Il Manifesto di Rivolta Femminile: una lezione valida ancora oggi

Il Manifesto di Rivolta Femminile è stato un punto importante nella storia del femminismo italiano: perché "sputiamo su Hegel" non è solo uno slogan, ma ha un significato profondo.

La contemporaneità non è il solo tempo in cui si parla di patriarcato o in cui ci si oppone ad esso. Nella storia del femminismo, soprattutto quello della seconda ondata, ci fu infatti in Italia un movimento interessante che si concretizzò nel Manifesto della rivista Rivolta Femminile. Scopriamo di cosa si tratta, chi lo ha scritto e il suo significato, che porta con sé una lezione attualissima ancora oggi.

Cos’è il Manifesto di Rivolta Femminile

Come riporta Internazionale, nella primavera 1970, nacque a Roma la rivista Rivolta Femminile: divenne ben presto un coacervo di scrittrici e attiviste che, attraverso una bella penna, riuscirono a concretizzare idee senza troppi fronzoli che mirassero a una reale liberazione femminile, a una parità che giungesse dal separatismo con gli uomini.

Così, a luglio 1970 il Manifesto venne affisso prima a Roma e poi a Milano, per poi essere diffuso anche attraverso volantini. Il movimento non si fermò, ma continuò a operare con le pubblicazioni della rivista e culminò in un secondo manifesto, affisso nel marzo 1977 e denominato Manifesto di Rivolta – Lo dico io, che conteneva l’introduzione alla raccolta di saggi La presenza dell’uomo nel femminismo di Marta Lonzi, Anna Jaquinta e Carla Lonzi.

Il testo del Manifesto appartiene a tre firme significative della rivista, alle tre voci di Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti. E se in apertura citano la protofemminista francese Olympe de Gouges, in chiusura annunciano che avrebbero comunicato solo con le donne. Da qui il separatismo nei confronti degli uomini ma anche l’idea dell’autodeterminazione della donna per sé e la collettività delle sue pari.

Il testo del Manifesto di Rivolta Femminile

Qui di seguito il testo integrale del Manifesto di Rivolta Femminile:

La donna non va definita in rapporto all’uomo.
Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà.
L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna.
La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli.
Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione. Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza.
La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto.
Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario.
Finora il mito della complementarietà è stato usato dall’uomo per giustificare il proprio potere.
Le donne sono persuase fin dall’infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona “capace” e “responsabile”: il padre, il marito, il fratello…
L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione.
Verginità, castità, fedeltà, non sono virtù; ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia.
L’onore ne è la conseguente codificazione repressiva.
Nel matrimonio la donna, privata del suo nome, perde la sua identità significando il passaggio di proprietà che è avvenuto tra il padre di lei e il marito.
Chi genera non ha la facoltà di attribuire ai figli il proprio nome: il diritto della donna è stato ambito da altri di cui è diventato il privilegio.
Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale.
Riconosciamo nel matrimonio l’istituzione che ha subordinato la donna al destino maschile.
Siamo contro il matrimonio.
Il divorzio è un innesto di matrimoni da cui l’istituzione esce rafforzata.
La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica.
Il primo elemento di rancore della donna verso la società sta nell’essere costretta ad affrontare la maternità come un aut-aut.
Denunciamo lo snaturamento di una maternità pagata al prezzo dell’esclusione.
La negazione della libertà d’aborto rientra nel veto globale che viene fatto all’autonomia della donna.
Non vogliamo pensare alla maternità tutta la vita e continuare a essere inconsci strumenti del potere patriarcale.
La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante.
In una libertà che si sente di affrontare, la donna libera anche il figlio e il figlio è l’umanità.
In tutte le forme di convivenza, alimentare, pulire, accudire e ogni momento del vivere quotidiano devono essere gesti reciproci.
Per educazione e per mimesi l’uomo e la donna sono già nei ruoli nella primissima infanzia.
Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico), hanno costretto l’umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente.
Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi. Non vogliamo d’ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo.
Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società.
Unifichiamo le situazioni e gli episodi dell’esperienza storica femminista: in essa la donna si è manifestata interrompendo per la prima volta il monologo della civiltà patriarcale.
Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.
Permetteremo quello che di continuo si ripete al termine di ogni rivoluzione popolare quando la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi?
Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dalla egemonia dell’efficienza.
Noi vogliamo mettere la nostra capacità lavorativa a disposizione di una società che ne sia immunizzata.
La guerra è stata da sempre l’attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile.
La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un’altra cosa.
Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?
Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria.
Dare alto valore ai momenti “improduttivi” è un’estensione di vita proposta dalla donna.
Chi ha il potere afferma: “Fa parte dell’erotismo amare un essere inferiore”. Mantenere lo status quo è dunque un suo atto di amore.
Accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme, perché abbiamo smesso di considerare la frigidità un’ alternativa onorevole.
Continuare a regolamentare la vita fra i sessi è una necessità del potere; l’unica scelta soddisfacente è un rapporto libero.
Sono un diritto dei bambini e degli adolescenti la curiosità e i giochi sessuali.
Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!
Alle nostre spalle sta l’apoteosi della millenaria supremazia maschile.
Le religioni istituzionalizzate ne sono state il più fermo piedistallo.
E il concetto di “genio” ne ha costituito l’irraggiungibile gradino.
La donna ha avuto l’esperienza di vedere ogni giorno distrutto quello che faceva.
Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili.
Nulla o male è stato tramandato della presenza della donna: sta a noi riscoprirla per sapere la verità.
La civiltà ci ha definite inferiori, la Chiesa ci ha chiamate sesso, la psicanalisi ci ha tradite, il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica. Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l’inferiorità della donna.
Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione della umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas.
Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna.
Sputiamo su Hegel.
La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale.
La lotta di classe, come teoria rivoluzionaria sviluppata dalla dialettica servo-padrone, ugualmente esclude la donna.
Noi rimettiamo in discussione il socialismo e la dittatura del proletariato. Non riconoscendosi nella cultura maschile, la donna le toglie l’illusione dell’universalità.
L’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione.
La forza dell’uomo è nel suo identificarsi con la cultura, la nostra nel rifiutarla.
Dopo questo atto di coscienza l’uomo sarà distinto dalla donna e dovrà ascoltare da lei tutto quello che la concerne.
Non salterà il mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione.
Nella cocente realtà di un universo che non ha mai svelato i suoi segreti, noi togliamo molto del credito dato agli accanimenti della cultura.
Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte.
Noi cerchiamo l’autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo né all’organizzazione né al proselitismo.

Il significato del Manifesto

Sicuramente quello che più incuriosisce sul Manifesto di Rivolta Femminile è l’espressione “Sputiamo su Hegel”. Come si può intuire, quell’Hegel lì è Georg Wilhelm Friedrich Hegel, filosofo tedesco autore della Fenomenologia dello spirito. Da quell’espressione nascerà poi il saggio di Carla Lonzi, che chiarirà il perché dello sputare su Hegel.

Si tratta fondamentalmente di un punto di inizio contro quello che oggi chiamiamo male gaze, ovvero lo sguardo maschile che permea parte della nostra realtà e che pian piano viene – lo speriamo – rosicchiato da una visione più inclusiva. Secondo Lonzi, Hegel va condannato per l’assenza della donna nella Storia, quando in realtà tantissime donne sono state presenti e sono ancora oggi foriere di grandi insegnamenti, più o meno da Ipazia di Alessandria in poi.

Per Hegel, esisterebbe un organismo divino femminile che supervisionerebbe la famiglia, rendendo le donne passive: è chiaro che questo è qualcosa che Lonzi non poteva accettare, così come è inaccettabile comprenderlo con un occhio contemporaneo. Peraltro per il Manifesto l’oppressione femminile non avrebbe avuto inizio con il capitalismo, tanto che perfino Karl Marx – che sosteneva che la liberazione della donna sarebbe stata conseguenza naturale dell’abolizione della proprietà privata – viene accolto: la donna, in buona sostanza, deve liberarsi da sé.

Le critiche di Lonzi – più vicina al pensiero anarchico e incline a focalizzarsi anche su temi scomodi, come la sessualità femminile, tanto da scrivere poi il saggio dal titolo La donna clitoridea e la donna vaginale – investono tra gli altri perfino Sigmund Freud: parlare di invidia del pene equivale a ignorare la sessualità femminile.

Un femminismo lontano da altri movimenti, ma ancora attuale

Separatismo e autocoscienza, come detto, sono i fondamenti del Manifesto. Ma qualunque tentativo di inserirlo in un contesto politico potrebbe essere fallimentare. La Rivolta Femminile fu infatti a tutti gli effetti un’esperienza originale, lontana dalla sinistra e dai movimenti giovanili del 1968 e post’68.

Il Manifesto di Rivolta Femminile parla di lotta al patriarcato, di liberazione personale e per tutte le donne: due temi che ancora oggi ci ritroviamo ad affrontare nella nostra vita quotidiana. Ma è forse la citazione di Olympe de Gouge che colpisce, perché è un invito all’unità. In altre parole, le donne devono stare dalla parte delle donne:

Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?

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