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Galleria: Cosa può insegnarci Jane Goodall dopo 40 anni vissuti tra gli scimpanzé

Cosa può insegnarci Jane Goodall dopo 40 anni vissuti tra gli scimpanzé

L'incredibile storia di Jane Goodall, l'etologa inglese che ha dedicato tutta la sua vita a studiare e proteggere famiglie di primati in tutto il mondo

La storia di Jane Goodall è speciale, sotto tanti punti di vista. Grazie alla sua determinazione, non solo si è affermata come etologa in un ambiente prettamente maschile, ma ha anche inventato un nuovo metodo di studio del mondo degli scimpanzé, per cui oggi lotta. Una vita straordinaria, che lei stessa ha raccontato al Time, in occasione dell’uscita del documentario Jane.

“Da piccola mi ero abituata a sognare come un uomo, perché volevo fare cose che a quel tempo le donne non potevano fare, come ad esempio viaggiare in Africa, vivere tra animali selvatici e scrivere libri. Non conoscevo nessuna esploratrice o scienziata a cui fare riferimento, ma mi ispiravo al Dottor Dolittle, Tarzan e Mowgli de Il Libro della Giungla – tutti personaggi maschili. Fu solo mia madre a sostenere il mio sogno: ‘Dovrai lavorare sodo, cogliere le opportunità e non mollare mai’, mi diceva. Ho condiviso questo messaggio con i giovani di tutto il mondo e molti di loro mi hanno ringraziata, dicendo ‘Mi hai insegnato che, visto che tu ce l’hai fatta, anche io ci riuscirò’. Vorrei tanto che mia madre ci fosse ancora per sentire come il suo messaggio abbia influenzato così tante persone al mondo”.

Non potendosi permettere di andare all’università, Jane Goodall iniziò a lavorare come segretaria a Londra. E, proprio in quel periodo, ricevette una lettera di un ex compagna di scuola che la invitava a fare una vacanza in Kenya. Dopo aver lavorato anche come cameriera per mettere da parte i soldi, riuscì a partire per l’Africa. Una volta lì, conobbe il celebre paleontologo Louis Leakey, che rimase impressionato dalla sua conoscenza degli animali africani, acquisita leggendo moltissimi libri. Fu così che lui le propose di osservare gli scimpanzé in Tanzania, a Gombe. Fino a quel momento nessuno aveva ancora studiato a fondo il mondo dei primati.

“Che incredibile opportunità. All’inizio gli scimpanzé scappavano non appena mi avvicinavo, ma una volta ottenuta la loro fiducia, ho capito quanto fossero simili a noi. Fu una giornata incredibile quando, per la prima volta, osservai uno scimpanzé usare e costruire oggetti per ‘pescare’ termiti dalle loro tane. A quel punto il National Geographic si offrì di continuare a finanziare la mia ricerca e mandò Hugo van Lawick, un talentoso regista, a documentare il comportamento degli scimpanzé. Un anno dopo mi chiesero di scrivere un articolo per la rivista. E poco realizzarono un documentario con le riprese di Hugo, narrato da Orson Welles”.

Dopo le sue incredibili scoperte, Jane Goodall venne invitata in America e attirò molta attenzione. I media impazzirono per lei, enfatizzando la sua avvenenza e parlando soprattutto delle sue gambe o dei suoi capelli biondi. Forse influenzati da questi commenti non richiesti e inopportuni, gli scienziati non presero sul serio il lavoro di Jane. A lei però non interessava: non aveva mai voluto essere una scienziata, voleva solo essere una naturalista. Divenne così la prima donna a ricevere un dottorato senza essere laureata: iniziò a studiare a Cambridge, dove le dissero però che si stava sbagliando.

“Mi hanno detto che gli scienziati dovrebbero essere freddi e oggettivi e non mostrare mai empatia per il loro ‘soggetti’. Ma è possibile fare osservazioni assolutamente accurate dal punto di vista scientifico e allo stesso tempo provare empatia per l’essere che si sta studiando. Anzi, a volte puoi intuire qualcosa di più di un determinato comportamento. E poi testare la tua intuizione con rigore scientifico”.

Gli studi di Jane Goodall rivoluzionarono l’approccio agli scimpanzé. Dal 1977, anno di fondazione del Jane Goodall Institute, alla ricerca sul terreno affiancò la divulgazione per la difesa della biodiversità, per il sostegno allo sviluppo sostenibile e per l’educazione ambientale. Oggi è anche Messaggera di Pace delle Nazioni Unite. La bambina che sognava di fare cose da uomo è diventata un’icona, ma lei la vede diversamente:

“Dato che ho avuto successo nel mondo scientifico, dominato in gran parte dagli uomini, sono stata descritta come un modello di riferimento femminista, ma io non la penso così. Anche se oggi il movimento femminista è diverso, molte donne che ce l’hanno fatta ci sono riuscite solo enfatizzando le loro caratteristiche maschili. Ma io avevo bisogno di qualità femminili per essere sia accettata che rispettata in diversi paesi. Mi piace come adesso il movimento femminista aiuti le donne a unire le proprie voci sui social media, favorendo un senso di solidarietà femminile”.

Cosa può insegnarci Jane Goodall dopo 40 anni vissuti tra gli scimpanzé

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