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Maria Antonietta Avanzo sabotata dagli uomini perché era "l'uomo" migliore di tutti

La "spericolata" vita di Maria Antonietta Avanzo, pilota di auto da corsa che visse la sua vita a cento all'ora, senza mai lasciarsi fermare dagli uomini
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

“Ho avuto tutto dalla vita: bellezza, denaro, amori e due magnifici figli, e ho sempre fatto quello che volevo io!”: no, quella di Maria Antonietta Avanzo non è stata un’esistenza come le altre.

Prima donna al mondo ad aver corso la Mille Miglia nel 1928 e a Indianapolis nel 1932, fu detentrice di molti altri primati. I piloti dell’epoca, da Enzo Ferrari a Tazio Nuvolari, la temevano: e avevano ragione a farlo, perché lei gareggiava sempre alla pari. La sua storia, sconosciuta ai più, è stata recentemente raccontata anche nella biografia Indomita curata da Luca Malin, che riporta brani del libro che lei stessa aveva scritto nel 1928, La mia vita a cento all’ora.

Ho vissuto assai; a cento all’ora, come dico io! Nelle poche, pochissime pause (per chi non lo sapesse anche nel dormire io sono rapidissima!) la mia testa è sempre in movimento, proprio come se smontassi da una folle indigestione di velocità.

Nata il 5 febbraio 1889 a Porto Viro, un paesino della provincia di Rovigo, Maria Antonietta era figlia di ricchi proprietari terrieri, i Bellan. La leggenda narra che a soli tredici anni ebbe il suo primo incidente d’auto, dopo aver  rubato l’automobile del padre Giuseppe, che l’aveva incoraggiata a guidare fin da piccolissima. Non era baronessa, nonostante tutti la chiamassero così, così come non era nobile nemmeno il marito, Eustachio Avanzo, che sposò nel 1908 e con cui si trasferì a Roma.

In compenso, sua sorella Elettra sarebbe diventata madre del grande regista Roberto Rossellini.

Dopo aver ricevuto una veloce auto Spa 35/50 Sport, dono del marito alla fine della Grande Guerra, nel 1920 Maria Antonietta Avanzo debuttò nel mondo delle corse automobilistiche.

Le prime due gare, al Circuito del Lazio e alla Targa Florio, erano solo il preludio ai grandi successi dell’anno seguente. In particolare, alla sua prima competizione arrivò un’ora prima degli altri sul traguardo allo Stadium di Roma. Il suo incredibile risultato attirò qualche invidia e sempre la leggenda narra che il giorno successivo qualcuno le allentò la ruota per farla perdere. Nonostante l’incidente, lei si rincuorò dicendo “Maria Antonietta, tu sei un grand’uomo”, come più avanti raccontato nel suo diario.

Nel 1921 gareggiò in ben sei competizioni nazionali e internazionali, piazzandosi anche nei primi tre posti. Nello stesso periodo, però, il rapporto con il marito si incrinò, anche a causa dei tradimenti di lui. Maria Antonietta si avvicinò sempre più a Gabriele D’Annunzio, che la definì “Nerissima Nerissa, corritrice demoniaca”, ma i due furono semplicemente grandi amici.

Affascinato da una donna così unica e forte, le perdonò persino di aver causato la morte della sua tartaruga Cheli, causata da un eccesso di tuberose che la baronessa aveva portato al Vittoriale, dimora del Vate.

Mentre molte altre donne si affacciavano all’automobilismo, Maria Antonietta Avanzo mieteva vittorie e si distingueva per la sua figura elegante e magnetica. Nel 1923, intanto, aveva deciso di lanciarsi in un’altra avventura, trasferendosi con i due figli in Australia, dove si dedicò all’agricoltura e a esibizioni sporadiche in auto.

Tornata in Italia dopo cinque anni, con l’avvicinarsi della Seconda Guerra Mondiale, decise di prestarsi come crocerossina e autista di camion. Ma non solo: eroicamente, nascose diversi ebrei alla persecuzione nazista e salvò il regista Luchino Visconti dall’arresto e da morte certa.

Sebbene l’ultima sua gara sia stata nel 1939, la Tobruk-Tripoli, Maria Antonietta Avanzo guidò per tutta la sua vita. Ancora anziana, sfrecciava indomita tra le vie di Roma. Morì il 17 gennaio 1977, all’età di ottantotto anni, con alle spalle una carriera da pilota che ancora oggi gli appassionati celebrano e invidiano.

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