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Per Amina Filali, costretta a sposare il suo stupratore e suicida a 16 anni

Amina ha preferito il veleno alla vita con l'uomo che l'aveva stuprata ed era stata costretta a sposare. Ha preferito uccidersi a 16 anni che morire lentamente, giorno dopo giorno. Questo articolo è per lei, perché è importante non dimenticare. Mai.

I dati che le varie associazioni umanitarie forniscono sulle cosiddette “spose bambine” parlano di una situazione in netto calo a livello mondiale, ma ancora ben lontana dalla definitiva risoluzione e dall’abolizione totale di questa pratica aberrante, annichilente, che spesso costa la vita alle povere bambine o giovanissime date in sposa dalle famiglie talvolta per ragioni economiche, altre per salvaguardare l’onore e la reputazione presso la comunità.

È, quest’ultimo, il caso di Amina Filali, a cui vogliamo dedicare questo articolo affinché la sua memoria, e la potenza del suo gesto, non vadano mai perduti. Perché Amina, proprio per sfuggire a un matrimonio combinato con l’uomo più grande di lei di undici anni che l’aveva stuprata, ha preferito la morte.

Già, i numeri sono in calo ma, diciamoci la verità, sono solo numeri: e nessuno può provare, sentire, vivere l’orrore che ciascuna di queste bambine o ragazzine date in sposa a uomini sconosciuti, molto più anziani, spesso violenti, prova ogni singolo giorno di questa assurda vita che non si è scelta, su cui non ha avuto alcun potere decisionale, per cui ha dovuto solo obbedire. Che sia una sola o cento, poco importa, non fa differenza. Per questo i dati sono incoraggianti sì, ma deprimenti allo stesso tempo. Perché parliamo di una piaga tuttora saldamente radicata in molte culture, una barbarie interpretata dai genitori il più delle volte come semplice viatico per “levarsi di casa” una bocca da sfamare, sacrificandone la libertà e la volontà.

Per queste ragazze che ancora non sono donne la scelta, semplicemente, non esiste: o si resta con un uomo che non si conosce, non si ama, rinunciando a se stesse, vivendo nella paura di essere brutalizzate, picchiate, o ci si toglie la vita. Come ha fatto Amina, che per sfuggire a quel destino orribile si è uccisa ingerendo il veleno per topi.

La storia di Amina

Fonte: l’inkiesta

Amina vive a Larache, in Marocco, paese che ha aggiornato il proprio Codice della Famiglia nel 2004, proprio per tutelare maggiormente i diritti delle donne, e ha quindici anni quando viene rapita e violentata da un uomo che, di anni, ne ha ventisei. La sua famiglia denuncia lo stupratore presso il Pubblico Ministero di Tangeri, che però profila loro l’ipotesi delle “nozze riparatrici“: il modo migliore per scongiurare la condanna da cinque a trent’anni per l’aggressore, e al contempo un’opportunità socialmente accettabile per le famiglie coinvolte per salvaguardare onore e prestigio nella comunità.

Già, perché nonostante il Codice Penale marocchino riconosca lo stupro come reato, offre al contempo una scappatoia niente male agli stupratori, attraverso l’articolo 475 che consente di sposare la vittima, laddove quest’ultima sia minorenne, per sottrarsi al processo penale. Si tratta evidentemente di una pratica ancora fortemente influenzata dalla mentalità patriarcale della famiglia, per cui è fondamentale preservare l’integrità morale di una figlia non più vergine.

Così, nel 2012, un anno dopo quella soluzione “forfettaria” che sta bene a tutte le parti coinvolte, fuorché ad Amina, la ragazza sposa il suo stupratore, ma più volte confida alla madre di essere picchiata da quest’ultimo.

La mamma le risponde di essere paziente, ma Amina non ce la fa più a sopportare, e dopo cinque mesi di agonia si toglie la vita ingerendo il veleno per topi. Ha sedici anni.

La sua storia, e la sua fine, sono rimbalzate oltre i confini nazionali marocchini spandendosi via social e portando alla creazione di una petizione che chiedeva proprio l’abolizione dell’articolo 475 e la fine definitiva di questa pratica, mandata avanti soprattutto da Avaaz ma sostenuta anche da Amnesty International. Nella notte tra il 22 e il 23 gennaio 2014, due anni dopo la morte della ragazza, il Parlamento marocchino ha finalmente approvato un emendamento alla legge sulle nozze riparatrici, abolendo la possibilità per uno stupratore di evitare il carcere sposando la sua vittima. Un grande passo in avanti che, tuttavia, non può permettere di adagiarsi sugli allori, come all’epoca spiegò Hassiba Sahraoui, vice direttore di Amnesty per Medio Oriente e Nord Africa, quando disse che il Marocco “ha bisogno di una strategia globale per proteggere le donne dalla violenza”, e che auspicava che Algeria e Tunisia si incamminassero “sulla stessa strada”.

La strada, in effetti, è ancora molto lunga, e questi non sono che piccoli traguardi raggiunti solo con la sofferenza e la morte di una ragazza giovanissima. Per questo per noi, a distanza di sei anni, Amina e il suo sacrificio non sono spariti: la tragicità della sua vicenda deve essere ricordata e portata avanti come monito, come esempio del male che il perseguire quelle che non possono essere considerate “tradizioni”, ma solo barbarie che violano i più basilari diritti umani, possa procurare. Non sarà sempre sufficiente, purtroppo, a cambiare una mentalità retrograda ma fortissima, ad abbattere anni e anni di integralismo e di chiusura, ma chi lotta affinché il velo di omertà, connivenza e fondamentalismo decada deve portare avanti il nome di Amina, e non dimenticarlo mai. Per ricordarsi, ogni giorno, perché e quanto sia importante continuare con la battaglia, per fare in modo che non esistano più Rawan, più Amina.

Lo dobbiamo a tutte loro, lo dobbiamo alle bambine che, ancora oggi, si trovano intrappolate in questo inferno senza via d’uscita. Lo dobbiamo fare finché, sulla casella dei “matrimoni con minori”, sui dati delle associazioni umanitarie, non si leggerà solo un grosso, tondo, magnifico 0.

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