Una bambina su 5 viene data in sposa, 50mila muoiono di parto ogni anno - Roba da Donne

Una bambina su 5 viene data in sposa, 50mila muoiono di parto ogni anno

Una bambina su cinque mondo diventerà sposa bambina, che presto potrebbe diventare una delle 50 mila minorenni che muoiono ogni giorno di parto. I matrimoni precoci allontanano le ragazze da scuola, dalla realizzazione personale, le espongono a pericoli e mettono a repentaglio le loro vite. È ora di fare qualcosa di concreto.

Gli appelli e le mobilitazioni di ONG, associazioni e dei leader dei più importanti Stati al mondo si sono moltiplicati nel corso degli anni, ma sembrano essere ancora insufficienti per arginare ed eliminare del tutto le situazioni di disagio, violenza, barbarie cui milioni di bambine, spesso neppure adolescenti, sono sottoposte quasi quotidianamente nei loro Paesi di origine ma anche in Occidente.

I dati che emergono dal dossier InDifesa 2019 di Terre des Hommes, in occasione dell’International Day of the Girl Child, la Giornata Mondiale dei Diritti delle Bambine e delle Ragazze (11 ottobre) istituita tramite Risoluzione ONU 66/170 del 19 dicembre 2011, e da altre associazioni internazionali, mostrano come sia necessario più che mai promuovere i diritti delle donne e l’emancipazione di molte giovanissime ancora relegate al ruolo di semplici schiave sessuali, di spose bambine o di semplici procreatrici.

Nessuna prospettiva professionale, per loro, nessuna istruzione, questi milioni di bambine e ragazze sono destinate a essere date in sposa prestissimo, spesso a uomini molto più grandi di loro, per fare figli e occuparsi della casa.

1. 1 bambina su 5 diventa una sposa

Fonte: web

1 bambina su 5 viene data in sposa a uomini spesso molto più grandi di lei, a causa della povertà o di pratiche sociali discriminatorie, con conseguenze devastanti sulla vita delle giovani e su quella dei loro figli. Quella nella foto, Rawan, è morta a soli 8 anni per le lesioni interne riportate durante la sua prima notte di nozze con il marito quarantenne. Il suo non è un caso isolato, purtroppo le bambine o adolescenti che perdono la vita per questo sono molte.

Nello scorso decennio, per fortuna, il numero di spose bambine è diminuito del 15%: da 1 su 4 (25%) a 1 su 5 (21%), per un totale di 25 milioni di matrimoni precoci impediti.
Ciononostante, sono ancora 650 milioni le ragazze e le donne che si sono sposate prima dei 18 anni.
Nell’Asia Meridionale, dal 2009 ad oggi, la probabilità per una ragazza di essere costretta a
sposarsi da bambina è diminuita di oltre un terzo, passando dal 50 al 30%, e il fenomeno è diventato predominante soprattutto nell’Africa subsahariana, a causa dei progressi socio-economici più lenti e della crescita della popolazione.
Nell’America Latina e nei Caraibi il livello di matrimoni precoci è lo stesso di 25 anni fa, mentre il Brasile rimane al quarto posto per numero assoluto di ragazze sposate prima dei 18 anni. Tuttavia, il problema non è solo dei paesi poveri: negli Stati Uniti il fenomeno la maggior parte dei 50 stati dell’Unione prevede eccezioni a livello legislativo che consentono di sposarsi prima dei 18 anni e, secondo uno studio dell’organizzazione Unchained At Last, tra il 2000 e il 2010 si sono celebrati almeno 25.000 matrimoni con minorenni negli USA.
Nel 2018 solo New Jersey e Delaware hanno messo dei limiti all’età legale per il matrimonio, mentre la Pennsylvania sarebbe in procinto di varare una legge che alza il limite a 18 anni. Per ora a 16 e 17 anni è necessario solo il consenso dei genitori, sotto i 16 quello del giudice. Gli Stati
in cui il matrimonio precoce è più diffuso sono quelli con un’alta prevalenza di povertà e di gruppi religiosi ultraconservatori.

2. La situazione africana

Fonte: web

Oggi, una sposa bambina su tre vive in Africa, mentre 25 anni fa questa percentuale era di una su 72.
Il 76% di ragazze tra i 20 e i 24 anni in Niger si sono sposate prima dei 18 anni, il 68% nella Repubblica Centrale Africana, il 67% in Chad, il 52% in Sud Sudan, Burkina Faso, Mali, Guinea, il 48% in Mozambico.

Proprio da questo Paese arriva però una bella notizia, dato che il 15 luglio 2019 è stata approvata una legge che rende illegali i matrimoni precoci e che punisce con il carcere non solo chi sposa una ragazza con meno di 18 anni, ma anche chi celebra il matrimonio e chi lo organizza, compresi i genitori. È un piccolo passo, ma pur sempre significativo.

3. Le conseguenze dei matrimoni precoci

Fonte: web

Tra i risvolti drammatici legati ai matrimoni precoci, impossibile non evidenziare gli aspetti legati alle possibili gravidanze delle bambine/ragazze: almeno 50 mila ragazze tra i 15 e i 19 anni muoiono ogni anno a causa di complicazioni durante la gravidanza e il parto. Inoltre il rischio che un bambino, figlio di una ragazza sotto i 18 anni, muoia nel primo anno di vita è del 60% più alto rispetto a uno nato da una donna che abbia superato i 19 anni.

Ogni anno, riporta Terre des Hommes, circa 21 milioni di ragazze dai 15 ai 19 anni e 2 milioni di ragazze sotto i 15 rimangono incinte. Di loro almeno 18,5 milioni diventeranno mamme appenabambine, con 2 milioni e mezzo di loro che ancora non avranno ancora compiuto i 16 anni.

Il 90% di queste gravidanze avviene nei Paesi con un reddito medio basso, soprattutto in Africa, Sud Asia, America Latina e Caraibi.

4. Nessuna istruzione per le spose bambine

Fonte: unicef

Altro aspetto di non poco conto, è il fatto che le bambine destinate a sposarsi in giovane età non riescano a ricevere un’istruzione appropriata, contribuendo irrimediabilmente alla privazione di risorse importanti per l’economia del paese di origine, data dalla mancanza della componente intellettuale femminile, provocando un grosso impatto economico nella vita della comunità stessa.

Nonostante l’incidenza del fenomeno delle “spose bambine” sia diminuita nel corso degli ultimi 30 anni, i matrimoni precoci restano diffusi in diverse regioni del mondo, soprattutto nelle zone rurali e tra i ceti più poveri.

Alcune spose bambine sono i soggetti più emarginati e vulnerabili della società, spesso costrette a una vita di totale isolamento, allontanate troppo presto dalla famiglia di origine, escluse dall’istruzione, deprivate anche della possibilità di poter andare a scuola e di avere relazioni con i coetanei e con il resto della comunità.
Ad esempio, come riportano i dati di Save the Children, solo in Etiopia l’80% delle spose bambine non ha ricevuto alcun tipo di istruzione e l’81% non sa leggere. Solo il 3% delle ragazze sposate di età compresa tra 15-19 hanno avuto accesso a scuola, contro il 34% delle ragazze non sposate.
Helle Thorning-Schmidt, Direttore Generale di Save the Children International, in occasione del suo intervento al “Women’s Forum on inequality and sustainable growth“, organizzato a Roma durante la Presidenza italiana del G7, ha dichiarato: “Oggi, nel mondo, 62 milioni di ragazze sono escluse dall’educazione e più di 3 milioni di donne e dei loro bambini potrebbero essere salvati ogni anno investendo nella sanità e nella nutrizione“.
Secondo il dossier InDifesa, 130 milioni di bambine e ragazze non va a scuola, mentre il 50% che la frequenta con una certa regolarità non raggiunge il livello minimo di competenze in matematica e letteratura.
Tante sono anche le ragazze che rientrano nei cosiddetti NEET – chi  non ha e non cerca un impiego e non frequenta una scuola né un corso di formazione o di aggiornamento professionale – : nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni, infatti, le ragazze hanno una probabilità tre volte superiore rispetto ai coetanei maschi di essere escluse dal mercato del lavoro e di non essere coinvolte in percorsi formativi.
Secondo i dati emersi da uno studio dell’Organizzazione mondiale per il lavoro addirittura il 31% delle ragazze tra i 15 e i 29 anni rientra nella categoria dei NEET, a dispetto di un 16% maschile e con punte del 41% nei Paesi del Medio Oriente e in Nord Africa. Eppure, queste ragazze vorrebbero trovare un impiego, almeno nel 70% dei casi.
Senza contare che più di un terzo (il 35%) delle ragazze tra i 15 e i 29 anni ha dovuto lasciare il lavoro per motivi familiari, contro il 7% dei coetanei maschi.

5. Lo sfruttamento minorile delle bambine nel mondo

Fonte: unicef

A causare l’allontanamento da scuola delle bambine, però, non sono solo i matrimoni precoci, ma un atteggiamento di discriminazione generalizzato in molti paesi, che tende a favore ancora i figli maschi.

Secondo Unicef, uno dei primi motivi per cui le bambine sono escluse dall’istruzione riguarda la povertà familiare: per una famiglia a basso reddito, infatti, ogni figlio che va a scuola rappresenta una spesa per il bilancio familiare, e al contempo un aiuto in meno per le incombenze domestiche.

Se poi la scuola diventa un costo netto, per via delle tasse di iscrizione o delle spese per i libri, l’uniforme o i pasti, spesso una famiglia si trova a scegliere quali figli debbano continuare a studiare e quali no, ed è probabile che, di fronte a un fratello e a una sorella, i genitori preferiscano concedere l’istruzione al figlio maschio, convinti che questo sia l’unico investimento che renda a lungo termine.

Le bambine sono sfavorite anche da circostanze esterne al mondo della scuola, ad esempio la mancata registrazione anagrafica alla nascita, che si traduce spesso in una successiva impossibilità di essere ammessi nel sistema educativo nazionale. E le bambine costituiscono la maggior parte dei circa 50 milioni di esseri umani afflitti da questa condizione di “inesistenza legale“. Insomma, sono vere e proprie bambine fantasma.

A proposito di matrimoni precoci e gravidanze, spesso ad aggravare la situazione concorrono leggi arretrate che vietano a una ragazza che ha dato alla luce un figlio di tornare a frequentare la scuola.

Fra le ragioni per cui la famiglia può preferire che una bambina non vada a scuola vi sono anche le preoccupazioni per la sua sicurezza o per l’onorabilità familiare: se a scuola si dovessero verificare episodi di bullismo o punizioni corporali degli allievi, ma anche se mancano insegnanti donne o servizi igienici separati, i genitori – soprattutto se di cultura tradizionalista – tendono a ritirare le figlie da scuola.

Quando i maestri invece applicano discriminazioni sessiste, ad esempio tramite norme punitive o derisorie nei confronti delle bambine, quando i testi di studio abbondano di stereotipi sui ruoli dei maschi e delle femmine, o semplicemente ignorano gli interessi culturali e sociali delle alunne, allora possono essere loro stesse a decidere di abbandonare la scuola, non trovando un terreno fertile per costruire le proprie ambizioni e, soprattutto, un luogo dove sono rispettate.

Secondo l’Organizzazione Mondiale per il Lavoro circa 64 milioni di bambine tra i 5 e i 17 anni sono costrette a lavorare, contro 88 milioni di ragazzi. Tra i 15 e i 17 anni c’erano, nel 2016, 23,5 milioni di maschi lavoratori e 13,6 ragazze, impiegati soprattutto in agricoltura e industria. Tuttavia, questi dati spesso escludono il lavoro domestico, da sempre prerogativa femminile: su un totale di 54 milioni di bambini che svolgono lavori domestici – non retribuiti – per più di 21 ore a settimana, 2/3 sono femmine.

Ciò significa che, a livello globale, le bambine di età compresa tra i 5 e i 14 anni trascorrono 550 milioni di ore ogni giorno in attività di cura della casa, ben 160 milioni di ore in più rispetto ai loro coetanei maschi.

Inutile ricordare, da ultimo, il peso non indifferente di conflitti civili, guerre ed emigrazioni rispetto all’istruzione di queste bambine.

6. Le vittime dei conflitti

Fonte: web

Conflitti e movimenti migratori forzati, lo dicevamo, espongono ulteriormente le ragazze e le bambine a povertà estrema, abusi, violenze, sfruttamento, negando loro l’opportunità di andare a scuola e accedere a servizi sanitari di qualità.

Il rapporto di Save the Children conferma che, in un contesto di guerra, la probabilità che le bambine possano perdere la vita è 14 volte superiore rispetto agli uomini nelle stesse situazioni. In Siria, in particolare, 5,8 milioni di bambini vivono ancora sotto i bombardamenti, 2,3 milioni di minori sono fuggiti dal Paese e le bambine e le ragazze vengono spesso costrette dai propri genitori a sposare uomini più grandi perché non possono più occuparsi di loro, generandone la disperazione che in alcuni casi le porta addirittura al suicidio.

Secondo il nuovo rapporto di Save the Children in Yemen, soltanto nei primi quattro mesi del 2019 più di 400 minori sono già stati uccisi o sono rimasti feriti.

In totale, circa 6.500 bambini sarebbero rimasti uccisi o feriti dai bombardamenti.

7. Le pratiche di mutilazione genitale

Infibulazione, il grido di dolore delle bambine "cucite"

Secondo il dossier di Terre des Hommes oggi, nel mondo, almeno 200 milioni di donne e ragazze sono state sottoposte a mutilazione genitale, e altri 68 milioni subiranno la stessa sorte
da qui al 2030, secondo le stime di Unicef.

Una buona notizia arriva però dalle legislazioni nazionali: negli ultimi anni 13 Paesi –Burkina Faso, Djibouti, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea, Guinea Bissau, Kenya, Mauritania, Nigeria, Senegal e Uganda– hanno varato leggi che vietano queste pratiche, e pare che altri 3 Stati siano in procinto di promulgarne di simili.

Le mutilazioni genitali femminili diffuse nel mondo, sono pratiche legate alla tradizione, non alla religione come molti pensano: infibulazione ed escissione della clitoride, infatti, non sono menzionate dal Corano.

I dati, in realtà, non riguardano solo le ragazze musulmane in effetti: in Niger, ad esempio, il 55% delle donne e delle ragazze cristiane è infibulata, contro il solo 2% delle musulmane. L’eliminazione totale delle mutilazioni genitali femminili rientra nei 17 Obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile entro il 2030.

Ma la strada appare ancora piuttosto lunga, dato che, solo in Italia, si stima che a essere a rischio di mutilazione siano tra il 15 e il 24% delle bambine e le ragazze di età compresa tra 0 e 18 anni di famiglie provenienti da Paesi in cui sono tuttora presenti queste pratiche. La maggior parte di loro sono di origine egiziana.
Se si prendono in considerazione le ragazze richiedenti asilo si stima che in Italia il 9% sia a rischio di mutilazioni genitali.

 

8. La prostituzione minorile

Viaggio nei bordelli nigeriani: tra prostitute bambine e il divieto di usare il preservativo
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Secondo un rapporto di Save the Children del luglio 2019 su 20.500 vittime di tratta e sfruttamento registrate nell’Ue nel biennio 2015-2016 ben il 56% dei casi è per sfruttamento sessuale, il 26% per quello lavorativo.

In Italia le vittime di tratta accertate sono 1.660, con sempre più minorenni coinvolti, tanto che nel 2018 sono state intercettate, in 5 regioni, 2210 vittime di tratta minori o neo maggiorenni, un numero in salita del 58% rispetto all’anno precedente.

Secondo i dati della Commissione europea riportati nel dossier, tra il 2015 e il 2016 nella UE le persone di origine nigeriana sono le principali vittime di tratta di esseri umani, con 2.084 vittime di origine nigeriana, di cui quasi la metà In Italia.
Più della metà delle vittime sono donne e ragazze.
Fra loro, circa il 74% è vittima di sfruttamento sessuale, il 22% di altre forme di sfruttamento e il restante 4% di sfruttamento lavorativo.

9. L'ignoranza culturale sul ruolo della donna

Allo stesso tempo sono ancora molte le superstizioni e le discriminazioni culturali che hanno come vittima la donna, a partire dal loro ingresso simbolico nell’età adulta, con l’arrivo delle mestruazioni.

Dal Mondo: Le Donne Raccontano Cosa Non Possono Fare Quando Sono Mestruate

10. La violenza di genere

Fonte: istock

Il 2018 ha per fortuna segnato un arresto tra i reati che maggiormente colpiscono le bambine e le ragazze. Calano la prostituzione minorile -3% (di cui il 63,77% composto da bambine); detenzione di materiale pornografico -13% (l’87,34% bambine); violenza sessuale -6% (qui l’89,48% è composto da bambine); corruzione di minorenne -14% (è di sesso femminile il
73,48% delle vittime) e violenza sessuale aggravata-1% (l’83,81% femmina).

A crescere sono però i reati di “atti sessuali con minorenne” (+1% con il 77,14% delle vittime di sesso femminile) e di pornografia minorile (+3% e il 79,90% di bambine e ragazze).

Riguardo al nostro Paese, secondo quanto riporta l’Istat, il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita qualche forma di violenza fisica o sessuale.

 

11. L'accesso alla tecnologia

Fonte: istock

Ultimo punto, ma non meno importante, è l’accesso alla tecnologia: nel mondo, dice Terre des Hommes, le donne hanno meno accesso a Internet rispetto agli uomini, con un gap di 12 punti percentuali, soprattutto nei Paesi più poveri o tra le fasce meno abbienti della popolazione.

L’impossibilità di accedere alla Rete si lega ad altri fenomeni, ad esempio rispetto all’insufficiente informazione sull’educazione sessuale. Internet, come si sa, presenta comunque anche una serie di rischi: il 99% degli adescatori online è di sesso maschile, le prede sono per il 75% ragazze, più esposte anche alle pratiche di sexting o cyberbullismo.

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