'Perché le sue mani sono dove nemmeno mia madre mi ha mai lavato?' - Roba da Donne

"Perché le sue mani sono dove nemmeno mia madre mi ha mai lavato?"

La violenza di familiari, amici, conoscenti, gli insulti degli ex fidanzati, le minacce. Queste donne ci hanno raccontato storie scioccanti.

Le testimonianze che abbiamo ricevuto dopo avervi chiesto attraverso un post Instagram di condividere con noi le vostre storie di violenza, molestie o abusi, sono di una brutalità inaudita.

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Ogni 15 minuti una donna è vittima di violenza. Il 60% delle violenze o dei femminicidi sono commesse dall’ex partner o dal partner della vittima. Il 43,6% delle donne subisce molestie nel corso della propria vita. ⁠ ⁠ Ricorda: la vittima non è mai colpevole, né se la va a cercare. ⁠ ⁠ Se anche tu sei stata vittima di violenza (psicologica, emotiva, fisica, sessuale), esci dal silenzio e dalla vergogna e raccontaci la tua storia (anche in totale anonimato): le daremo lo spazio che merita.⁠ Potrebbe servire a salvare un’altra donna e a farti sentire meno sola. ⁠ ⁠ Clicca sul link in bio e mettiti in contatto con noi! ⁠ ⁠ ⁠ #robadadonne #stoprape #stoviolenza #noallaviolenza #violenzasulledonne #violenzadigenere #quantovalelavitadiunadonna #empowerment #empower #girlboss #girlpower

Un post condiviso da Roba da Donne (@robadadonne) in data:

Lo abbiamo fatto per dare voce a milioni di donne che ogni giorno sono vittime di padri, fidanzati, ex compagni, sconosciuti, perché da tempo portiamo avanti un progetto importante, quello di Quanto vale la vita di una donna?, dove stiamo raccogliendo storie tanto drammatiche quanto quotidiane. Come quelle di queste ragazze, che hanno conosciuto una violenza che non arrivava da lontano, bensì da coloro che stavano più vicino.

Lisa: “Solo dopo 40 anni ho capito di essere una bimba abusata”

Il ricordo non è preciso rispetto a quello che è successo in quel maledetto bagno, ma non è normale che tua madre appena sposata con uno che è un estraneo lasci che sia lui a farti il bagno, e non è normale anche perché di anni ne hai 9 e sai benissimo lavarti da sola. Ma insistono, perché siamo una famiglia ormai, e una famiglia passa anche dal bagno, ma perché la porta chiusa? Ma perché tua madre non si è mai nemmeno affacciata a quella maledetta porta chiusa? E perché le sue mani sono dove nemmeno tua madre ti ha mai lavato?

Ci ho messo 5 anni per ricordare, 5 anni in cui mi sono sentita un’ingrata perché non ricordavo, sentivo il disgusto nei confronti di questa persona che ormai viveva in casa, repulsione, e non riuscivo a capire perché. Poi ho ricordato e mi sono sentita anche peggio, perché non riuscivo a parlarne, mi sentivo in colpa, per averlo permesso, perché forse non era così grave se mia madre lo aveva permesso, perché non ho ricordato prima, perché dovevo lasciare tutto così e perché lasciare tutto così non mi ha fatto stare bene.

Questo è il dopo e tutte le etichette che mi sono state appiccicate addosso in casa: ingrata, capricciosa, difficile, testarda, da psicologo, musona e fuori: asociale, ancora ingrata e ancora difficile, e quelle che mi sono appiccicata da sola: depressa, obesa per non interessare più nessuno, solitaria.

Solo ora ho capito che ero solo una bambina abusata, ora che sono passati quarant’anni. Io ero una bimba vivace e solare, e dopo, dopo no, dopo non mi piaceva più il mondo, non mi piaceva più far ridere, dopo volevo solo essere invisibile“.

Monica: “Denunciare significava far conoscere a tutti la mia storia”

“Nell’estate della quarta superiore trovai un lavoretto in un bar in un paese vicino al mio. Il primo giorno mi presentai al titolare, un uomo sui 45/50 anni, che si mostrò da subito amichevole. Il primo dettaglio strano che mi colpì fu l’armadietto per il cambio, dove c’erano appese foto di ragazze passate prima di me. Effettivamente, appena uscii dallo stanzino volle fotografarmi con addosso il grembiule e senza ben capire non mi ribellai.

Il secondo (e offensivo) avvenimento che mi fece capire il suo lato perverso avvenne quando andai sul retro per fare scorte di quello che mancava sul bancone. Ero sulla scaletta per raggiungere i prodotti e lui mi raggiunse con la scusa di indicarmeli e aiutarmi, ma iniziò a strusciarsi e sentii la sua erezione. Il ripostiglio era stretto e io ero bloccata sulla scaletta e non avevo spazio per spostarlo e difendermi, continuai a ripetergli ‘ce la faccio da sola, adesso per favore scendiamo’. Scioccata, finii il turno e andai a casa.

Non raccontai la mia esperienza a molti. Poco dopo scoprii che il proprietario aveva collezionato molte denunce; venni contattata dal maresciallo della caserma di competenza per testimoniare contro, mi lasciò il suo numero per pensarci ma non lo richiamai mai. Testimoniare avrebbe voluto dire far conoscere ai miei cari la mia storia.

Con la maturità di oggi e una bimba, questo è il mio più grande rimpianto: non aver testimoniato per far giustizia contro quel viscido ed evitare che la storia si ripetesse dopo di me”.

Simona: “Nessuno mi ha mai difesa. Mia mamma l’ha giustificato”.

“Ero a un compleanno, un diciottesimo di un mio amico. Io avevo appena fatto i miei 18 anni. Sì festeggiava in un bar nel nostro paesino, vicino XXX. Fino a quando il titolare del bar, nostro amico, padre di due figli, ha iniziato a provarci. Ho sempre rifiutato le sue avance. Poi il festeggiato mi ha lasciata 10 minuti con lui. Mi ero chiusa a riccio, posizione fetale su una sedia. Lui di fronte a me che insisteva sul baciarlo e fare sesso. Ero ubriaca. Lui, anche credo. Tuttavia anche se avessimo bevuto la stessa quantità di alcool, lui è alto 1.90 per 90 kg.

Ma la chicca: aveva 32 anni. Era consapevole di ciò che faceva. Fino a quando ha iniziato a mettermi le mani sul seno, tra le gambe, e la lingua in bocca. Ho iniziato ad urlare solo no. Sono stati i 10 minuti più lunghi della mia vita.

Fino a quando il mio amico è tornato. E mi sono fatta portare via. Ho provato a raccontare questa storia, nessuno mi ha mai difesa. Mia mamma l’ha giustificato dicendo che aveva bevuto anche lui.

Mi sono sentita abbandonata.

Maria: “Vedevo il mio corpo nudo allo specchio e mi disgustava per quanto avevo subito”

“Avevo solo 15 anni quando ho smesso di crescere. Era il 10 giugno del 2011. È durato un attimo che mi è sembrato infinito, sono stata toccata, baciata, palpata senza la mia volontà da una persona che ritenevo cara.

Non riuscivo a muovermi, ero come pietrificata, non ho avuto reazioni. Tutto è finito e io ho continuato la mia vita tra scuola e amici come se nulla fosse, fino a quando non mi ritrovavo sotto la doccia e iniziavo a piangere, vedevo il mio corpo nudo allo specchio e non riuscivo a toccarlo senza versare una lacrima. Mi ripetevo che il tempo mi avrebbe aiutato a dimenticare…

Ma non è stato così. Costretta a rivedere quella persona, a sorridergli e parlargli quando in realtà speravo solo che sparisse. Dopo quasi dieci anni ho chiesto aiuto. Ho iniziato a parlare, ho raccontato la mia storia e sono tornata a crescere. Ora sono più forte e invito tutti a non commettere il mio errore nel non raccontare quando era il momento. È necessario farla pagare subito a questi ‘uomini’. Raccontate, parlate e denunciate, denunciate e denunciate“.

Elena: “Il mio caso di violenza è stato archiviato, non mi sento al sicuro”

Ciao sono Elena, ho 17 anni e pochi giorni fa il mio caso è stato archiviato. E io non mi sento al sicuro. Non posso tornare nella mia città, mi sono dovuta trasferire e ogni volta che ci torno un’ansia incredibile mi assale. Loro potrebbero essere lì, sono come mostri che mi perseguitano. Tutto è successo quest’estate. Ero felice di andare al diciottesimo di una mia amica. Loro erano lì travestiti da agnellini, entrambi maggiorenni. XXX era uno dei mie amici, con cui mi confidavo, e l’altro, XXX, mi era conosciuto solo di volto. Io quella sera non volevo bere, ma XXX iniziò a riempire il mio bicchiere.

Si fecero rollare una sigaretta e ci spostammo dal tavolo verso la spiaggia, ci sedemmo e loro iniziarono a chiedermi un bacio in bocca o una sulla guancia se io non bevevo, ma li non capii bene i loro intenti, perché mi fidavo. Fu fulmineo l’attimo in cui mi ritrovai con le loro mani addosso. Ero ubriaca, sulle gambe di due mostri, ed ero impotente. Sentii uno di loro dire ‘Slacciale i pantaloni’; a quel punto urlai e mi dimenai, mi sono salvata per un soffio.

Per mesi e mesi ho dovuto aspettare un verdetto su quei due mostri, ma non ci sono abbastanza prove, e il caso è stato archiviato. Io però continuo a vivere nella paura e nell’angoscia, e loro invece beati nella loro vita, con le loro ragazze ignare di ciò che sono davvero. Vorrei solo giustizia per me, ma anche per tutte coloro che sono come me, la legge ci deve ascoltare perché non deve più accadere una cosa del genere“.

Lucia: “Quell’abuso subito da un amico del nonno che non dimentico”

“Era il 2008 ed io avevo 9 anni, una mattina come tante mia madre stava accompagnando me e alcune amiche mie a scuola facendo, come sempre, sosta da mia nonna. C’era un signore sulla settantina amico di mio nonno che da un po’ di tempo mi dava fastidio, ma io, piccola, non capii i segnali. Quella mattina, mentre ero in macchina con le mie amiche sedute dietro, aspettando mia madre, lui ben pensò di aprire la portiera e come se nulla fosse mise la sua mano tra le mie gambe, andando sotto il grembiule e sotto le calze.

Per non far capire nulla alle mie amiche iniziò a parlare con loro del più e del meno mentre io stavo morendo dentro. È stato un episodio che mi ha segnato per sempre, a volte ancora lo incontro per strada e mi si gela il sangue. Sono passati 12 anni ma lo ricordo come se fosse ieri“.

Roberta: “Lo raccontai al mio amico e lui disse che era stata colpa mia”

“Avevo 15 anni quando un uomo iniziò a palparmi con la scusa di farmi provare dei jeans nel suo negozio. Entrò nel camerino e mi disse che per fare aderire meglio il jeans doveva toccarmi o dovevo piegarmi un po’. Non riuscì a fare nulla finché non inventai una scusa per andare via. Quando raccontai questa cosa a quello che all’epoca era il mio migliore amico lui affermò che se lo aveva fatto di certo era perché io lo avevo provocato o avevo un abbigliamento succinto. Violenza nella violenza”.

Lidia: “Quelle avances da un uomo importante mi scatenarono attacchi di panico”

“Un uomo, che conosceva anche mio padre, si è offerto di aiutarmi a trovare lavoro; collaboro con lui per varie mansioni politiche fino a quando, con la scusa di dover parlarmi di lavoro, per un ruolo molto importante, mi chiede di andare a mangiare una pizza. Accetto, controvoglia, mi sembrava troppo strana come cosa e iniziava a puzzarmi di marcio, ma col fatto che conoscesse mio padre non ho dato retta al mio istinto.

In pizzeria mi chiede di punto in bianco di ballare per lui la danza del ventre, e dopo svariate frasi disgustose cerco di chiudere frettolosamente la serata dicendo che non mi andava più la pizza e e che volevo tornare a casa, senza cercare di fargli capire che iniziavo ad avere paura. Arrivati in macchina mi dice che gli piaccio e che vuole avere una storia con me (lui ha moglie e 2 figli già grandicelli).

Macchina chiusa bloccata volutamente, parcheggio vuoto e un solo lampione che emanava quel filo di luce, ha voluto che gli spiegassi perché e per come non volessi una storia con lui.

L’ho assecondato dicendogli per filo e per segno perché non lo volessi e gli ho chiesto per favore di non mettermi le mani addosso. Mi riporta alla mia macchina, gli dico di cancellarmi dalla sua testa, bloccato ovunque, per fortuna mai più avuto contatti con lui. Un uomo, di 60 anni e passa, una persona importante per la città. E io sola, piccola come una formica, sono morta di paura. Conseguentemente, ho avuto attacchi di panico. Era il 2017 e ora sto bene.”

Paola: “Quell’uomo che si è masturbato davanti a me”

“Una sera stavo tornando a casa da una giornata passata a casa della mia amica. Mi hanno accompagnato alla fermata del bus la mia amica e la madre in macchina poi, quando se ne son andate, un signore si è fermato dietro di me in macchina, continuava a chiamarmi insistentemente, mi giro e lo vedo seduto in macchina senza pantaloni masturbarsi, guardandomi in faccia e ridendo.

Camilla: “Il mio ex che mi diede della troia”

“Il mio ex non accettava che avessi un carattere forte e faceva di tutto pur di prevalere su di me. Una volta dopo una discussione, scesi dalla macchina infastidita dai suoi modi e sbattei con forza la portiera della macchina. Dopo quel gesto lui abbassò il finestrino e mi disse ‘torna indietro, non ti permettere mai più, richiudi la portiera con rispetto’ ed io gli risposi ‘quello che non conosci tu?’ . Cominciai a camminare verso casa e iniziò a insultarmi urlandomi ‘sei una troia, una puttana’ “.

Gaia: “L’incubo di rivivere una storia come quella passata”

Quattro anni fa lasciai il mio ex… E da allora per me è stato tutto un incubo! Ho subito gravi cose, danni alle mie ‘cose materiali’, minacce, inseguimenti, migliaia di profili falsi, chiamate e messaggi! Non c’era modo di togliermelo dai piedi! Non voleva accettare la storia finita, da questa storia sono rimasta terrorizzata e provata! Ancora adesso dopo 4 anni… Ho ancora la paura che possa ritornare a succedere tutto ciò“.

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Non sei tu a doverti vergognare: raccontaci la tua storia

Le daremo lo spazio che merita. Potrebbe servire a salvare un’altra donna e a farti sentire meno sola. Clicca qui se vuoi condividere la tua storia.

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Articolo originale pubblicato il 11 Febbraio 2020

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