Ti sembra di non avere uno scopo nella vita? Provi una sensazione di vuoto? Ti senti semplicemente un po’… “blah”? Questa sensazione si chiama languishing, è il torpore emotivo e mentale portato dalla pandemia.

Languishing: cosa significa?

Il termine “languishing” significa letteralmente “languore” ed è stato coniato dal sociologo Corey Lee M. Keyes:

Languire non è né sentirsi bene né sentirsi tristi, è non provare niente. È quasi come se ti mettessi in attesa e aspettassi che succedesse qualcosa di buono.

Si tratta di un senso di stagnazione e di vuoto, come se ci si confondesse nel trascorre dei giorni, guardando alla propria vita come attraverso un parabrezza nebbioso.

Il languishing è anche la mancanza di significato, scopo o appartenenza a qualcosa, una sensazione che porta all’incapacità di provare emozioni. Questo senso generale di apatia non va però confuso con la depressione, sottolinea Keyes, che è invece un disturbo clinico.

Un esempio concreto di questa differenza vede da una parte la persona depressa che si lascia andare completamente, spesso non volendo neanche alzarsi dal letto, mentre dall’altra, la persona in preda al languishing segue passivamente l’andamento della propria vita.

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Adam Grant, psicologo della Wharton School (Università della Pennsylvania), in un suo recente articolo sul New York Times ha definito il languishing come:

Il trascurato figlio di mezzo della salute mentale che può spegnere la tua motivazione e concentrazione.

In psicologia la salute mentale si spiega in uno spettro che va dalla depressione, il livello più basso di estremo malessere, alla prosperità, il picco massimo di benessere chiamato da Keyes “flourishing”. Una persona “florida” è piena di emozioni positive e non prova alcun disagio sia dal punto di vista psicologico che sociale.

Il languishing si trova esattamente a metà tra questi due poli ed esprime l’assenza di malattia mentale ma al contempo fa sì che il soggetto non si sia nemmeno il ritratto della salute. Chi soffre di languishing non “funziona” a pieno regime, questa sensazione smorza la motivazione e disturba la capacità di concentrarsi.

Nel libro di Keyes intitolato Flourishing: Positive Psychology and the Life Well-lived, emerge anche come il languishing sia molto più diffuso dei maggiori disturbi depressivi e per questo merita da parte della comunità scientifica una sempre maggiore attenzione.

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Languishing e pandemia da Covid-19

Il languishing è stato oggetto di ricerche già da diversi anni, anche se in misura nettamente inferiore rispetto alla depressione, e con l’avvento della pandemia da Covid-19 questa sensazione di vuoto si è estesa a macchia d’olio.

Come illustra il professor Grant, nei primi incerti giorni della pandemia, è probabile che l’amigdala, il sistema di rilevamento delle minacce del cervello, fosse in allarme per il pericolo del virus ma con l’utilizzo delle mascherine e la messa in atto dei protocolli di sicurezza questo senso di paura e angoscia hanno iniziato ad alleviarsi. Ma come sappiamo bene la pandemia non è ancora finita e assieme a lei ci trasciniamo un senso quasi cronico di languishing.

Cary Cooper, professore di Psicologia organizzativa e salute alla Manchester Business School, ha dichiarato all’Independent che il languishing

è prevalente ora a causa della mancanza di contatto sociale in tempo reale con le persone a cui si tiene e sentendosi meno in controllo degli eventi e del futuro, a causa della pandemia e del suo effetto diretto sul proprio stile di vita.

Sono quindi principalmente 3 i fattori che hanno comportato un aumento della diffusione del languishing in tempi di Covid-19:

  • Mancanza di controllo: La pandemia ci ha costretto ad arrenderci all’idea che non possiamo controllare la nostra vita con l’intenzione di pianificarla esattamente nei tempi e nelle modalità che desideriamo.
  • Cambiamento drastico delle abitudini: L’utilizzo delle mascherine, il rispetto dei protocolli sanitari, il distanziamento sociale, l’isolamento e il coprifuoco hanno sconvolto profondamente la nostra quotidianità facendoci adottare una routine del tutto nuova e impensabile prima dello scoppio della pandemia.
  • Scarsità/assenza del contatto umano: Durante la fase più acuta dell’epidemia da Covid-19 è stato uno degli aspetti più difficili da accettare. È intrinseca all’essere umano la necessità di interagire con i suoi simili e vivere la socialità, un contatto che in quest’ultimo anno si è svolto quasi esclusivamente a distanza. Anche se grazie alle tecnologia siamo stati in grado di comunicare e vedere i nostri cari, l’emozione di incontrarsi faccia a faccia e di abbracciarci o stringersi la mano restano esperienze insostituibili.
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Anche la ricerca ha iniziato ad indagare sul nesso tra languishing e Covid-19: un valido esempio è costituito dallo studio realizzato dal Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche “Luigi Sacco” dell’Università degli Studi di Milano su un campione di operatori sanitari lombardi durante la pandemia. I risultati hanno mostrato come coloro che soffrivano di languishing nella primavera del 2020 hanno tre volte in più la probabilità dei loro coetanei di ricevere una diagnosi di disturbo da stress post-traumatico.

I dati raccolti, secondo il professor Lei Yang e i suoi colleghi, possono offrire spunti significativi sulle sfide presenti e future legate alla pandemia di Covid-19 diventando utili anche per i professionisti della salute mentale e per i governi dei Paesi.

Azioni volte a fornire una formazione adeguata, a proteggere le categorie di lavoratori più vulnerabili e a promuovere la salute mentale per l’intera popolazione possono mitigare l’impatto psicologico negativo della pandemia e aiutare a pianificare una fase post-pandemica.

Le conseguenze del languishing

A seguito della sua ricerca decennale su un campione di oltre 1.700 persone, il professor Keyes ha scoperto che il languishing rappresenta un reale fattore di rischio per la futura salute mentale. Esso può spianare la strada allo sviluppo di depressione, ansia e nei casi particolarmente gravi può spingere al suicidio.

La persistenza della salute mentale nel tempo diventa ancora più importante per le persone con dipendenze da alcol o droga. Uno studio australiano del 2015 ha scoperto che su un campione di 800 individui sottoposti a trattamento residenziale per l’abuso di sostanze, coloro che rimanevano in astinenza ottenevano punteggi più alti in termini di flourishing e sperimentavano meno voglie rispetto a chi era in preda al languishing.

Secondo la teoria dell’ampliamento e della costruzione delle emozioni positive di Barbara L. Fredrickson, le emozioni negative restringono il repertorio di pensieri e azioni di una persona al contrario di quelle positive, che hanno invece un effetto di ampliamento, espandendo la capacità cognitiva, aumentando le potenziali strategie di coping (ovvero azioni di risposta, adattamento alle avversità) e migliorando il processo decisionale.

Partendo da queste premesse, uno studio della Texas University ha evidenziato come i soggetti che provano languishing attuano le strategie di coping adattivo molto meno rispetto alle persone soggette a flourishing, e dall’altro lato attuano molto meno strategie di coping disadattivo (ovvero quei comportamenti che aumentano il livello di stress e sabotano la risoluzione di un problema) se messi a confronto con soggetti depressi.

Il languishing condiziona anche il nostro modo di vedere le situazioni e il mondo, come evidenzia la dottoressa Melanie Badali, psicologa e direttrice del consiglio di Anxiety Canada:

Mentre è sano sperimentare una gamma di emozioni, comprese quelle negative, l’equilibrio è spento [quando provi il languishing]. Si può pensare che le persone sono fondamentalmente cattive, che la società è corrotta, che non si è in grado di gestire le proprie responsabilità, che non si hanno relazioni calde e fiduciose, si ha difficoltà a trovare un significato e una direzione nella vita, che le proprie idee non contano.

Chi è più incline al languishing?

Alcune persone hanno più probabilità di provare questo stato d’animo rispetto ad altre? In realtà nessuno è immune dal provare il languishing ma coloro che sono in grado di gestire lo stress e sanno adattarsi a nuove situazioni ne sono meno inclini, come sostiene la psichiatra Gayani De Silva:

Sapere come gestire lo stress ti impedisce di essere sopraffatto e confuso.

Questo vale sia per soggetti che hanno una storia di depressione sia per chi, contrariamente, non ha mai avuto problemi di salute mentale. A questo proposito però, la dottoressa Leela R. Magavi, psichiatra formatosi alla Johns Hopkins e direttrice medica regionale per la Community Psychiatry in California, tiene a sottolineare che coloro che sono geneticamente predisposti a condizioni psichiatriche, o hanno una storia di ansia o depressione, hanno più probabilità di provare languishing rispetto agli altri.

L’inclinazione al languishing dipende anche dal tipo di personalità che caratterizza un soggetto. Gli estroversi, spiega la psicologa Sheila Forman, possono avere maggiori probabilità di soffrirne per la semplice ragione che stare a casa e quindi lontano dalle persone è più difficile per loro rispetto agli introversi.

Gli estroversi sono persone che si eccitano stando in mezzo alla gente, si ricaricano in mezzo alla folla e questo è vitale per il loro benessere generale. Gli introversi, invece, preferiscono raggrupparsi da soli, e la solitudine è un paradiso per loro.

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Languishing: come superarlo

Se come sostiene Adam Grant, il languishing sarà l’emozione dominante del 2021, cosa si può fare per gestirlo e superarlo? Ecco i suoi consigli:

1. Dare un nome alle sensazioni

Cercare di comprendere l’emozione che si sta provando in un dato momento è un passo importante per prendere coscienza del problema e aiuta a rendere più chiara una condizione inizialmente ambigua e confusa. Anche David Lazzari, presidente nazionale dell’Ordine degli Psicologi, è dello stesso avviso e sostiene che la condizione del languishing debba e possa essere superata: 

[…] ho sentito tante volte descrivere questa situazione da persone amiche, da persone che si sono rivolte a me per un aiuto professionale, da colleghe e colleghi che mi parlavano del loro lavoro, da tanti genitori o dagli stessi ragazzi. […] Sentimenti che vanno ascoltati e rispettati ma corretti: star male psicologicamente è sempre segno di una attenzione verso noi stessi, è una presa di coscienza da cui partire, fondamentale per ogni cambiamento positivo. Star male nella pandemia è una condizione diffusa e praticamente “normale” dal punto di vista statistico: ma una conseguenza “normale” non vuol dire giusta o ininfluente e neanche ineluttabile, ingestibile o irrisolvibile.

2. Ricordarsi che non si è soli

È importante ricordarsi che ci sono milioni di persone che provano il nostro stesso stato d’animo: il languishing è una sensazione condivisa. Confrontandoci con amici, parenti e colleghi scopriremo come esso sia estremamente diffuso e magari anche chi è vicino a noi prova lo stesso, perché la pandemia ha costretto l’intera popolazione mondiale a fare i conti con un cambiamento tanto inaspettato quanto non voluto.

3. Focalizzarsi su piccoli obiettivi giornalieri

Per contrastare il languishing è utile concentrarsi su piccole vittorie, piccoli traguardi in grado di aumentare la nostra determinazione a uscire da questo stato d’animo. Per farlo è importante ritagliarsi del tempo ogni giorno e dedicarsi ad un progetto interessante, un obiettivo, una conversazione significativa, un piccolo passo verso la riscoperta dell’energia e dell’entusiasmo che si provava prima della pandemia. Il senso di totale assorbimento in ciò che si sta facendo e quindi la perdita di cognizione spazio-temporale è chiamato “flow”, cioè flusso. Questo stato mentale è un vero e proprio antidoto contro il languishing.

Il languishing è diventata una sorta di epidemia silenziosa che facciamo fatica a scrollarci di dosso. Ma come riusciremo a sconfiggere il Covid-19, anche questo stato d’animo, un giorno, sarà solo un lontano ricordo.

Articolo originale pubblicato il 21 Maggio 2021

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