Cheerleader, cosa resta di una tradizione sessista, tra porno soft e perbenismo

Non è tutto oro ciò che luccica; neppure nel dorato mondo delle cheerleader, sottoposte a restrizioni e regole dalla chiara impronta sessista.

Chiunque abbia visto un film o una serie tv americana ambientata in un liceo saprà di chi parliamo quando citiamo il nome cheerleader: sono le ragazze pon pon, che accompagnano con coreografie e cori le partite di football, basket o baseball nelle High School USA.

L’impatto culturale di questa figura è talmente forte da aver valicato i confini americani per diventare un’icona anche in altri Paesi, dove pure il cheerleading non ha la stessa presa che negli States, tanto da andare ad assumere, nell’immaginario collettivo, l’idea di ragazza popolare, ricercata, invitata alle feste più cool, e ambita dai ragazzi più belli, in particolare dal Quarterback della squadra di football.

Ma chi sono davvero le cheerleader?

Chi sono le cheerleader?

Prima di tutto, le cheerleader sono delle atlete, dato che il cheerleading è un vero e proprio sport che prevede coreografie che combinano elementi di ginnastica, danza e acrobazia; se durante le gare la loro presenza non è che un mero “contorno” al main event, va detto che esistono campionati di cheerleading a cui partecipano le varie squadre (si stanno diffondendo anche in Italia), e che la disciplina è talmente diffusa, nella cultura americana, da vantare circa un milione e mezzo di partecipanti, esclusi i milioni di atleti di scuole e college. Per questo, la rivista Newsweek Arian Campo-Flores lo ha indicato come uno degli sport più praticati negli Stati Uniti.

Le cheerleader che siamo abituati a vedere nei film si dividono in tre squadre: una freshman, una sophomore e una junior-senior, corrispondenti al primo, secondo, e terzo-quarto anno insieme, tre squadre indipendenti che tifano per i giocatori degli stessi anni.

Ogni ragazza che ambisca al ruolo di cheerleader deve inoltre superare un try out per entrare nella squadra, composta da dieci elementi, veri e propri esami da fare generalmente in primavera, per avere poi il tempo di preparare le coreografie durante l’estate.

Si tratta di allenamenti di quattro ore al giorno, in cui le cheerleader senior, fra cui la capitana, provinano l’aspirante cheerleader: prima di tutto, le mostrano una coreografia da ripetere, quindi ci sono gli slogan da imparare.

Infine, si passa ai salti, con la toe touch (la spaccata aerea), la side herkie (spaccata aerea laterale), e il front hurdler (salto in posizione salto ad ostacoli).

La tradizione americana delle cheerleader

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Fonte: web

Il cheerleading nasce in maniera spontanea negli Stati Uniti, all’incirca verso il 1880, quando il pubblico, durante alcune partite, cominciò a incitare la propria squadra cantando insieme. Il primo vero esempio di cheerleading è però attestato attorno al 1894, alla Princeton University, mentre la nascita del cheerleading organizzato si ha quattro anni più tardi, quando lo studente Johnny Campbell prese in mano la direzione del pubblico.

Da lì a poco l’università del Minnesota mise insieme una squadra di sei studenti (maschi) e nel 1903 nacque la prima organizzazione di cheerleading, Gamma Sigma. Benché nata con partecipanti maschili, quindi, oggi l’attività è svolta nella quasi totalità da donne, tanto da risultare il 97%.  Per capire l’importanza, per la cultura americana, di questo sport, basti pensare che la National Cheerleaders Association (NCA) nacque nel 1948, mentre la National Football League (NFL) negli anni ’60 cominciò a organizzare squadre di cheerleading organizzate per supportare i vari team.

I costumi delle cheerleader si fecero via via più succinti, mentre alle coreografie vennero aggiunti passi di ginnastica e vere e proprie acrobazie da stuntman. Le prime competizioni nazionali di cheerleading studentesco furono trasmesse da ESPN nel 1983, più o meno contemporaneamente alla richiesta, da parte delle organizzazioni di cheerleading come la American Association of Cheerleading Coaches and Advisors (AACCA) di garantire norme e standard di sicurezza per le cheerleader, in modo da scongiurare gli infortuni, soprattutto nelle coreografie più pericolose, come la famosa piramide umana.

A livello iconografico, l’idea trasmessa da film e serie è che la capitana della squadra di cheerleader sia il personaggio più popolare della scuola, assieme al Quarterback della squadra di football. Se nella realtà le cose stanno così, va però anche detto che la capitana ha molte responsabilità, dato che deve preparare le coreografie, partecipare a riunioni con i coach delle squadre, e controllare il lavoro delle altre.

Cos’è l’effetto cheerleader?

Proprio perché associata a uno stereotipo tanto diffuso, la figura della cheerleader è diventata anche oggetto di uno studio, portato avanti da Drew Walker & Edward Vul e van Osch, diventato noto come effetto cheerleader. Che non è altro che il pregiudizio cognitivo che spinge la gente a pensare agli individui come attraenti solo se presenti in un gruppo.

La frase, a dire la verità, è stata coniata dal personaggio di Barney Stinson in un episodio della serie televisiva How I Met Your Mother, facendo notare ai suoi amici un gruppo di donne che, se giudicate inizialmente molto attraenti, in un secondo momento, prese singolarmente, risultavano in realtà piuttosto brutte.

Da quel punto di partenza Walker e Vul hanno condotto un’indagine, chiedendo ai partecipanti di valutare l’attrattiva di volti maschili e femminili mostrati in una foto di gruppo, e poi con foto singole. I risultati hanno confermato che le persone apparivano più attraenti nelle foto collettive, poiché, hanno spiegato i due autori, l’essere umano tende a percepire i volti in un gruppo come un unico “volto medio” che riporta le caratteristiche delle singole facce, che risulta generalmente più attraente rispetto alle singole facce che lo compongono.

"Sei bassa, mascolina, che orrore quei muscoli" ma io ce l'ho fatta

I cheerleader uomini

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Fonte: web

A dispetto di quanto si potrebbe pensare, e come abbiamo accennato, il cheerleading nacque in realtà come sport da maschi, tanto che nel 1939 l’ingresso nelle squadre da parte delle donne era ancora interdetto, potendovi accedere solo a partire dagli anno ’40, e solo a livello universitario.

La storia del cheerleading femminile scorre in realtà parallela a quella dell’ingresso delle donne nel mondo del lavoro durante la Seconda Guerra Mondiale, dato che, in entrambi casi, fu solo per la mancanza di uomini, impegnati al fronte, che vennero chiamate le donne; da quel momento, nel mondo del cheerleading per gli uomini fu estremamente duro riguadagnare il posto perduto, nonostante vari tentativi di “destituire” la componente femminile, come, ad esempio, quello dell’università del Tennessee che, nei primi anni ’50, bandì le donne dall’attività.

Da quel momento si è dovuto aspettare il 2018 per tornare a vedere dei cheerleader maschi, Quinton Peron, Napoleon Jinnies e Jesse Hernandez, che hanno esordito il 9 agosto nella partita di precampionato della NFL fra Los Angeles Rams e Baltimore Ravens e in quella fra New Orleans Saints e Jacksonville Jaguars, primi e unici uomini dopo oltre 60 anni di sole donne. Quinton e Napoleon hanno persino preso parte al Superbowl 2019, l’evento sportivo più seguito di tutti gli USA, per sostenere proprio i Rams, usciti poi sconfitti.

Chi sono Peron e Jinnies, i primi due cheerleader uomini

Cheerleader, bullismo e sessismo

A dispetto di quanto si pensi, le cheerleader non godono solo di invidia e ammirazione da parte delle altre ragazze, ma sono anche sottoposte a restrizioni piuttosto dure su molti aspetti della propria vita privata: oltre a un’attenzione costante alla dieta, con pesate regolari da parte delle squadre, infatti, ci sono veri e propri manuali, esaminati dal New York Times, per cheerleader che forniscono “suggerimenti” (ma sarebbe meglio chiamarle imposizioni) sull’igiene personale, le tecniche di depilazione, l’uso corretto degli assorbenti; piercing e tatuaggi devono essere coperti durante le esibizioni, e ci sono restrizioni anche su smalti e gioielli.

In un contesto del genere, è ovvio che anche il rapporto con i social e con i giocatori sia sottoposto a una vera e propria “sorveglianza speciale”, rappresentando una delle più forti contraddizioni del sistema americano.

Recentemente la cheerleader ventiduenne Bailey Davis è stata licenziata dal corpo di ballo Saintsations dei New Orleans Saints per aver postato un selfie in biancheria su Instagram. Davis, assieme ad altre tre colleghe, ha denunciato la federazione per discriminazione sessuale, ponendo l’accento anche sulla questione dei salari, giudicati troppo bassi, ma anche su altre questioni riguardanti la sfera privata.

Fra le regole imposte alle cheerleader c’è infatti quella di “non fraternizzare” con i giocatori, non fidanzarsi con loro, e bloccare chi fra loro le segue sui social. Questo, però, non impedisce che accada il contrario, ovvero che il giocatore ci “provi” con una o più cheerleader: una decisione a senso unico, quindi, dato che l’onere di “difendersi” dalle avance spetta sempre e solo alle ragazze, mentre nessuna imposizione in questo senso è data ai membri della squadra, né ci sono clausole sui contratti dei giocatori che li tengano lontani da loro.

Sembra contraddittorio anche l’atteggiamento rispetto a immagini di nudo, o comunque dalle tinte sexy, estremamente restrittivo e che può condurre, proprio come nel caso di Bailey Davis, addirittura al licenziamento; lo è nel momento in cui, per stessa affermazione delle ragazze, spesso e volentieri sono proprio le società a imporre loro di posare seminude per degli sponsor, come hanno dichiarato, ad esempio, cinque ex cheerleader dei Washington RedSkins che hanno accusato il presidente, Bruce Allen, di averle costrette a posare in topless per un servizio fotografico del 2013, durante un viaggio in Costa Rica, e addirittura di averle fatte lavorare come escort in una discoteca per alcuni sponsor maschili.

Popolarità e importanza nella cultura di massa a parte, quindi, il mondo delle cheerleader è un altro di quelli in cui non è davvero tutto oro quel che luccica.

Articolo originale pubblicato il 18 Agosto 2020

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