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Sei pazza, Nellie Bly: "Non puoi farlo. Primo, perché sei una donna"

Un donna straordinaria che si è fatta storia per raccontare storie, fregandosene delle convenzioni, incapace di rimanere al suo posto, scegliendo sempre di stare dove voleva.Quella di Nellie non è solo una bella biografia. È un invito, per chi sa coglierlo.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

scelta da Nicole Orlando

Sei matta, Nellie Bly che per fare la giornalista hai scelto il nome di una vecchia canzone.

Farsi rinchiudere in un manicomio di New York per scoprire se quello che si diceva fosse vero. Provare allo specchio di casa le espressioni folli che le avrebbero garantito l’accesso al Blackwell’s Island Asylum, prepararsi a diventare il cavallo di Troia che avrebbe disintegrato il sistema dall’interno – armata di un foglio e una penna.

E di una testardaggine disarmante: chissà dove pensava di arrivare, sul finire dell’Ottocento, una signorina in gonnella con la mania del giornalismo. Dal manicomio in cui era facilissimo entrare e impossibile uscire Nellie è stata tirata fuori dai suoi del giornale, come da programma, 10 giorni dopo.

Ne è uscita portando addosso le prove che avrebbero cambiato il sistema, e in testa i nomi delle donne che lasciava indietro. Il suo articolo per il New York World di Joseph Pulitzer ha fatto partire la riforma che ha sventrato il sistema degli ospedali psichiatrici di New York.

Ma di stare dietro a una scrivania neanche a parlarne: Nellie Bly (all’anagrafe era Elizabeth Cochran) si è fatta mettere in prigione per denunciare i trattamenti riservati alle donne, si è finta operaia per raccontare le condizioni inumane della vita senza scopo delle donne operaie.

Pazza per missione e giornalista per vocazione, si è fatta cacciare dal governo del Messico, prima giornalista donna inviata in terra straniera a raccontare usi e costumi di un popolo vicino e lontano (crepe comprese). Con le sue inchieste si è attirata le ire dei conservatori, le reprimende delle donne benpensanti, i mal di testa dei capi. E il titolo di “migliore reporter d’America”.

Chissà a cosa pensa, si diceva in giro, questa donna senza uomo, che a un certo punto si è impuntata con quella storia di farsi il giro del mondo da sola mettendoci una settimana in meno di Phileas Fogg. Sfidare un uomo, uno inventato per di più.

Doveva essere pazza davvero, con quella cocciuta volontà di fare quello che voleva: diventare la prima giornalista d’inchiesta americana, che ci è restituita oggi in color seppia con il gonnellone fino ai piedi e un cappotto a quadri, che non sapeva come scegliere i vestiti da portarsi in giro per il mondo, mentiva sulla propria età e andava a caccia di storie dove alle donne non era permesso, tra i rifiuti, letteralmente nel fango, tra i cadaveri in guerra.

Una che ha tenuto l’America incollata alle pagine che raccontavano la sua folle avventura intorno al mondo, che ha stupito tutti quando ha salutato il giornalismo per sposare un anziano imprenditore, una che alla morte del marito ha preso in mano il suo impero, è fallita ed è tornata al giornalismo raccontando la Prima guerra mondiale dal fronte nemico.

Chissà cosa sappiamo farci lasciare, da questa signora della carta stampata d’inizio Novecento, da questa donna straordinaria che si è fatta storia per raccontare storie, fregandosene delle convenzioni, incapace di rimanere al suo posto, scegliendo sempre di stare dove voleva. Quella di Nellie non è solo una bella biografia. È un invito, per chi sa coglierlo.

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