Gentrificazione, quando i ricchi "cacciano" i poveri. Pro e contro del fenomeno

Quartieri abitati da poveri che diventano attraenti per le fasce più ricche, e mutano radicalmente il proprio volto. Questa è la gentrificazione, un fenomeno complesso in cui è difficile persino analizzare pro e contro.

Un articolo pubblicato sul New Yorker nel 2016 si domandava: “la gentrificazione è davvero un problema?”. Per chi non sapesse che cosa si intende per gentrificazione, ecco un breve excursus che analizza il fenomeno sociologico nel suo complesso.

Cosa significa gentrificazione?

Mutuato dal termine inglese gentrification, inventato nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass, laddove la parola “gentry” sta a rappresentare la piccola nobiltà di campagna inglese, la gentrificazione descrive quel che accade quando alcuni dei quartieri poveri della città vengono “occupati” dalle fasce più abbienti, che lì vi trasferiscono le proprie abitazioni.

Glass aveva coniato il termine per descrivere ciò che stava accadendo in alcuni quartieri operai londinesi, come Islington, dove, a partire dagli anni ’60, persone delle classi più agiate avevano deciso di trasferirsi.

Da lì, la gentrificazione, decennio dopo decennio, si è rivelata un fenomeno sempre più pervasivo e capillare, che ha interessato moltissime città nel mondo, studiato da urbanisti e sociologi, che ne hanno dato spiegazioni diverse e complesse, le quali però non possono prescindere dal considerare il contesto sociale e geografico in cui avviene.

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Storia della gentrificazione nel mondo

Negli Stati Uniti, dove la gentrificazione è estremamente diffusa, gli esperti sono concordi nell’imputarne l’espansione al rinnovato interesse che le classi medie provano per la vita in città; se negli anni ’60 e ’70, infatti, lo sviluppo dei trasporti urbani e delle auto consentì alle persone di potersi allontanare dai centri cittadini per preferire quartieri residenziali e periferici, lontani quindi anche da problemi di traffico, criminalità, inquinamento e basso livello scolastico, da un ventennio a questa parte la tendenza sembra essere diventata l’opposto: con le città più sicure, e un’integrazione etnica sempre migliore (con i problemi che però sono tutt’altro che esauriti, Black Lives Matter insegna), unitamente a matrimoni ritardati e alla minore influenza dei figli sulle decisioni familiari, sempre più giovani hanno scelto di vivere in appartamenti in pieno centro città e non nelle classiche villette a schiera con giardino frontale e posteriore che vediamo in molti film.

A spostare l’ago della bilancia, ovviamente, anche il cambiamento nel settore occupazionale, che dagli anni ’80 ha visto in fortissima crescita l’ambito finanziario, dei servizi, o le aziende di tecnologia, che quasi sempre si trovano fisicamente nel centro delle città.

Poiché le abitazioni in centro città, oltre che poche, spesso sono molto care, ecco che le persone hanno cominciato a rivalutare l’idea di trasferirsi in quartieri prima riservati alle fasce meno abbienti della popolazione; se in un primo momento sono stati soprattutto i cosiddetti bohémien a spostarsi, ovvero artisti e intellettuali, con il tempo l’attrattiva dei prezzi inferiori ha spinto anche altri appartenenti alla middle class a fare di quei quartieri la propria residenza.

Qualcuno, ovviamente, ne ha approfittato: le case hanno iniziato a essere ristrutturate, gli edifici industriali in disuso furono trasformati in appartamenti, e vennero costruiti nuovi palazzi, negozi e supermercati, con un conseguente (piccolo) innalzamento dei prezzi.

Il mutamento di questi quartieri ha finito con il portare i suoi primi abitanti, i bohémien, ad abbandonarli altrettanto velocemente, complice la perdita di identità originale che ne aveva rappresentato un elemento fondamentale al momento della scelta.

I quartieri “gentrificati” più famosi sono Williamsburg, a Brooklyn (New York), Shoreditch a Londra, Pigalle a Parigi, Kreuzberg a Berlino, ma abbiamo diversi esempi anche in Italia.

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Gentrificazione in Italia

In Italia si è cominciato a parlare di gentrificazione a più di trent’anni di distanza dagli Stati Uniti; il termine è infatti comparso in un articolo del 2003 del Corriere della Sera, mentre Irene Ranaldi, ricercatrice di sociologia alla Sapienza di Roma, lo ha studiato in maniera approfondita, esaminandone anche le differenze rispetto allo stesso contesto americano:

Un elemento di diversità da tenere in considerazione è quello della mobilità – ha dichiarato – In Italia, in media, nelle grandi città, si cambia quartiere una, due, tre volte massimo, mentre negli Stati Uniti questo avviene molto più di frequente. Anche i trasferimenti da una città all’altra sono molto più comuni che da noi. In Italia siamo anche molto più legati all’identità del quartiere. A Roma ci sono per esempio i testaccini, i trasteverini e via così. In parte questo accade anche negli Stati Uniti, ma soltanto per alcuni quartieri e non in maniera così definita.

Ma un’altra differenza sostanziale sta anche nel tipo di quartieri che sono stati interessati dal fenomeno: quelli statunitensi erano i cosiddetti ghetti, in cui vivevano quasi esclusivamente gli afroamericani, mentre in Italia, complice anche un fenomeno migratorio molto meno capillare e più ritardato, le differenze tra gli abitanti “originali” dei quartieri e quelli trasferiti sono state sempre di tipo sociale.

Nonostante la gentrificazione italiana sia stata molto più contenuta, i quartieri in cui è più evidente sono quelli in zona porto a Genova, il San Salvario e il Quadrilatero romano a Torino, l’Isola, i Navigli a Milano, il Testaccio e il Pigneto a Roma.

Pro e contro della gentrificazione

Torniamo al titolo iniziale del New Yorker: la gentrificazione rappresenta davvero solo un problema?

Se ne volessimo analizzare i contro, come primo elemento potremmo indicare il già citato aumento degli affitti, che spesso non è sostenibile dagli abitanti storici, i quali perciò possono scegliere se andarsene, o vengono addirittura sfrattati.

Un altro punto importante riguarda anche la trasformazione dell’identità del quartiere, a partire da quella urbanistica, con abitazioni che si fanno più piccole, pensate per coppie piuttosto che per famiglie, o costruzioni di appartamenti di lusso prima estranei al quartiere. Se l’arrivo di potenziali clienti benestanti potrebbe rappresentare, teoricamente, un punto a favore dei commercianti, va detto che i rincari interessano ovviamente anche le loro attività, che non sempre riescono però ad adeguarsi.

Chi lascia per primo i quartieri gentrificati finisce con l’essere proprio chi vi ha anche abitato per primo, come le minoranze etniche, con la conseguenza di un’importante trasformazione demografica. Un esempio su tutti lo storico mercato coperto di Brixton, a Londra, fino a pochi anni fa era occupato da negozi legati alla comunità giamaicana, abitante storico del quartieri, e che ora ospita bar e ristoranti alla moda.

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La maggior parte degli studiosi, in generale, concorda quindi nel ritenere che a beneficiare dei miglioramenti dovuti alla gentrificazione siano i nuovi abitanti, e non quelli vecchi; ciononostante, un articolo del 2004 firmato dall’economista Frank Braconi e dall’urbanista Lance Freeman, che gestivano il Citizens Housing and Planning Council (organizzazione che si occupa di questioni abitative e urbanistiche a New York) ha in parte smentito l’idea secondo cui la gentrificazione rappresenti solo un danno per le fasce più povere.

I due presero in considerazione sette quartieri gentrificati di New York: Chelsea, Harlem, il Lower East Side, Morningside Heights, Fort Greene, Park Slope e Williamsburg, arrivando alla conclusione che, in questi quartieri, gli abitanti appartenenti alle fasce basse della popolazione avevano il 19% di probabilità in meno di trasferirsi altrove, rispetto a quelli che vivevano in altri posti.

La spiegazione, secondo loro, è che le persone più povere, pur traslocando più spesso di quelle abbienti perché maggiormente esposte agli sfratti, avrebbero potuto trovare un incentivo a cercare di rimanere nel quartiere, aiutati anche da una serie di politiche per la casa pensate per impedire un aumento eccessivo degli affitti, o dall’offerta di case popolari, proprio nei miglioramenti a esso apportati.

C’è anche chi, come Kenefa Sanneh sul New Yorker, sostiene che per molti l’alternativa alla gentrificazione sia un’ulteriore discriminazione:

L’opposto della gentrificazione non è un’enclave bizzarra e affascinante che rimane per sempre economica; l’opposto della gentrificazione è una diminuzione dei prezzi che riflette la trasformazione di un quartiere un tempo attraente in uno che sembra ogni giorno di più un ghetto.

Resta il fatto che analizzare in maniera oggettiva e certa il fenomeno rimane piuttosto complesso, se non impossibile, e che ogni contesto, forse, debba essere considerato come un’entità a sé, senza generalizzazioni.

Articolo originale pubblicato il 20 Agosto 2020

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