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Il papà non è un mammo

Vorrei farvi vedere brevemente perché la parola “mammo” faccia del male alle donne, ma soprattutto agli uomini.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Sui generi(s)”

Qualche mese fa ho discusso con un personaggio pubblico (del quale non vi dirò il nome), per una questione che ha a che fare con l’utilizzo della parola “mammo”. E l’ho fatto con le migliori intenzioni, perché è un personaggio che seguo con piacere da tanti anni (no, non vi dico chi è) e con la sua musica ci sono cresciuta, quindi non avevo nessuna intenzione di attaccarlo, ma solo di ragionare assieme (ok è JAx, va bene? Madonna, non so tenermi un cecio in bocca).

Era la festa della mamma e in un post su Instagram raccontava di come in quella giornata avrebbe fatto il mammo, per permettere a sua moglie di godersi la giornata.
Ora, io lo so che vista così, letta di sfuggita, quella caption poteva sembrare solo molto tenera e sono anche convinta che quello fosse l’intento di JAx, quello di fare una cosa bella per la moglie e intanto prendersi cura di suo figlio (che sono certa ami moltissimo, usa sempre parole bellissime per lui).

Ma infatti il problema delle parole del patriarcato (sì ragazze, di questo stiamo parlando, sempre) è che sono spesso ingannevoli, sembrano innocue. Anzi, vi dirò di più, sembrano a favore delle donne. In realtà recano danni a tutti quanti, alle donne e agli uomini, alle mamme e ai papà. Ora, mettendo da parte l’esempio specifico e lasciando il cantante in pace nella sua Ostia Lido, vorrei farvi vedere brevemente perché la parola “mammo” faccia del male alle donne, ma soprattutto agli uomini.

Quando chiamiamo un papà “mammo”, stiamo implicitamente dicendo che i compiti che sta svolgendo sono compiti materni. Stiamo dicendo che dare la pappa a un bambino, cambiargli il pannolino, addormentarlo etc, sono cose che dobbiamo fare noi donne. Ma non è così, non sta davvero scritto da nessuna parte. I figli sono di entrambi i genitori e prendersene cura anche quando non è divertente è un compito di entrambi i genitori.

Pensate alle varie pubblicità che vediamo in giro: se bisogna far vedere un bambino che gioca, allora ci mettiamo il papà. Ma se dobbiamo vendere pannolini, indovinate chi è quella che sta cambiando il neonato? Certo, la mamma. Questa associazione per cui il papà fa le cose divertenti e la mamma quelle più di routine (e spesso difficoltose) ci porta a elogiare un uomo quando lo vediamo impegnato nel dare il biberon al suo bambino.

“Sei così fortunata che tuo marito ti aiuti col bimbo!”

Signore, ma quale fortuna? Non dovrebbe essere fortuna, dovrebbe essere normale amministrazione!
Ma come, io faccio la giocoliera tra il lavoro e il bambino cercando di fare tutto e gli altri non fanno altro che sottolineare le mie mancanze (sul lavoro e/o nella vita privata), poi lui sterilizza un ciuccio ed è il padre dell’anno?

E badate bene, non sto dicendo che ogni compito debba essere diviso al 50%, perché purtroppo in Italia il congedo di paternità è ridicolo e per i papà non è possibile stare con i figli quanto vorrebbero, perciò pretendere che si occupino al 50% di un figlio che vedono per ¼ della giornata, è solo la ricerca di un’uguaglianza inutile. Ma che da questo si arrivi a dire allora che siamo fortunate se il padre di nostro figlio ogni tanto alza un dito, beh, no. Ma soprattutto, chiamare “mammo” un papà è fargli un torto.

Perché in questo modo anche lui si convince che quello che sta facendo non sia compito suo. E questo, se sei un papà presente, che tiene al proprio bambino e vuole prendersene cura, fa molto male.
Il termine “mammo” fa da tagliafuori. “Sì beh, ora te ne stai occupando, ma non ti ci abituare, non è cosa per te”.

L’altro giorno un ragazzo giovane, che conosco da tanti anni, mi raccontava che gli piacerebbe diventare papà e passare tanto tempo con sua figlia. “Sai, me la metterei in quelle cose… sai, quelle dove la tieni davanti e hai le mani libere…”. La parola che cercava era “fascia”, che – converrete con me – non è propriamente un termine tecnico difficile da ricordare. Mi ha fatto molta tenerezza il fatto che lui non sapesse come chiamare “quella cosa”.

Credo che molti uomini quasi non si sentano autorizzati a interessarsi di certe cose, un po’ perché lo stereotipo di maschio alfa non prevede fasce per bambini e un po’ perché alcune volte siamo noi donne a farli sentire inadeguati, fuori posto (ma sempre perché ci hanno raccontato la favoletta che i figli sono solo nostri, quindi alla fine è comunque sempre colpa della società e mai del singolo).

Soffermarsi su questi modi di dire può sembrare pesante, forse in alcuni casi sarebbe più semplice lasciare correre. Ma la nostra mente si struttura anche a partire dal linguaggio che utilizziamo e per questo abbiamo la responsabilità di sceglierlo con cura.

Insomma, come diceva Nanni Moretti in una delle sue frasi più abusate, le parole sono importanti.
E i papà anche. Ricordiamoglielo.

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