Come vivono le donne a Gaza? Situazione e diritti

Qual è la situazione delle donne a Gaza? Lo scopriamo mediante i diari delle scrittrici, poetesse e attiviste Batool Abu Akleen, Sondos Sabra, Nahil Mohana e Ala'a Obaid, raccolti dal volume "Se in una notte piovosa il tuo tetto fosse il cielo", edito da Blackie Edizioni.

Bisogna fare delle pause, durante la lettura di Se in una notte piovosa il tuo tetto fosse il cielo. Il volume, come recita il sottotitolo, riunisce le “Voci femminili di resistenza a Gaza” delle scrittrici, poetesse e attiviste Batool Abu Akleen, Sondos Sabra, Nahil Mohana e Ala’a Obaid mediante i loro diari, scritti tra l’inizio del conflitto israelo-palestinese, a ottobre 2023, e i primi mesi successivi al cessate il fuoco del gennaio 2025.

E bisogna fare delle pause, mentre si leggono, perché le loro parole sono intrise di dolore e distruzione, ma anche di una liricità potente e magnetica, da centellinare per non farsene trafiggere. I diari, editi da Blackie Edizioni, tratteggiano la condizione delle donne a Gaza e la loro quotidianità, tra il boato dei missili e la vita che prosegue imperterrita, nonostante tutto, tra nuovi modi di stare al mondo, uova che costano troppo, amicizie sempre più salde, bagni condivisi, carenza d’acqua, esami universitari, torte e biscotti, sfollamenti continui e l’incredulità di un genocidio inumano che annienta vite, speranze e orizzonti di futuro.

Se in una notte piovosa il tuo tetto fosse il cielo, infatti, come precisa Barbara Schiavulli nella sua prefazione, «non è una raccolta di diari. È un campo di macerie attraversato da voci. È una tenda che vibra sotto il passaggio dei caccia. È una ragazza che studia mentre il cielo decide se concederle un altro giorno. È una madre che prepara biscotti sapendo che il domani non è garantito».

Attraverso la sua lettura, osserviamo da vicino come vivono le donne a Gaza e, soprattutto, in quali condizioni versano attualmente.

La guerra a Gaza dal 7 ottobre 2023 a oggi

Il 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno attaccato Israele, uccidendo circa 1.200 civili e militari israeliani e rapendone circa 250. Le azioni di Hamas sono sorte come risposta agli attacchi israeliani nella Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme e alle violenze perpetrate nei campi di rifugiati in Cisgiordania. In seguito all’attacco terroristico, Israele ha dichiarato formalmente guerra per la prima volta in 50 anni (dalla guerra del Kippur risalente al 1973), avviando la cosiddetta “guerra di Gaza”.

Come si vive in stato di guerra? Ce lo dice Nahil, all’inizio del suo diario:

Oggi sono stata svegliata dalle ripetute incursioni nei cieli di Gaza. Erano rumori strani e terrificanti, soprattutto per noi che viviamo nel nord della Striscia, l’area più pericolosa, dove vi sono ampie zone da cui spesso vengono lanciati missili della resistenza e che Israele, a sua volta, colpisce frequentemente.

Dalla dichiarazione di guerra sono seguiti due anni di offensive militari su Gaza, costellati di carri armati, droni, munizioni imbevute di fosforo bianco, bombardamenti, milioni di persone sfollate (non una, non due, ma anche decine di volte), morti, feriti e carestia. Un clima di paura e terrore che Batool, purtroppo, conosce perfettamente:

Conosco bene questa paura. Mi ha accompagnato durante tutta l’infanzia. I miei polmoni non dimenticano: l’odore della polvere da sparo li impregna ancora. È questo ciò che sperimentano i bambini di Gaza. Insieme alle lettere dell’alfabeto impariamo l’alfabeto delle guerre. Avevo solo otto anni quando il mio cuore è stato messo alla prova per la prima volta. Eravamo nella sala d’esame di lingua araba quando le esplosioni hanno cominciato a tuonare tutt’attorno a noi, via via più vicine alla scuola. Le parole guerra, escalation o conflitto ancora non facevano parte del mio vocabolario; non capivo le sottili differenze che correvano tra l’una e l’altra.

Il 10 ottobre 2025 è entrato in vigore un nuovo cessate il fuoco, ma a Gaza non c’è ancora pace. Circa due terzi della Striscia, infatti, restano ancora inaccessibili o soggetti a severe restrizioni di movimento, i feriti ammontano a più di 4.000 persone e i morti a più di 1.300. La pace è in stallo, le città sono rase al suolo, la crisi umanitaria ha raggiunto la sua acme.

Come vivono le donne a Gaza: sfollamento e macerie

Il titolo del volume di Blackie Edizioni – con testi di Barbara Schiavulli e Arianna Porcelli Safonov e traduzioni di Sara Clamor, Luca Iacovone, Clara Serretta e Lorenzo Vetta – non è una metafora. Spesso, a Gaza, il tetto è il cielo, il telo di una tenda o la pioggia, che inzuppa tutto ciò che si possiede, impedisce di dormire e fa ammalare.

Dal 7 ottobre 2023, l’esercito israeliano ha emesso – soprattutto tramite volantini, che «riempiono il cielo e cadono come foglie d’autunno», spiega Sondos – più di 150 ordini di evacuazione, in particolar modo verso sud, provocando ondate ingenti di spostamenti forzati. Quasi un milione di donne e ragazze è stato sfollato, molte anche più di quattro volte, come riporta l’UN Women.

Lo sfollamento è un salto verso l’ignoto – precisa sempre Sondos. Si abbandona tutto ciò che si ama e si cerca di stipare la propria vita in un bagaglio d’emergenza. Mentre preparo il mio, mi chiedo: cosa potrà mai contenere? Come può una borsa racchiudere tutto ciò che rende questo posto una casa?

Risultato: asili, scuole, ospedali, edifici abbandonati e distrutti e stanze divengono i nuovi rifugi, capaci di ospitare, in pochissimi metri quadrati, anche trenta, quaranta persone, stipate senza dignità. Ce ne dà testimonianza Ala’a:

Il quinto giorno, mio zio Ziad ci ha chiamati. Voleva che accogliessimo altre venti persone: i suoi fratelli e le loro famiglie. Il nostro numero è salito a trentacinque, tutti dentro un piccolo appartamento. Un po’ a sorpresa, la folla ci ha confortati. C’è una sensazione di sicurezza nei numeri, anche se è un’illusione.

E, qualche sfollamento dopo, aggiunge:

Quando sono giunta all’asilo, ero un fascio di nervi. Anche se i suoceri di Jamil erano arrivati prima di noi, era la prima volta che mi ritrovavo a dormire con così tanti sconosciuti. Ma non appena sono entrata, sono stata circondata da persone gentili che mi hanno accolta come una famiglia. Ciò che colpiva di più era il legame emotivo tra le famiglie: le battute e l’ottimismo che sfidavano la durezza della guerra e della vita quotidiana. La maggior parte di loro aveva perso la propria casa, ma cercava comunque di sorridere, nonostante tutto. Ma c’era anche sofferenza, soprattutto nella sfida di fornire cibo a sufficienza al numero crescente di sfollati.

E, ancora, racconta Nahil:

Ora siamo circa in trenta a vivere in un palazzo pressoché vuoto: donne e bambini dormono in un appartamento, mentre gli uomini e i ragazzi nell’atrio. L’edificio è dotato di pannelli solari: per qualche giorno siamo riusciti a ricaricare i telefoni, guardare i nostri film preferiti e a seguire ogni notiziario su Al Jazeera. Che gioia! Ma la tregua è durata poco. Oggi i carri armati si sono aperti un varco e sono entrati nella nostra strada.

Fame e prezzi: cosa mangiano le donne a Gaza

La guerra, si sa, porta con sé anche fame, carestia, inflazione e prezzi proibitivi. Lo conferma l’IPC – Integrated Food Security Phase Classification, ossia il sistema internazionale di classificazione della sicurezza alimentare, che, ad agosto 2025, ha confermato la carestia a Gaza, registrando oltre 640.000 persone in condizioni catastrofiche.

E non solo. Al 12 settembre 2025, i morti per malnutrizione ammontavano a 369, tra cui 97 bambini morti di fame e altri 49.500 in trattamento per malnutrizione, al momento del cessate il fuoco di ottobre. Circa il 40% delle donne incinte o in allattamento, inoltre, risultava malnutrito, mentre circa 500.000 donne e ragazze era a rischio di fame (a luglio 2025).

Nei diari Se in una notte piovosa il tuo tetto fosse il cielo si parla quasi a ogni pagina della mancanza di cibo e delle difficoltà per reperirlo, dei mercati che o sono vuoti, o presentano prezzi così elevati da repellere gli acquirenti, e della fame, cieca, e della gioia, pura, quando arrivano i pacchi alimentari da parte delle organizzazioni umanitarie.

Come riporta Nahil (il suo è il diario più lungo):

A ogni casa spettano due sacchi di farina, bianca come la luna, e subito tiriamo fuori gli strumenti per impastare e cuocere. La gioia che proviamo a lavorare questa farina candida, non adulterata con quella di mais e d’orzo, che negli ultimi due mesi ci ha distrutto lo stomaco e le papille gustative, è indescrivibile. Prepariamo torte e tè e mangiamo come se non avessimo mai assaggiato il pane prima d’ora!

E, ancora, qualche tempo dopo:

A Nord è arrivata la frutta. […] Oggi taglio le banane a rondelle, le mele a quadratini e i kiwi e i cachi a triangoli. Bevo un bicchiere di succo d’arancia fresco. Due bicchieri! Per mesi, la gente è stata in balia dei malanni invernali, dell’influenza, della tosse e dei raffreddori a causa delle base difese immunitarie. Ma ora, davanti a me, ho un grande piatto di felicità e vitamina C.

D’altronde, l’obiettivo degli israeliani è stato chiaro fin da subito: disumanizzare i palestinesi. Lo sottolinea con rabbia e sofferenza Sondos:

A Gaza, di fronte a una simile brutalità, ti ritrovi a lottare per ricordare di essere umano, di meritare la vita. Israele non offre nulla che possa aiutare a tenerlo a mente: né un sorso d’acqua potabile, né una doccia calda per lavare via la polvere della guerra. Dal primo giorno di questo genocidio, gli israeliani lo hanno annunciato chiaro e tondo: «Niente acqua, niente cibo, niente elettricità». E per i diciassette anni precedenti ci hanno imposto un blocco soffocante, dandoci l’impressione che persino l’aria che respiravamo fosse controllata e razionata.

Lo conferma Nahil:

La gente ha ripreso a bruciare legna per cucinare e scaldare l’acqua per il bagno. Gli uomini accendono i fuochi; le donne cucinano. L’olio vegetale viene usato come carburante per le automobili, indispensabili per andare a recuperare rifornimenti. Il cibo viene diviso equamente in due pasti al giorno e a ciascuno spetta un solo pezzo di pane. Ci si lava una volta a settimana e si tengono addosso gli stessi vestiti per vari giorni di fila, dal momento che non c’è acqua calda per lavarli. In estrema sintesi, questo è il popolo palestinese: si lamenta, poi si sposta, poi si adatta.

I diritti calpestati delle donne a Gaza

A subire le conseguenze più gravi del conflitto vi sono i bambini e le donne. E le loro cure. Tra ottobre 2023 e ottobre 2025, l’OMS ha conteggiato più di 900 attacchi contro strutture sanitarie, ospedali e ambulanze, inclusi i reparti di maternità e le cliniche per la fertilità. A settembre 2025, risultava funzionante solo il 37% dei quasi 360 punti di servizio dedicati alla salute sessuale e riproduttivi presenti nella Striscia.

In tempi di guerra, anche la salute e i diritti delle donne vengono ricoperti dalle macerie della distruzione implacabile. E, anche per le donne a Gaza, sopravvivere è sempre più difficile.

Lo illustra dolorosamente bene Batool:

Se non fossi stata una donna, non avrei dovuto preoccuparmi quando gli assorbenti erano introvabili. Non mi sarei arrabbiata con il mio corpo, che ha cospirato contro di me dandomi due cicli in un mese. Non avrei pensato agli effetti del genocidio sui miei livelli di estrogeni e di progesterone, sulla mia pelle e sul mio corpo. Una donna deve pensare a tutte queste cose.

Mancano gli assorbenti, manca la dignità e mancano, infine, anche i letti per ospitare le donne che devono partorire. Una delle scene più toccanti dei diari raccolti da Blackie Edizioni è proprio il parto di Ala’a e le condizioni in cui è avvenuto. La scrittrice ricorda, infatti, che:

Il medico non è stato molto delicato nelle sue parole; ha ribadito che non c’erano letti disponibili in ospedale e che le mie condizioni non erano gravi. Dopotutto non stavo sanguinando, ha detto, e il mio feto non era debole. Non potevo credere che un ospedale rifiutasse una paziente in travaglio solo perché non si trattava di un caso di vita o di morte. Eravamo davvero arrivati a questo punto?

E, poi:

Dopo un po’ è tornato e ha detto: «Ho trovato un letto per lei». Mi hanno portata in una stanza con quattro pazienti e un bagno privato inutilizzabile. Il medico mi ha detto che avevo bisogno di tempo, che avrei dovuto aspettare quattro o cinque ore. Ha chiesto a una delle infermiere di collegarmi al monitor fetale e di prepararmi una flebo. Mi sono sdraiata sul letto, un letto senza lenzuola.

In questo sterminio di umanità e valori, vi è ancora spazio, però, per l‘amore, l’amicizia (tantissima, citata più volte in tutti i diari) e la dedizione per la famiglia (commovente la ricerca forsennata di Ala’a per un solo uovo, utile per preparare una torta di compleanno alla figlia Rusal, così come la preparazione dei ghorayeba da parte della mamma di Batool, i suoi biscotti preferiti, cucinati per alleviare un po’ la sua depressione).

Quasi come se ci fosse un monito implicito, che Sondos descrive alla perfezione: «Ricordo di ricordare!». Come spiega la scrittrice, infatti:

Israele vuole privarmi della mia umanità. Ma sempre rammento a me stessa che sono uno spirito, un cuore che batte, un essere libero. Non vogliono che mi consideri altro che un numero, una creatura senza voce. E quando hanno dichiarato: «Niente acqua, niente cibo, niente elettricità», sembrava quasi che sussurrassero a mezza bocca: «Niente memoria, niente umanità». Ma hanno fallito. Penso, scrivo, ricordo. Ricordo di ricordare, e non permetterò che questa memoria venga cancellata.

E anche noi, parlandone, leggendone e scrivendone, non dobbiamo permetterci di voltare lo sguardo di fronte alla disumanizzazione – mai, anche se è complesso sostenerlo -, e, soprattutto, non dobbiamo permettere che la sofferenza degli altri individui non ci sconvolga più – come riflette Ala’a. Dobbiamo, ancora e ancora, “ricordarci di ricordare”.

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