Coronavirus, il dramma di Fabio e degli addetti funebri: 'Siamo soldati in guerra' - Roba da Donne

Coronavirus, il dramma di Fabio e degli addetti funebri: "Siamo soldati in guerra"

Non solo medici e infermieri: nell'emergenza Coronavirus anche gli addetti alle pompe funebri lavorano senza sosta. Ma spesso sono dimenticati. Per questo, abbiamo raccolto lo sfogo di uno di loro.

Da quando è cominciata l’emergenza Coronavirus, in tutta Italia dottori, infermieri e volontari stanno lavorando incessantemente per curare i tanti malati che arrivano negli ospedali italiani, spesso sacrificando famiglie e affetti. A loro va senza alcun dubbio il nostro plauso, perché quella che stanno compiendo è davvero un’opera di grandissimo sacrificio e generosità, ma c’è da dire che non sono i soli a lavorare alacremente e senza sosta.

Anche un’altra particolare categoria di professionisti è da ricordare e ringraziare, dato che il loro contributo è altrettanto fondamentale per garantire la salute di tutti noi.

Parliamo degli operatori delle pompe funebri, già al centro di odiosi pregiudizi che li vedono vittime di gesti scaramantici e, in generale, di una certa diffidenza; in un momento davvero particolare come quello che stiamo vivendo in tutto il Paese, con il dolore del lutto vissuto a distanza e le immagini strazianti delle bare, a Bergamo, portate in altre città italiane per essere bruciate a bordo dei mezzi dell’esercito, il loro lavoro è non solo preziosissimo, ma difficoltoso.

Perché i morti sono tanti, purtroppo, i posti negli obitori e nei cimiteri limitati, e la sicurezza spesso scarsa. Proprio per questo abbiamo voluto raccogliere lo sfogo di uno di loro, Fabio Veronese, in servizio nella zona di Pavia, presso il Policlinico San Matteo.

Quel che ci ha raccontato, nel corso della nostra telefonata, è davvero un invito a riflettere per quanti banalizzano la loro opera, o spesso la dimenticano. Per quanto Pavia non abbia vissuto molti casi, ci spiega, tutti i primi ricoveri provenienti da Codogno e dal lodigiano, primo focolaio italiano, sono arrivati proprio al San Matteo. Con le conseguenze drammatiche immaginabili.

Questa settimana, per fortuna, è iniziata in maniera piuttosto tranquilla. Siamo passati ai 31 decessi di due sabati fa ai 7-8 al giorno, un calo non indifferente.
Sono stati però giorni davvero pesanti, il nostro è uno stress psicologico, prima di tutto. Da quasi 15 anni faccio questo mestiere, ma ora il lavoro è completamente cambiato, e tu ti devi adeguare.

Prima arrivavi in camera mortuaria, c’erano i vestiti, facevi la vestizione, l’incassamento, allestivi la camera ardente, mentre ora non si può più fare: ti chiama l’ospedale, ti dice che il medico legale ha fatto l’accertamento di morte, e tu non puoi far altro che metterlo nella cassa, chiuderlo e lasciarlo sul carrellino dove vengono ammassate almeno 5 o 6 salme. 

Abbiamo un orario per consegnare le salme, le 10 del mattino, ma noi arriviamo almeno mezzora prima, per prendere il posto, perché ci sono altre imprese che arrivano dalle zone limitrofe; e gli scambi che abbiamo con i colleghi, i loro volti stravolti, che poi sono identici al mio, danno davvero l’idea della fatica e del livello di stress che stiamo affrontando.

Ma a preoccupare Fabio non è solo l’altissimo sforzo mentale: ci sono infatti anche aspetti della sicurezza rimasti lacunosi, per gli addetti al settore, che si sentono letteralmente abbandonati dalle Asl.

Ti metti la tuta, i doppi guanti, i calzari, la mascherina, ti metti davanti all’entrata e aspetti. Ma in tutto questo tempo, da quando è iniziata l’emergenza, non c’è stata una telefonata per sapere come siamo messi, se stiamo lavorando in sicurezza, siamo abbandonati a noi stessi. Proprio pochi giorni fa, fortunatamente, sono arrivati altri guanti e tute, però nessuno si preoccupa di dire se stiamo bene, se abbiamo bisogno. 

Della nostra salute se ne fregano, siamo solo ‘quelli delle pompe funebri’, e siamo pure visti male perché abbiamo un lavoro redditizio, perché tanto, come si dice, ‘il nostro settore non conosce crisi, da noi ci passano tutti’.

Ma la verità è che fondamentalmente siamo parte del sistema sanitario“.

Altro aspetto non di poco conto, in questo momento, è gestire il dolore dei parenti, che non possono neppure dare l’ultimo saluto al caro scomparso.

Mi sono capitati parenti in quarantena, una volta sono uscite le figlie a salutare la cassa, non potevano nemmeno toccarla; a queste due ragazze abbiamo dato noi i guanti, altrimenti non avrebbero potuto farlo. In questo momento devi gestire anche le loro richieste, talvolta assurde, quello che la gente non capisce è che noi abbiamo regole precise di pulizia mortuaria da rispettare, se sbagliamo qualcosa possiamo avere conseguenze anche a livello penale“.

Ma i problemi, in realtà, sono anche altri: ce ne sarebbero a non finire. Dai forni crematori che sono al collasso, fino alla difficoltà di reperire delle bare.

“A Bergamo la situazione è precipitata proprio perché il forno ha smesso di funzionare. Noi ci serviamo a Serravalle Scrivia e Valenza, già in quest’ultima città ci hanno comunicato che non ne vogliono più. E poi, pensiamo anche agli addetti ai forni crematori: per cremare una salma ci vogliono due ore, in questo momento, con tutti i morti che arrivano loro, non hanno praticamente riposo.
Noi facciamo fatica anche a trovare le casse, di recente ho chiamato il fornitore che mi ha detto di avere 300 casse ferme al confine con la Slovenia; quando poi la situazione si è sbloccata, mi ha detto che avrebbe potuto darmene solo 10“.

Nel frattempo, mentre siamo al telefono, a Fabio arriva un’altra chiamata: è il datore di lavoro, che gli comunica di un nuovo decesso.

Vedi? Il nostro è un lavoro h24, non esistono turni, riposi, neppure nei giorni normali, figuriamoci ora. Io vorrei godermi un po’ casa mia, rilassarmi sul divano, stare senza pensieri… Ma non si può.

Poca chiarezza c’è stata anche sul trattamento da riservare alle salme: “Inizialmente ci hanno detto di trattarle normalmente, ora tutte come infettivi. Insomma, fino all’altro ieri li vestivi tranquillamente, ora no. Ma se nel frattempo, per sbaglio, ci fossimo contagiati in qualche modo? Come fai a tornare a casa dalla tua famiglia, magari dai tuoi figli, con questo pensiero?
Sì, ci laviamo spesso le mani, usiamo i disinfettanti, stiamo attenti a dove posiamo l’avvitatore, a come tocchiamo le maniglie, il furgone… Ma  poi ci rendiamo conto che tenere tutto sotto controllo è impossibile.

Alla fine, arrivi a un punto in cui sei quasi ‘rassegnato’, come un soldato che va in guerra… Ti dici ‘Ok, io lavoro, se poi la prendo amen’.

Quello che ci servirebbe invece è un minimo di protezione, un po’ di attenzione… Vi servono guanti, mascherine, uno psicologo, perché no? Non tutti reagiamo alla stessa maniera di fronte all’emergenza e alla paura. Io vorrei starmene a casa, sì, anziché non avere sosta, rinunciare alla pausa pranzo perché trovo tutto chiuso e non riesco nemmeno a mangiare un panino al volo, arrivare la sera stremato… Quindi sì, stare a casa, per chi può, è un atto di responsabilità. Così come lo è il non dimenticarsi di noi“.

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