Perché il reverse racism o razzismo inverso non esiste e questo non è razzismo

Il reverse racism è un atteggiamento tipico di persone che rappresentano la maggioranza in un contesto socio-politico, sorto come reazione ai movimenti anti-razzisti, nati per tutelare i diritti delle minoranze oppresse. Ma si può davvero parlare di razzismo?

Per razzismo si intende la svalutazione, la disumanizzazione fino all’emarginazione e all’esclusione sociale di alcune categorie di persone in base alla loro etnia. Prendiamo in prestito le parole di  Worku Nida, un esperto di antropologia socioculturale, attualmente assistente professore nel dipartimento di antropologia dell’Università della California Riverside, che ci consegna una definizione eloquente del concetto.

Il razzismo è un meccanismo in cui le risorse e purtroppo il potere, la ricchezza, il prestigio e persino l’umanità sono distribuiti lungo una linea di colore. Questo è ciò che è il razzismo.

Sono diversi i tipi di razzismo con cui veniamo a contatto, più o meno consapevolmente, nelle nostre società.

Un primo tipo di razzismo è quello più esplicito che si esprime attraverso manifestazioni visibili e consapevoli: questi possono includere un linguaggio dispregiativo e discriminatorio basato sulla razza, simboli e comportamenti che sono facilmente osservabili e rilevati dalle vittime, fino a veri e propri atti di violenza.

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Vi sono poi manifestazioni meno visibili di razzismo, ma non per questo meno gravi, che si esprimono attraverso norme, pratiche e comportamenti legittimati e interiorizzati al punto da non essere riconosciuti come estranei e lesivi, ma identificati come la norma: in questo caso siamo di fronte a un tipo di razzismo sistemico o endemico.

Il razzismo sistemico viene perpetuato e legittimato grazie a pratiche istituzionali radicate, politiche e leggi che hanno lo scopo di creare continui vantaggi socio-economici e politici per un gruppo razziale, considerato il gruppo interno o “in-group” razziale, e a danno di altri, considerati minoranze.

È quello che porta i bianchi in molti Paesi – primi tra tutti gli Stati Uniti – a godere “silenziosamente” di diversi privilegi, tra cui un migliore accesso al lavoro, opportunità di guadagno più alte, una migliore istruzione e assistenza sanitaria oltre che maggiori opportunità politiche, condizionando non troppo silenziosamente le vite dei gruppi minoritari e limitandone pesantemente possibilità e diritti.

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A questo tipo di razzismo ne è strettamente collegato un altro, il razzismo individualizzato, messo in atto da una persona in una posizione privilegiata, che, proprio in funzione di quel privilegio di cui gode – e del potere ad esso associato – esercita una discriminazione nei confronti di altre persone in base al colore della pelle, contribuendo a legittimare e fortificare quel modello societario fondato sulla supremazia dell’in-group razziale e sulla sua tutela.

Lynne Lyman, un sostenitore della giustizia ed ex direttore statale della California per la Drug Policy Alliance, così si esprime in merito:

La mia pratica e conoscenza è che il razzismo è la combinazione di due cose: discriminazione più potere. Il razzismo può venire solo dal gruppo più dominante.

La frase di Lyman nella sua semplicità esprime un concetto fondamentale, quello per cui il razzismo non può che essere esercitato nella sua forma essenziale dalle categorie che detengono il potere, quell’in-group razziale che vive e gode di quel privilegio silenzioso, attorno al quale sono sempre state costruite leggi e politiche sociali che potessero tutelarlo e preservarlo.

È in questo contesto e con queste premesse che possiamo approcciarci ora con maggiore consapevolezza al concetto del reverse racism o razzismo inverso.

Reverse racism: cos’è il razzismo inverso?

Il reverse racism è un concetto e un atteggiamento che si è venuto a delineare in conseguenza della nascita e sempre maggiore diffusione di un movimento anti-razzista volto a denunciare e combattere un sistema discriminatorio e oppressivo nei confronti delle minoranze etniche. È propria di questi tempi, infatti, una crescente consapevolezza sorta in seno ai gruppi considerati da sempre minoritari e vittime di dinamiche discriminatorie, che si sta dimostrando capace di suscitare una maggiore sensibilità sul tema e di smuovere le coscienze, innescando, almeno in una fase iniziale, un concreto cambiamento culturale destinato a operare in nome dell’uguaglianza e del rispetto delle diversità.

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Possiamo dire che il razzismo inverso è una ingiustificata reazione a questa legittima operazione di riabilitazione della dignità e del riconoscimento dei diritti delle minoranze, dopo anni di storia che li ha negati loro in nome di una gerarchia razziale.

Il reverse racism nasce cioè dalla preoccupazione di alcuni esponenti di quella maggioranza – da sempre privilegiata – di essere ora ingiustamente svantaggiati da un contesto sociale che (finalmente) si mostra più pronto a riconoscere e garantire maggiori possibilità e la tutela dei diritti di quelle minoranze da sempre considerate dei cittadini di serie B.

È, in definitiva, la sensazione di sentirsi minacciati dall’estensione di legittimi diritti altrui, nella errata convinzione che una cosa escluda l’altra e che si debba assistere necessariamente a un capovolgimento della situazione. Questo pensiero risulta particolarmente diffuso nell’ambito dell’accesso alle opportunità lavorative, una tematica avvertita dalla maggioranza come un pericolo reale di perdere privilegi e di ritrovarsi in condizioni svantaggiose.

In questo contesto, una delle argomentazioni con cui si esprime più di frequente questa ideologia è che bisognerebbe valutare le persone in base alla loro istruzione, abilità ed esperienze e che l’uso di sistemi di quote razziali rappresenti una sorta di razzismo al contrario, nella convinzione che l’equità occupazionale finisca per diventare una pratica istituzionale razzista all’inverso, appunto, perché i bianchi sarebbero ingiustamente svantaggiati in termini di probabilità di acquisire un impiego.

Il reverse racism esiste o è solo un mito?

Da quanto letto finora, risulterà piuttosto evidente come il razzismo inverso non sia affatto una forma di razzismo. Secondo gli esperti in materia come Lyman e Nida, già citati in apertura, sarebbe un’ideologia mitologica che deriverebbe dal discorso e dalla propaganda anti-nero.

Nella loro ottica, cioè, il razzismo inverso sarebbe una strategia, più o meno consapevole, esercitata da alcuni esponenti dell’in-group razziale per mantenere i privilegi socio-economici-politici di cui hanno sempre goduto.

Anche Marie Beecham, giovane attivista impegnata sul fronte dell’anti-razzismo e della giustizia sociale, riallacciandosi alla definizione formulata da Lyman, che abbiamo visto in precedenza, spiega perché il razzismo inverso è un concetto ontologicamente inesistente:

Il razzismo richiede sia il pregiudizio che il potere. […] Questo non è razzismo, perché la razza bianca è al potere. Il sistema di giustizia penale favorisce i bianchi, le istituzioni sociali favoriscono i bianchi e la cultura bianca, e i pregiudizi interiorizzati attribuiscono tratti favorevoli ai bianchi. I bianchi sono inconfutabilmente al posto di potere, quindi il razzismo inverso non può esistere.

Nell’ottica di Beecham, all’interno di un modello sociale, politico e culturale che continua a essere costruito per privilegiare la razza bianca, non è possibile per le persone bianche, che tuttora vivono nel privilegio, avvertire e lamentare l’esistenza di un sistema costruito su dinamiche oppressive, discriminatorie e lesive della loro dignità – perché questo è il vero significato del razzismo.

Anche l’attivista Erika Sherover-Marcuse, scomparsa nel 1988, si poneva su questa linea, distinguendo in maniera netta tra ingiustizie individuali e maltrattamenti sistemici radicati ai danni dei gruppi minoritari:

Non dovreste confondere i maltrattamenti occasionali subiti dai bianchi per mano delle persone di colore con i maltrattamenti sistematici e istituzionalizzati subiti dalle persone di colore per mano dei bianchi.

E sono molti, del resto, gli esempi della storia più recente che ci confermano queste situazioni e nei più diversi settori e contesti. Ad esempio, in ambito occupazionale, un recente studio di Harvard ha messo in luce come le persone con nomi bianchi avessero una maggiore probabilità di essere assunte di quelle con un nome che rivelava origini afro-americane. Dallo studio è emerso infatti che solo il 10% dei candidati neri che hanno usato il loro nome originale ha ottenuto offerte di colloquio, una percentuale che saliva al 25% nei candidati di colore che avevano modificato il loro nome, rendendolo più “caucasico”.

La dinamica si è riscontrata anche con le persone asiatiche: in questo caso, il numero dei candidati che hanno ottenuto un colloquio è aumentato del 21% nei casi in cui avevano cambiato il loro nome, il 10% in più di quelli che hanno mantenuto il nome originale (pari all’11,5%).

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Un altro studio mette in luce le discriminazioni vissute dalle donne di colore in ambito sanitario. L’indagine rivela come le donne nere abbiano da tre a quattro volte più probabilità di morire durante il parto rispetto alle donne bianche, perché vengono maggiormente trascurate e la loro situazione più facilmente e frequentemente sottovalutata. La dottoressa Ana Langer commenta che:

È fondamentalmente intervenire con un piano di emergenza di salute pubblica che salvaguardi i diritti umani perché è stato stimato che una parte significativa di queste morti potrebbe essere evitata. Le donne nere sono sottovalutate. Non sono monitorate con la stessa attenzione delle donne bianche. Quando si presentano con dei sintomi, questi vengono spesso ignorati.

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I rischi del reverse racism

Oltre a non corrispondere a un vero fenomeno razzista, il razzismo inverso può contribuire a danneggiare i movimenti anti-razzisti e penalizzare le loro conquiste, rallentando in modo considerevole il progresso nell’eliminazione del razzismo sistemico.

Continuare a sollevare considerazioni che rafforzano questo tipo di ideologia, e che assumono il punto di vista del gruppo maggioritario, contribuisce al tempo stesso a consolidare e a rendere legittimo il perdurare di un sistema socio-politico basato sulla gerarchia razziale, che continuerà a favorire il gruppo razziale interno, come si è sempre fatto, continuando a ripetere la storia e le ingiustizie messe in atto in passato.

Per affrontare e contribuire a combattere efficacemente il razzismo sistemico – e con esso, creare una nuova idea di società più equa, rispettosa e inclusiva – è invece fondamentale sensibilizzare su cosa sia davvero e cosa non sia il razzismo.

Articolo originale pubblicato il 8 Aprile 2021

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