Un tempo – per fortuna abbastanza remoto – alle figlie non maritate e ovviamente escluse dalle eredità familiari veniva riservata la strada del convento; che avessero la vocazione o meno, poco importava ai genitori, che in questo modo potevano “liberarsi di un fardello” senza troppe preoccupazioni.

Oggi si sceglie di diventare suora, così come di diventare prete, lasciando la possibilità a ciascuno, come è giusto che sia, di decidere in completa autonomia e secondo coscienza, seguendo la propria aspirazione. Fra le figure più affascinanti, perché poco conosciute, del mondo ecclesiastico c’è quella della suora di clausura.

Spesso, nell’iconografia, si pensa alla monaca di Monza (peraltro, per chi non lo sapesse, realmente esistita e non solo frutto della fantasia di Alessandro Manzoni), che incarna proprio la donna, cui accennavamo poc’anzi, costretta dal padre alla vita religiosa ma dedita a vizi proibiti dal suo abito; altre volte, invece, ci immaginiamo le suore di clausura come donne che vivono in un silenzio costante, senza praticamente alcun rapporto con il mondo, e la cui vita è scandita da regole ferree. Ma sarà proprio così?

Come vivono le suore di clausura?

La clausura, come facilmente immaginabile, indica un regime che non consente l’uscita dai monasteri e neppure l’entrata di visitatori; come vedremo fra poco, però, le regole oggi sono parzialmente cambiate.

La vita delle suore di clausura prevede anche voti come la meditazione, la solitudine, la preghiera, la povertà e l’obbedienza. All’interno del monastero o del convento in cui vivono le suore hanno delle stanze private e degli spazi comuni, dove si mangia, si lavora e si prega.

Ovviamente nel convento c’è una gerarchia da rispettare: in primis c’è la madre priora o badessa, eletta dalle altre suore in maniera democratica, incarico che dura tre anni ed è rinnovabile per altri tre, con il consenso delle consorelle.

Un organo importante è poi rappresentato dal Consiglio, composto da quattro suore scelte direttamente dalla madre priora, al cui interno viene scelta una suora che dovrà fare da “maestra” alle novizie, formando quindi le giovani, fino al raggiungimento dei voti.

La giornata di una suora di clausura inizia alle 5:00 di mattina con una preghiera e con la meditazione; alle 8:00 si celebra la messa nel monastero, alla quale assistono tutte le suore e la madre badessa. Alle 8:30 si fa colazione in uno spazio comune dove possono accedere le suore, dopodiché ciascuna suora si occupa dei suoi compiti (l’orto, le piante, il cucito), fino al pranzo, a mezzogiorno. Subito dopo pranzo, una monaca è incaricata di leggere un testo spirituale mentre le altre ascoltano in silenzio.

Terminato questo momento c’è un momento di ricreazione dove le suore si riuniscono in una sala, mentre alle 18 si recita il Rosario fino alle 22, ora in cui si va a dormire.

In questa condizione le suore non sanno nulla di ciò che accade fuori? No, si possono informare attraverso i giornali, soprattutto quelli cattolici, e la radio.

Suore di clausura: le regole

Come detto, la vita di clausura, legata al mondo pre-conciliare, è stata in realtà riformata dal Codice del 1983, che attraverso delle dispense ha previsto la possibilità, per le suore, di uscire dal convento, anche se questa non è una regola generale, dato che ogni Ordine ha la propria “costituzione generale”, che definisce il tipo di clausura.

Alcuni ordini di suore: clarisse, carmelitane, agostiniane, domenicane, cappuccine, benedettine, trappiste, minime francescane, tutte aventi come patrona Santa Teresa di Gesù Bambino.

Ogni monastero di clausura è una casa autonoma, in cui la badessa, come visto, è al primo posto, ed è soggetto direttamente al Vaticano, che però li affida alla vigilanza del vescovo della diocesi. Quest’ultimo ha competenze particolari, visto che può entrare nel monastero senza permesso della badesse, ma solo per “cause gravi”, oppure delegare altre figure ecclesiastiche per adempiere al suo compito.

La badessa può dare una dispensa temporanea dalla clausura per un settimana al massimo, ed è il vescovo a dover rilasciare i permessi per le uscite delle suore, per un periodo non superiore ai tre mesi. In caso contrario, è direttamente la Santa Sede a dover intervenire.

Parliamo già di passi avanti rispetto a quanto stabilito prima della riforma del Codice del 1983, quando le suore di clausura non potevano uscire neppure per una visita medica o per votare alle elezioni (in questo caso erano le urne a essere portate nel monastero).

Anche i funerali delle defunte dovevano essere celebrati all’interno del monastero, mentre adesso le esequie sono pubbliche e, anche se si svolgono sempre nella cappella del monastero, possono parteciparvi i familiari, mentre la sepoltura avviene nei cimiteri comunali.

I permessi

Le giuste cause per richiedere i permessi sono motivi personali o familiari, come andare a far visita a un genitore malato, o a un fratello, oppure assisterlo, ma anche per sottoporsi a un intervento medico.

Tuttavia, si può eccezionalmente chiedere di uscire anche per “verificare” la propria vocazione, cercando quindi di capire se sia proprio quella la vita che si vuol fare.

Chi può fare la suora di clausura

Non è necessario essere vergini per diventare suore di clausura; i voti possono essere presi anche se si sono avuti rapporti con gli uomini, se si è rimaste vedove, se si è separate – ovviamente con la dispensa della Santa Sede -, persino se si è vittime di violenza sessuale o se si ha un passato da prostituta. In questo senso, quindi, si registra un’ampia apertura da parte del clero.

Gli uomini

I soli a poter entrare – con l’eccezione del vescovo, ovviamente – sono gli operai impegnati in opere di riparazione o di ristrutturazione, oppure i garzoni che devono consegnare generi alimentari o altre merci, sempre che le suore non riescano a provvedervi autonomamente.

Suore di clausura: numeri e dati in Italia e nel mondo

Attualmente, nel mondo i monasteri degli ordini claustrali sono circa 3.400, mentre le suore di clausura sono più o meno 38.000, più della metà delle quali in Italia e in Spagna. Ci sono monasteri che hanno un centinaio di suore, e altre che ne contano appena 3, anche se, volendo stabilire una media, si può parlare di una dozzina di suore per monastero.

La tendenza degli ultimi anni è di fondere i monasteri di clausura, almeno in Europa e Nord America, mentre in Asia, Africa e nell’America Latina c’è un trend opposto, visto che se ne fondano di nuovi, vuoi per le dimensioni e il rapporto fra numero di monasteri e residenti, vuoi per una maggiore vocazione che, invece, nel mondo occidentale sembra piuttosto in crisi.

Il mondo come una vulva di Ildegarda di Bingen, la santa che glorificava l'orgasmo

Testimonianze di ex suore di clausura

Un aspetto su cui occorre riflettere è come le suore di clausura siano spesso escluse dai dibattiti femministi, persino da quel femminismo intersezionale  che, pure, comprende al proprio interno tutte le tipologie di donna, difendendone libertà e diritti.

Nell’ottica di abbracciare tutte le sfumature di femminilità – e quindi vedasi anche la difesa delle lavoratrici sessuali, o delle donne con il velo – sembra proprio che le suore non rientrino invece nel range di donne da “salvaguardare”; forse anche per questa indifferenza generale gli abusi ai danni delle suore sono passati per anni sotto silenzio, mentre il gravissimo problema della pedofilia, per parlare di un altro argomento spinoso riguardante il mondo ecclesiastico, è (per fortuna!) emerso.

Abbiamo dovuto aspettare Papa Francesco, e il suo discorso pronunciato nel 2019, in occasione dell’udienza plenaria dell’Unione internazionale delle superiori generali, per gettare una nuova luce sul tema.

L’abuso delle religiose è un problema serio – ha detto il Pontefice – E non solo l’abuso sessuale, anche l’abuso di potere, l’abuso di coscienza. Dobbiamo lottare contro questo. Per favore: servizio sì, servitù no – ha poi aggiunto rivolgendosi direttamente alle suore – Tu non ti sei fatta religiosa per diventare la domestica di un chierico, no. Ma su questo aiutiamoci mutuamente: noi possiamo dire di no, ma se la superiora dice sì… No, tutti insieme: servitù no. Se vuoi fare la domestica fai come fanno le suore dell’Ascension, che fanno le infermiere e le domestiche nelle case degli ammalati.

Il tema dell’abuso era stato portato allo scoperto anche da Doris Wagner, trentacinquenne ex suora, che ha denunciato di essere stata violentata dal sacerdote Hermann Geissler nel 2009.

Ero una giovane suora e sono stata abusata da un prete della Dottrina della Fede. Mi ha scioccata che i miei superiori non abbiano fatto nulla.

Ha detto Wagner, che ha abbandonato il velo nel 2011 e oggi è sposata e ha un figlio. Nonostante Geissler si sia professato innocente, però la Congregazione, conosciuta dalla fondazione al 1908 come Santa Inquisizione e successivamente come Sant’Uffizio, lo ha convinto a dimettersi per “limitare il danno”.

Un’altra ex suora, Mary Dispenza, ha dichiarato, nel corso dell’incontro in Vaticano su “La protezione dei minori nella Chiesa”, di aver subito abusi da altre suore:

Come saprete, molta dell’attenzione è stata riversata sugli abusi perpetrati sulle suore dal clero e questa è una cosa buona, giunta in ritardo, scioccante e anche allarmante ma dobbiamo ancora vedere la luce sulle migliaia di sopravvissuti che sono stati abusati dalle suore.

Al di là della questione degli abusi, quello che emerge dai racconti delle ex suore di clausura è comunque un mondo che, nonostante le già importanti aperture, resta piuttosto chiuso e complesso da decifrare. Leggiamo parte della testimonianza di una ex suora:

[…] Quando lasciai casa non versai una lacrima, anzi provai un grande sollievo. Andavo a vivere con Lui [Gesù, ndr.]. Spesse mura e robuste grate avrebbero reso la nostra convivenza inviolabile. In tanti anni mai un ripensamento, mai una nostalgia. Ero l’invidia di tutte le mie rivali in amore. Le mie rivali, sì, ha capito bene. In cuor mio desideravo segretamente d’essere l’unica, la sola. Che lo adorassi e lo venerassi più di ogni altra, superiori comprese, me lo si leggeva negli occhi. Ogni santo giorno celebrai questo idillio con divorante passione. Ogni santo giorno non fui che un cero acceso ai suoi piedi. Ogni santo giorno mi consacrai anima e corpo al mio Diletto. Questo appagamento spirituale fu talmente forte da inibire in me ogni pulsione sessuale terrena. Lui ed io. Io e Lui. Ho tirato avanti così per due abbondanti decenni.

Ad un certo punto però, non saprei spiegare bene come e perché, in questa mia solida felicità si è aperta una piccola crepa. Tutto è cominciato quando mi hanno trasferito dalle salesiane. Dalla provincia di Bergamo a quella di Catania, da un capo all’altro dell’Italia, così, dall’oggi al domani. Il viaggio in treno fu estenuante, interminabile. Mi vidi costretta ad attraversare un mondo che non mi apparteneva più e che non riconoscevo più. Facce di perfetti sconosciuti che parlavano una lingua sconosciuta.

Dopo vent’anni chiusa in un monastero diventi insofferente anche al più piccolo rumore. Non saprei come spiegarlo, ma in quello scompartimento Lui non viaggiò con me. Lui non mi sedeva a fianco. Era rimasto indietro. Quel viaggio non fu che la prima fase della nostra separazione. Dalle salesiane trascorsi gli ultimi quattro anni e mezzo del mio onorato servizio. Poi, come ho già detto, sciolsi i voti e me ne andai per la mia strada. Non so se contribuì anche l’atmosfera completamente diversa, nient’affatto contemplativa, che trovai nel nuovo istituto. Ci arrivai sola. Senza di Lui. E senza di Lui sono rimasta finché ho resistito.

[…] Ero ormai una donna di mezza età quando ho riformulato in toto la mia vita. Quando ho ricominciato tutto daccapo. Avevo il volto così pallido e i capelli di un grigio indefinibile. Ci ho impiegato un paio d’anni a riprendere un po’ di colore e ad assomigliare un po’ di più agli altri, a quelli del mondo, a quelli che lavorano e fanno la spesa e prendono l’autobus. Non è stato facile. Il giudizio degli altri si è rivelato l’ostacolo più grande. I familiari non hanno gradito tanto, diciamo così, questo mio ripensamento. Se ti fai suora devi morire suora. Sei guardata con sospetto. Forse oggi è diverso, ma le assicuro che alla fine degli anni Ottanta avere una suora spogliata in famiglia era motivo di grande vergogna, uno scandalo. Beh, problemi loro. Io avevo già i miei da risolvere. Mi sono rimboccata le maniche, ho stretto nuove relazioni, ho viaggiato, ho fatto esperienze, ma non s’immagini chissà che. Lui, comunque, non l’ho più incrociato neanche per sbaglio. Mettiamola così: io non l’ho cercato, né Lui ha cercato me. Alla fine, dopo tanto peregrinare, mi sono rifugiata a Mongiuffi Melia, nella Valle del Ghiodaro, in provincia di Messina. Un posto come un altro. La suora adesso è una signora. Un’anziana signora che non ha rimpianti.

Questa, ad esempio, è un’altra testimonianza di sicuro estremamente forte, di cui non possiamo sapere la veridicità o meno, perciò la riportiamo con il “beneficio del dubbio”, lasciando a voi la massima discrezionalità nel giudicarla.

La madre superiora mi disse: ‘Charlotte, devi essere disposta a spandere il tuo sangue come Gesù ha versato il suo al Calvario’. Ella disse: ‘Devi essere pronta a fare penitenza, grande penitenza’. Disse ancora: ‘Devi essere disposta a vivere in grande povertà’.
Stavo già vivendo un po’ nella povertà, ma pensavo che quello che mi stavano proponendo mi avrebbe resa più santa e mi avrebbe avvicinata a Dio e avrebbe fatto di me una suora migliore. E così mi dissi disposta a vivere in quella povertà. Allora, quella stessa mattina, la madre superiora mi disse cosa avrei dovuto indossare. Ella disse: ‘Passerai nove ore in una bara’, e mi spiegò diverse cose. Questo era tutto ciò che sapevo e non lo vidi in pratica fino a quando non presi il velo bianco. Avevo 21 anni.

Ma 60 giorni prima di aver compiuto 21 anni, dovetti firmare alcuni documenti che mi avevano messo davanti. Si trattava di questo: dovevo attestare di voler rifiutare qualsiasi eredità mi spettasse dopo la morte della mia famiglia, e assegnare tutto alla Chiesa Cattolica Romana.
Spesso mi dico che i preti Cattolici Romani adescano le ragazze non per la loro formazione, non per il loro vigore, non per la loro intelligenza, non per la loro forte volontà, ma adescano quelle ragazze i cui genitori hanno delle proprietà e sono a loro agio con le cose materiali di questa vita. Perché? Perché quando quella giovane entra in convento, essi tengono per sé una parte dei suoi soldi, dei soldi di suo padre, e spesso dico che anche la salvezza nella Chiesa Cattolica Romana ti costerà un mucchio di soldi. Più di quanto potrai mai sapere. A loro non importa di fare del commercio su quei ragazzi o sottrarre l’eredità che sarebbe spettata loro.

E così, quella mattina stessa dissi alla madre superiora: ‘Vorrei prendermi del tempo per pensarci sopra’. Non me lo fece fare lei, né nessun altro, ma dopo un paio d’anni un giorno andai da lei e dissi: ‘Desidero nascondermi dietro le porte del convento perché credo che così potrei dare di più del mio tempo a Dio. Potrei pregare di più’.

[…] Le suore, a quel punto [quando prendono i voti, ndr.] vengono considerate come donne sposate. Dico, sposate: spose o mogli di Gesù Cristo. Ora, i preti insegnano a ogni ragazzina che prende il velo, che ella diventerà sposa di Cristo. Il prete le insegna a credere che la sua famiglia sarà salvata. Non vi sono differenze, non importa quante rapine in banca possono aver compiuto, o quanti negozi hanno svaligiato; non fa alcuna differenza se bevono e fumano e gozzovigliano e vivono in questo mondo di peccato facendo tutte le cose che fanno i peccatori. Neanche la più piccola differenza. La famiglia della giovane sorella – essi dicono – sarà salvata se lei vivrà sempre in convento e darà la sua vita al convento o alla chiesa, e potrà essere certa che ogni membro della sua famiglia sarà salvato. E ci sono molte bambine che sono influenzate e adescate ad entrare in convento perché gli viene fatto capire che ciò porta la salvezza delle loro famiglie. […] Così, ogni ragazzina che entra in convento spera che il suo grande sacrificio serva alla salvezza della sua casa, dei suoi amati, madre e padre, tutto ciò che un figlio può amare, affinché i suoi familiari siano salvati nonostante i peccati che commettono.

[…] E così venne il giorno in cui tutte noi, dopo aver preso il velo bianco (vi prego di ascoltare attentamente) consideravamo ogni cosa meravigliosa. Avevo 16 anni e mezzo. Tutti erano buoni con me, vivevo nel convento e non avevo visto niente ancora perché nessuna ragazzina è soggetta al Prete Cattolico Romano prima dei 21 anni d’età. Questo nuovo voto viene tenuto nascosto alle sorelline finché non hanno preso il velo nero, e allora è già troppo tardi. Non hanno la chiave di quelle doppie porte, e non c’è modo di uscirne. I preti in tutti i Paesi dicono che le sorelle, o piuttosto le suore, possono uscire dai conventi quando vogliono. Io ho passato 22 anni lì dentro.

Ho tentato in ogni modo di uscirne. Ho portato con me cucchiai nei sotterranei cercando di scavare nella terra, perché non c’è pavimentazione in quei posti, ma non sono mai riuscita a scavare abbastanza da uscire dal convento, dato che un cucchiaio era l’unico strumento a mia disposizione. Infatti quando usavamo le vanghe, per dei duri lavori che dovevamo fare, eravamo tenute d’occhio da due suore anziane affinché non usassimo quelle vanghe per scavare una via d’uscita. E comunque non saremmo andate molto lontane perché i conventi sono costruiti in modo che le sorelline non possano scappare. Questo è l’obiettivo che si sono prefissi nel realizzarli, e non c’è alcuna via d’uscita se Dio non ne crea una. Ma credo che Dio stia preparando una strada per molte ragazze che riescono ad uscire dal convento.

Articolo originale pubblicato il 28 Settembre 2020

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