Gli appassionati della serie The Crown avranno sicuramente notato una figura enigmatica apparsa nella terza stagione. Vestita da suora, con l’immancabile sigaretta sempre tra le dita, Alice di Battenberg era la madre del principe Filippo e quindi suocera della regina Elisabetta.

Come racconta il Guardian, dalla sua morte riposa sul Monte degli Ulivi, a Gerusalemme, e oggi è ricordata come una delle più eccentriche protagoniste della scena reale europea. La sua vita fu tutt’altro che ordinaria, ma sicuramente non tra le più felici.

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I primi anni di Alice di Battenberg

Nata nel 1885 a Windsor, a cospetto della bisnonna (la regina Vittoria), mostrò presto i segni di una sordità congenita. Fu sua madre, la principessa Vittoria d’Assia e dal Reno, ad accorgersene, notando che la piccola faticava a parlare.

Le insegnò quindi a leggere le labbra e la incoraggiò a parlare diverse lingue. Poliglotta e avida lettrice, Alice di Battenberg crebbe così in una dimensione protetta e isolata, all’interno dei tentacolari spazi del castello, in cui lei si muoveva liberamente.

Il matrimonio

L’incontro con il marito avvenne durante l’incoronazione di Edoardo VII nel 1902. Il principe Andrea di Grecia e Danimarca aveva tre anni più di lei, era socievole e bello: un anno dopo si sposarono in Germania e poi si stabilirono in Grecia.

Negli anni successivi vissero l’esistenza che tutti immaginano per una coppia reale, tra cene con invitati illustri e agi. Tra il 1905 e il 1914 nacquero anche quattro bambine, strette tra i viaggi di beneficenza della madre e la carriera militare del padre.

Arrivò presto il brusco risveglio per entrambi. Allo scoppio delle guerre balcaniche, nel 1912, lui fu chiamato dall’esercito e lei iniziò a lavorare come infermiera negli ospedali da campo, testimone di una sequenza infinita di ferite mortali.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, l’ostilità verso i reali greci si acuì, costringendo Alice di Battenberg e tutta la sua famiglia all’esilio in Svizzera. L’unico suo figlio maschio, il principe Filippo, venne alla luce proprio in questo periodo, dopo un breve ritorno in Grecia. Un processo farsa spense nuovamente le loro illusioni di normalità e li costrinse a un’altra fuga rocambolesca, stavolta verso Parigi.

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La cura

Secondo il Telegraph, la salute mentale di Alice di Battenberg iniziò presto a mostrare qualche cedimento. Sconvolta per la perdita di molte persone care in tutta Europa, tra cui due zie russe a cui era legatissima, provò persino a contattare i morti attraverso la tavola Ouija.

Lei e Andrea si allontanarono; fu in questo periodo che decise di convertirsi alla religione ortodossa. Vittima di una profonda depressione, nel febbraio del 1930 fu diagnosticata schizofrenica e costretta al ricovero nel sanatorio di Kreuzlingen in Svizzera, dove rimase due anni (tentando più volte di scappare).

Durante la degenza coatta, Alice fu curata da Sigmund Freud, che consigliò di sottoporla a sterilizzazione forzata. Credeva che i suoi problemi fossero dovuti alla frustrazione sessuale e pensava che la menopausa anticipata avrebbe risolto tutto: chiaramente, non era così.

La religione

Uscita dal sanatorio, Alice si liberò della sua identità reale e ruppe tutti i legami con la famiglia, preferendo vivere avvolta nell’anonimato. Tornò brevemente solo nel 1937, per i funerali della figlia Cecilia, morta in un incidente aereo mentre era incinta, insieme a marito, suocera e altri due figli. Poi Alice ripiombò nel silenzio.

Si stabilì ad Atene, dove iniziò a occuparsi dei poveri. Nel suo piccolo e umile appartamento riuscì anche a salvare una famiglia ebrea dalla persecuzione nazista. Dopo la Seconda guerra mondiale fondò un ordine di suore, la sorellanza di Marta e Maria, e prese a indossare l’abito sacro.

Quando la sua salute peggiorò, durante gli anni Cinquanta, fu suo figlio Filippo a chiederle di risiedere stabilmente a Buckingham Palace, dove lui viveva con la regina Elisabetta. Morì nel 1969, a 84 anni: diversi decenni dopo, nel 1994, le fu assegnato il titolo postumo di Giusto tra le Nazioni per aver salvato la famiglia ebrea durante l’Olocausto.

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