“If you cant handle having a trans kid, don’t have kids”.
Che tradotto suona all’incirca così: “Se non puoi sopportare l’idea di avere un figlio trans, non avere figli”.

Qualcuno storcerà il naso, altri si indigneranno proprio, eppure oggi più che mai ha senso ripeterle queste parole e farle diventare uno dei presupposti per una scelta consapevole di genitorialità.
Ne vanno, anzi, aggiunte altre. Ma andiamo con ordine.

Lo scrittore Stephen Ira scrisse queste parole – dopo vari tweet sul tema – a tre giorni dal suicidio di Leelah Alcorn, giovane donna transgender di 17 anni, avvenuto il 28 dicembre 2014. Diventata simbolo della lotta LGBTQ+, Leelah Alcorn motivò la scelta di togliersi la vita in un’ormai tristemente celebre “Nota sul suicidio”, lasciata dalla ragazza sui social, che è al tempo stesso un’accusa ai suoi genitori e una preghiera per le madri e i padri di altri ragazzi e ragazze trans, affinché non commettano gli stessi errori (il testo integrale è riportato in questo articolo dedicato alla sua storia):


Ho letto per la prima volta le parole di Stephen Ira, a sua volta ragazzo transgender, solo anni dopo questo tweet, senza conoscerne il contesto.
È successo qualche mese fa, mentre stavo facendo alcune ricerche su sua madre, l’attrice Annette Bening, e mi sono imbattuta in un’intervista in cui lei e il marito (l’attore Warren Beatty) celebravano il coraggio del figlio maggiore Stephen, nato Kathlyn, che a 14 anni ha deciso di intraprendere la transizione (nota a margine: Wikipedia e giornali vari continuano ad attribuirgli il suo dead name, nel migliore dei casi specificando tra parentesi “ora Stephen”, spesso ignorando del tutto la sua reale identità).

In quell’occasione ho visto questo tweet di sei anni fa:

Confesso all’inizio di aver pensato: sì, è vero, sono d’accordo con lui, però bisogna capire che la nostra società non è culturalmente pronta e ad alcuni genitori serve solo un po’ di tempo o, semplicemente, di trovarcisi dentro, per far crollare barriere e pregiudizi.

Il che a suo modo è vero e resta, a mio avviso, un pensiero valido: bisogna fare cultura, intraprendere percorsi di crescita personali e cercare poi di raggiungere quante più persone possibili. E spesso l’esperienza, personale o empatica (tramite vicende di persone vicine o che percepiamo come tali), è la migliore scuola. Ma non basta.
La maggior parte di noi non è nata o nato né femminista, né è stato educato o educata a una dialettica queer e transincludente, anzi: dirlo significa ammettere un problema culturale radicato prima ancora di una colpa personale.
Assimiliamo il bagaglio sociale e intellettuale della famiglia e del contesto in cui nasciamo e cresciamo, almeno finché non cominciamo a trovare altrove gli strumenti per autodeterminarci e intraprendere un processo di affrancamento da eventuali condizionamenti.

Se non ammettessimo la possibilità di cambiare e di evolverci dai nostri stessi retaggi, saremmo tutte e tutti condannati a restare incastrati nei nostri pregiudizi e nelle deformazioni del sistema in cui siamo nati e cresciuti come se fossero tare familiari incise nostro malgrado nel DNA. Non è così, per fortuna.

Detto questo, l’affermazione di Stephen Ira resta profondamente vera e urgente: “Se non puoi sopportare l’idea di avere un figlio trans, non avere figli”.
Perché nella perentorietà di quest’affermazione c’è l’imprescindibilità dei diritti umani che, in questo caso, ha a che fare con l’idea egoistica della “proprietà dei figli”, rivendicata spesso senza accorgersene neppure da molti genitori, e con il loro essere di diritto esseri umani liberi dalle nostre aspettative e dai nostri sacrifici di madri e di padri.

Quante volte, nelle narrazioni presunte-inclusive, utilizziamo il verbo “accettare”?
Può sembrare una sottigliezza linguistica, ma le parole che scegliamo non lo sono mai e costruiscono la nostra realtà, oltre a raccontare chi siamo. Il verbo accettare, nel suo uso comune, porta in sé una valenza di resa a qualcosa, cui non possiamo (più) opporci.
Tant’è vero che, tra i sinonimi, il dizionario propone sobbarcarsi, sopportare, tollerare, subire, adattarsi, adeguarsi, rassegnarsi, e si ritrovano formula ricorsive come “Ha accettato di buon grado” (che precisa un’eccezione quasi inattesa) o “Nonostante xxx, alla fine ha accettato”.

Anche la forma riflessiva, accettarsi, del resto, ha a che fare con un farsela andare bene, pur nella consapevolezza dei propri limiti.

Inutile dire che frasi come quelle che seguono con valore di esempio non sono davvero inclusive, ma manifestano il pregiudizio camuffato (a volte davvero con buona fede) di chi le pronuncia e sottendono l’idea di una sorta di “diritto di prelazione”, per cui la madre o il padre acconsentono a qualcosa che riguarda una scelta del figlio e della figlia:

“Ho accettato mio figlio per quello che è e lo amo come amo i suoi fratelli senza differenze”.
“Io accetto gli omosessuali, anche mia figlia lo è”.
“Ho accettato il fidanzato indiano di mia figlia”.

C’è una citazione de Il Profeta di Khalil Gibran che piace molto ai social. Talmente abusata da sembrare quasi banale. L’incipit recita:

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.

Se tutte le madri e tutti i padri che si sono emozionati ascoltandola o l’hanno condivisa sui propri profili ne avessero compreso davvero il senso profondo, nessun genitore oggi dovrebbe più “accettare” il proprio figlio per quello che è: perché non c’è nulla da accettare, come fosse una gentile concessione.
Perché non si tratta di adeguarsi alla modernità o a un’idea di futuro, bensì di prendere coscienza e di normalizzare ciò che una deformazione culturale vecchia di millenni ha reso storicamente eccezione da nascondere, stortura da correggere o, nella migliore delle ipotesi, diversità da accettare.

Se non puoi sopportare l’idea di avere un figlio trans, non avere figli, non è una frase escludente o eccessiva, che non tiene conto delle sensibilità e di gap culturali che vanno senz’altro colmati.
È un’affermazione del diritto di ognuno di noi alla propria identità e il punto di partenza necessario per diventare responsabili di vite umane che non ci appartengono, né possono e devono replicare la nostra identità o assolvere alle nostre aspettative.

E il discorso, va da sé, è più ampio:

  • Se non puoi sopportare l’idea di avere un figlio omosessuale, con un’identità non binaria, queer, appartenente alla comunità LGBTQ+, non avere figli.
  • Se non puoi sopportare l’idea di avere un figlio che faccia scelte professionali, politiche e personali diverse dalle tue, non avere figli.
  • Se non puoi sopportare l’idea di avere un figlio che non abbracci la tua religione e i suoi dettami, non avere figli
  • Se non puoi sopportare l’idea di avere un figlio che non corrisponda alla tua idea di figlio perfetto, desiderabile o accettabile, non avere figli

Non si tratta di accettare. Ma di normalizzare.
Non si tratta di te, madre o padre, ma di chi è tuo figlio. E questo non puoi essere né tu, né un’ecografia al quinto mese a definirlo.

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