro affidatari che hanno partecipato al primo studio nazionale teso a elaborare delle linee guida capaci di rispondere alle loro esigenze, coordinato dal Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli, in collaborazione con DiRe.

La Camera ha dato il via libera alla legge per tutelare gli orfani di vittime di femminicidio. Il testo passa ora in Senato e prevede diverse disposizioni in favore degli orfani, come assistenza medico-psicologica, borse di studio, assistenza legale già dalle prime fasi del processo. Inoltre, prevede un inasprimento delle pene per i colpevoli, che devono essere condannati all’ergastolo. In effetti, è esattamente quello che molti chiedono allo Stato, accusato troppe volte di essere lontano e indifferente alle richieste di aiuto delle vittime.

Abbiamo raccolto quattro storie toccanti di ragazzi rimasti orfani di madre, quattro esperienze diverse, modi di reagire differenti, ma accomunate dal medesimo, grandissimo e incancellabile trauma.

Nancy Mensa

22 anni, originaria di Avola, provincia di Siracusa, Nancy è rimasta orfana di madre il 13 agosto 2013: Antonella Russo, infermiera, è stata infatti uccisa a fucilate dal marito, padre di Nancy, che poi si è suicidato davanti al cadavere della donna e al figlio di 4 anni. Molte la ricorderanno per aver partecipato a Tu Si Que Vales, programma di Canale 5 dove ha parlato proprio del femminicidio e della violenza domestica, emozionando il pubblico. Nancy prova a raccontare a Vanity Fair quei giorni terribili.

Tra la violenza e la colpa, resta uno spazio infinito: quello per trovare un senso e continuare a crescere. Ci finisci all’improvviso e il senso di ingiustizia ti soffoca. Il mondo è pieno di ingiustizie, ma questa qui mi è subito sembrata perfettibile. L’ho realizzato il giorno dopo aver perso i miei genitori. Mi sono tornate in mente le due denunce fatte da mia madre: mio padre la minacciava di gesti estremi se non avesse ritirato l’istanza di separazione depositata ad aprile. La prima udienza, quella in cui si doveva decidere a chi affidare i figli e la casa, era stata fissata per ottobre. Mamma è stata uccisa ad agosto.

Si erano sentite la mattina, come fanno una madre con una figlia, ma nel pomeriggio Nancy trova la madre morta. E a Nancy tornano in mente le confidenze di mamma, quel desiderio di separarsi da quell’uomo.

Ricordo che un giorno mi confidò il bisogno di denunciarlo ma io non capivo. ‘Mamma, ma che fai vuoi denunciare papà?’, le dicevo. Lei mi rispondeva che doveva farlo per proteggere lei e noi. Mia madre era una donna che lavorava e che lottava per i figli. Del delitto che si è consumato a casa mia non voglio ricordare i dettagli, mi sento ancora sconvolta come lo è mia sorella Desirée che oggi ha 24 anni, e il mio fratellino. Ho provato il dolore che può cogliere chiunque a quella notizia. Mi è sembrata una cosa assurda. Poi è arrivata la rabbia, la confusione, il senso di solitudine. Io, mia sorella e mio fratello ci siamo ritrovati orfani due volte.

Per suo padre ha parole dure:

Un uomo malato, una persona che doveva essere curata: solo così posso spiegarmi quel gesto. Ho tante altre domande però in sospeso.

E poi una domanda, assillante, ricorrente fra le vittime di femminicidio e di violenza domestica: “Perché lo Stato non è intervenuto subito quando mia madre chiedeva aiuto? Perché lo Stato non è intervenuto nella mia casa il giorno dopo aver perso i miei genitori?

Ho scoperto presto che queste mie domande non avrebbero saputo aspettare il sogno realizzato di diventare magistrato (Nancy studia giurisprudenza, n.d.r.), così ho contattato il mio avvocato, Emanuele Tringali, e le ho trasformate in proposte di legge. Con una vorrei modificare il Codice di Procedura Civile, perché il tempo tra il deposito dell’istanza di separazione e la prima udienza non superi i 30 giorni: senza un limite si crea lo spazio perfetto per far crescere la violenza. Con l’altra vorrei che i figli delle vittime, come accade per il terrorismo, la mafia e le morti sul lavoro, abbiano un sostegno psicologico, economico, agevolazioni in campo professionale. Le ho inviate da un paio d’anni, ho ricevuto qualche risposta dalle Istituzioni ma nulla di concreto. Avevo anche chiesto al governatore della Sicilia di istituire un fondo per le vittime del femminicidio ma mi hanno risposto che i soldi non ci sono. Farò causa allo Stato, se resterà il silenzio. E solo per una ragione: non siamo vittime del femmincidio ma dello Stato. Voglio che la mia storia abbia un senso. Vorrei smussarla questa ingiustizia. Mi manca sapere che nel mondo c’è qualcuno che conosce cosa mi piace e cosa sogno, che lo sa anche se io me lo dimenticherò da grande ed è solo lei, la mamma. Eppure, non mi fermo.

 

Pelle Wall

Pelle è un diciottenne di Salt Lake City, che ha investito tutta l’eredità materna per dimostrare che il padre, un noto pediatra, ha assassinato la madre inscenando un suicidio. Uta von Schwedler, nota ricercatrice specializzata nelle leucemie dell’infanzia, viene ritrovata morta nella vasca da bagno di casa il 27 settembre 2011. Nell’acqua c’è anche un coltello, nel suo corpo forti dosi di Xanax. Per il medico legale si tratta di semplice annegamento, e il caso viene archiviato come suicidio. Però, come riporta GQitalia, ci sono due persone che non sono convinte da quella storia: il primo è il compagno della donna, Nils Abramson, il secondo è proprio Pelle, 17 anni, primo dei quattro figli che Uta ha avuto con John Brickman Wall. Lui, in particolare, non solo è convinto che la mamma sia stata uccisa, ma che a farlo sia stato proprio suo padre. Ricorda perfettamente la lunga battaglia legale ingaggiata dai genitori per la custodia sua e dei fratelli. Ricorda le liti. E pure, fatto più importante, che la mattina del delitto suo padre non era in casa, nonostante fosse molto presto e lui e i fratelli dovessero andare a scuola.Non appena compiuti i 18 anni, Pelle si rivolge al tribunale per far portar via gli altri figli dalla custodia del padre, dicendo che teme per la loro vita, e investe il denaro dell’eredità materna per dimostrare che è stato proprio papà a uccidere mamma. Pelle porta agli investigatori una serie di indizi, una testimonianza diretta sui graffi all’occhio che il padre aveva il giorno del delitto, quando tornò a casa, la prescrizione fatta da John alla madre di una confezione di Xanax, ritirata personalmente in farmacia, ma che mai sarebbe giunta nelle mani dell’anziana. Inoltre, la prova più importante, ma che può solo raccontare senza la pretesa di essere creduto, ovvero quelle risposte sconnesse del padre. “Cosa succede se l’ho fatto io e non mi ricordo?… Sono un mostro? Voglio Uta, vorrei che tua mamma fosse ancora qui“.
Dopo aver mosso anche i social media e convinto gli inquirenti a riaprire le indagini, il 25 aprile 2013, 18 mesi dopo che è stato trovato il corpo di Uta, la polizia arresta John per il suo omicidio, fissando la cauzione in un milione e mezzo di dollari. Alla fine, il rispettabile pediatra viene condannato a 15 anni.

È come essersi tolto un grosso peso -ha detto Pelle- È un giorno di immensa felicità.

Vanessa Mele

Vanessa Cardia aveva appena sei anni, il 3 dicembre del 1998, quando suo padre Pier Paolo, che faceva la guardia forestale, prese dalla fondina la sua calibro 9 d’ordinanza e sparò alla moglie Anna Maria. Un colpo solo “a diretto contatto con il cuoio capelluto e dall’esito letale”, scrissero i giudici, mentre la bambina giocava nella stanza accanto.
Oggi Vanessa porta il cognome della madre, Mele, ha 23 anni, vive a Liverpool ed è una criminologa, omaggio alla storia della sua vita e a una mamma che ha sempre vissuto più nei racconti degli altri e nelle carte giudiziarie che nei suoi ricordi.

Preferirei non parlare di quel giorno” dice lei a 27esima ora.

Dopo il delitto suo padre la prende per mano, la porta dai nonni e chiama il 112: “Venite a prendermi, ho ammazzato mia moglie“. Vanessa va a vivere con gli zii materni e, nonostante quel terribile trauma, la sua infanzia scorre felice.

Della mia infanzia conservo soltanto ricordi belli, è come se quelli brutti li avessi cancellati. Non mi è mai mancato nulla e la mia famiglia è stata quella che mi ha cresciuto. Io chiamo mamma e babbo i miei zii, è giusto così.

Vanessa arriva nel Regno Unito nel 2011, prima in Galles per la laurea e poi a Liverpool per seguire un master. Per la parte pratica del corso sceglie di fare volontariato in un centro di aiuto per donne con un passato di violenza alle spalle e il desiderio di costruirsi una nuova vita.
Ha completamente eliminato il padre dalla propria vita:

Aveva provato a contattarmi, anni fa, con una email che nel suo linguaggio voleva essere un messaggio di pace. Mi scriveva di aver saputo che ero fuori dall’Italia, che ne era contento e che voleva conoscermi. Gli ho risposto che non ero interessata e che non volevo avere niente a che fare con lui.

Pier Paolo Cardia, grazie a rito abbreviato e vari sconti, ha passato in cella pochissimo tempo, nemmeno dieci anni dei 14 e otto mesi ai quali era stato condannato. Una situazione che si ripete, purtroppo, molto spesso, scarcerazioni veloci che fanno spesso temere alle vittime scampate al massacro per la propria vita, come nel caso di Lidia Vivoli.

"Il mio ex mi ha ridotta così, vuole uccidermi e ora uscirà dal carcere"

"Il mio ex mi ha ridotta così, vuole uccidermi e ora uscirà dal carcere"

Appena ho compiuto 18 anni mi sono liberata del suo cognome e ho preso quello di mia madre. Ricordo che in quel periodo ero scioccata da quell’altra cosa che ha fatto. Aveva chiesto e ottenuto la pensione di reversibilità della mamma. Sono rimasta sconvolta, ancora adesso non mi spiego perché l’ha fatto. Io non gli ho mai fatto nulla, quella era l’unica mia fonte di reddito.

Il capitolo “padre” per Vanessa sarebbe chiuso se non fosse ancora aperta la causa civile per la proprietà della casa, quella del delitto, su cui lui continua a vantare dei diritti; Vanessa non ha intenzione di cedere, anche se recentemente una cartella esattoriale ha chiesto a lei i soldi per le tasse su quella casa non pagate negli anni. Ma Vanessa, lo ha dimostrato, non è certo tipo da arrendersi davanti a una cartella.

Asia

Asia è troppo piccola per parlare, ha solo cinque anni, e per lei lo fa la nonna, diventata a tutti gli effetti sua madre, Vera Squatrito.

Mamma Giordana è stata uccisa due anni fa, appena ventenne, dal papà di Asia, con 42 coltellate; era il 7 ottobre del 2015, a Nicolosi, nel catanese.

Quando sarà grande abbastanza per comprendere – dice Vera a Vanity Fair – le dirò tutto quello che è accaduto. Saprà che sua madre le è stata strappata via dal padre, che lui lo ha deciso.

Dopo la morte di Giordana, Vera ha ottenuto la tutela totale e definitiva di sua nipote Asia.

Le ho tolto il cognome, la patria potestà, ho fatto tutto quello che potevo per proteggerla e darle dignità. Quando sarà più grande deciderà autonomamente che rapporto avere con il carnefice di sua madre.

Anche Vera è una delle persone che chiedono una legge il prima possibile, per tutelare gli orfani di madri uccise e per equiparare le vittime di femminicidio a quelle di terrorismo e mafia.

Mia figlia aveva denunciato il suo ex compagno e lo Stato non è stato in grado di proteggerla. È giusto che oggi almeno tuteli sua figlia. Io parlo da nonna, mi interessa che venga sostenuta quando io non ci sarò più. Asia era già cresciuta a casa con me e Giordana. Vivevano con me, perché non mi fidavo del suo ex compagno ed era molto giovane quando è rimasta incinta. Però prima io ero la nonna, quella che la viziava mentre sua madre la educava. Adesso faccio entrambe le cose.

Asia fa spesso delle domande alla nonna sulla mamma, e Vera le risponde così:

Le dico che mamma è un angelo, che è sempre qui con noi e possiamo trovarla in cielo, in mezzo alle stelle. Cerco di farle elaborare la morte lentamente, giorno dopo giorno. Andiamo spesso al cimitero, che per noi è la casa degli angeli.