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Giulia Tofana, la fabbricante di veleno che "liberava" le donne da mariti violenti

La storia della più famosa avvelenatrice seriale del Seicento: aiutava le donne sposate che volevano sfuggire a un matrimonio sbagliato
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

“È più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada”, diceva un’antica legge romana. Non è un caso che in latino lo chiamassero Venènum malum, filtro d’amore cattivo, l’esatto contrario dell’elisir preparato dalla dea Venere. E proprio di una pozione tutt’altro che benefica si servì Giulia Tofana per aiutare le donne che desideravano liberarsi dai loro mariti.

Nota assassina seriale del Seicento, la sua storia è stata raccontata recentemente anche nel libro Giulia Tofana. Gli amori, i veleni, scritto da Adriana Assini. Si dice che il suo temibile veleno, chiamato proprio acqua tofana, abbia ucciso centinaia di uomini, ma di lei sappiamo veramente poco.

Nata a Palermo verso la fine del Cinquecento, sembra che fosse figlia o nipote di Teofania d’Adamo, giustiziata nel 1633 per aver avvelenato il marito. Povera e analfabeta, dopo essersi mantenuta a lungo vendendo il suo corpo, decise di sperimentare con erbe e polveri per ottenere una formula che avrebbe cambiato la sua vita. Il suo veleno era perfetto e poteva essere somministrato lentamente, solo poche gocce al giorno, senza destare sospetti.

L’autore Salvatore Salomone Marino ne parlò in un libro pubblicato nel 1882, che aveva come scopo quello di svelare i misteri dell’arcinota acqua tofana, chiamata anche acqua perugina, acquetta, acqua di Napoli oppure Manna di San Nicola.

Si fa l’acqua con arsenico e piombo, che si mettono a bollire in una pignatta nuova, otturata bene, che non rifiati, fino a che cali un dito; l’acqua che ne resta è chiara e pulita; presa in vino o in minestra provoca il vomito; poi viene la febbre, ed in quindici o venti giorni si muore: bastano cinque o sei gocce per volta in ogni giorno per far l’effetto, e non altera il sapore della minestra né del vino.

Inodore e insapore, il suo subdolo veleno era l’arma bianca perfetta per le mogli vessate dai loro coniugi. Qualche voce sul suo conto, però, iniziava a trapelare: Giulia decise così di lasciare Palermo in fretta e furia, per sfuggire all’Inquisizione e alla caccia alle streghe. Giunta nella Roma barocca di Urbano VIII, divisa tra arte e miseria, riprese le vecchie abitudini.

Si servì della conoscenza di un frate per procurarsi tutto gli ingredienti e produrre la sua formula in grandi quantità. Diventata ricca grazie alla sua pozione mortifera, Giulia Tofana viveva in un elegante appartamento a Trastevere e indossava abiti costosi e gioielli. Nessuno poteva immaginare che dentro le sue eleganti boccette decorate, simili a flaconi di profumo, si nascondesse una terribile sostanza letale.

Dopo anni di attività, qualcosa andò storto. Una delle donne che si erano rivolte a lei, la contessa di Ceri, usò tutto il veleno in una dose sola e la morte improvvisa di suo marito insospettì i familiari. Partirono le indagini, che portarono presto a Giulia Tofana. Torturata, ammise di aver contribuito alla morte di seicento uomini.

Secondo una delle tante versioni di questa storia, il 5 luglio del 1659 Giulia Tofana, la figliastra Girolama Spana e alcuni aiutanti vennero impiccati a Campo de’ Fiori. Altre donne, vedove a cui lei aveva fornito il veleno, furono murate vive nel palazzo dell’Inquisizione. C’è anche chi sostiene, però, che in realtà Giulia sia riuscita a sfuggire al suo destino, grazie alle sue conoscenze nel clero, e che abbia vissuto il resto della sua vita nascosta in un convento.

 

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