Il fotografo Danilo De Marco, che le ha ritratte in un suggestivo reportage esposto al Festival della fotografia etica, le definisce “eroine delle Ande”. Sono le parteras, le levatrici che da secoli custodiscono una tradizione antica che fonde sapere, magia e natura.

Non solo un’espressione folkloristica, ma l’anima di una civiltà che tesse un filo che non può e non deve spezzarsi. Un filo che è il simbolo dei tessuti lavorati proprio dalle donne indigene e che è anche una metafora del cordone ombelicale reciso dalle levatrici.

Tra di loro c’è anche Maria Ramona Vimos, che De Marco ha fotografato e intervistato nel suo viaggio in Ecuador, tra le popolazioni più povere e isolate della regione del Chimborazo.

Quando la donna partorisce le si allentano solamente la cintura, le collane e i braccialetti, perché abbia più forza, ma non le si tolgono gli abiti né tanto meno il sombrero: la forza potrebbe uscire dalla testa. La donna si mette in ginocchio e appoggia le braccia su un banco ad una altezza di 30 centimetri dal suolo. La placenta viene poi seppellita sotto un grande albero che faccia ombra.

In una zona in cui gli indici di povertà toccano il 90%, le strutture sanitarie pubbliche sono spesso disertate, forse perché non in grado di armonizzarsi con una cultura arcaica. E sono tante le donne, soprattutto contadine, che scelgono ancora di partorire in casa, facendosi aiutare dalle parteras.

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La storia delle parteras

Come spiega un saggio approfondito di Fabiola Y. Chávez Hualpa, apparso sulla rivista Dimensión Antropológica, il ruolo delle levatrici è stato a lungo collegato solo al momento del parto. In realtà, la loro presenza è ben più radicata e rilevante nella cultura andina.

Il lavoro della ricercatrice ha avuto inizio negli anni Novanta in Perù, nella regione di Piura, dove ha potuto constatare l’esistenza di due tipi di parteras, per via matrilineare o iniziatica. La stessa Chávez Hualpa ammette di non essere stata al corrente, prima della sua indagine, della seconda categoria ed è per questo che il suo studio ha un valore ancora più profondo.

Le pratiche mediche indigene delle Ande iniziano a far parte di una storia che non appartiene più al presente. Inoltre, le levatrici stanno sparendo e con la morte di ciascuna di loro si spegne un frammento della storia andina del Perù. Per il suddetto motivo, il valore di quest’opera stessa trascende l’identità della persona che l’ha realizzata.

Le prime fonti sui rituali risalgono al XVI-XVII secolo circa, periodo in cui le interferenze cattoliche iniziarono a flagellare i territori del Centro e Sud America. Nella gerarchia della medicina tradizionale nelle Ande, lo sciamano era considerato il più saggio, in grado di esercitare capacità divinatorie. Potevano farlo anche le levatrici, ma solo in alcuni casi. L’elemento che accomunava sciamani e parteras era la dimensione onirica e visionaria, come racconta Chávez Hualpa:

All’interno del simbolismo visionario degli sciamani andini, come nel mondo delle parteras, c’è il tema del giardino. In questi giardini incantati fioriscono sempre tutte le piante officinali, indipendentemente dalla stagione dell’anno, motivo per cui ovviamente non si tratta di spazio-tempo attuale ma di un tempo-spazio mitico: un mondo archetipico che per l’uomo andino precolombiano era situato nella sfera delle stelle.

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Il rituale del parto

Gloría Menéndez López, ricercatrice per la facoltà di medicina della Universidad Nacional de San Antonio Abad del Cusco, in Perù, ha descritto in un articolo per la rivista Situa tutto il rituale del parto seguito dalle parteras andine.

Innanzitutto, per le popolazioni indigene americane la donna incinta gode del rispetto della comunità e della sua famiglia perché è portatrice di un nuovo essere, un dono per il pachamama (la Madre Terra). Nel momento del parto, la posizione è molto importante: nella cultura andina è accovacciata e il neonato esce da sotto le gonne della madre.

La levratrice è presente durante la cerimonia dell’unu walthay o walthachikuy, che avviene tre giorni dopo il parto. La puerpera viene massaggiata dalla testa ai piedi, per poi essere avvolta completamente in coperte scaldate dal sole. Rimane così per qualche ora, bevendo brodo caldo, in modo che possa sudare copiosamente, poi viene asciugata e vestita.

Gloría Menéndez López conclude il suo articolo spiegando che è necessario includere tecniche moderne, per il benessere di madre e nascituro. Si augura però che la conoscenza degli antichi rituali delle parteras possa “motivare la ricerca e la conservazione del nostro bagaglio culturale”. 

Articolo originale pubblicato il 19 Ottobre 2020

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