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"Le femmine stiano in cucina": colpa del maschilismo se il femminismo va di moda

L'uscita nelle sale di Revenge, primo "rape and revenge movie" diretto da una donna, ha scatenato le reazioni maschiliste di chi pensa che il femminismo sia ormai una moda.

Esce nei cinema italiani il 6 settembre Revenge, una pellicola definita come “il primo rape and revenge movie girato da una donna”, dove la sexy protagonista persegue una sanguinosa vendetta ai danni di alcuni uomini che le hanno usato violenza. Il trailer non lascia spazio a dubbi riguardo al tono del film, definito da comingsoon:

Un’opera metaforica, splatter e allucinatoria, che si spinge oltre i limiti della visione per coinvolgere lo spettatore in un gioco al massacro in cui i cacciatori diventano prede e i violenti vittime. […] Un’opera prima matura e inattesa, che mentre fa a pezzi i corpi dei protagonisti sullo schermo, con ironia trasmette un messaggio di ribellione femminile alla violenza maschile e afferma il diritto di ogni donna dire no ed essere rispettata.

Senza entrare nel merito del giudizio del film (che ancora non ho visto) a colpirmi è stato però un secondo trailer, montato sfruttando i commenti negativi che la promozione del film ha ricevuto da parte di alcuni uomini.

“Le femmine non sono abbastanza forti o intelligenti”

“Se ne stiano in cucina”

“Ormai ci sono donne potenti ovunque”

Questo il tono di alcuni commenti riportati, usati abilmente dalla casa di produzione a proprio vantaggio, in quanto trasformati nella prova immediata di quanto ci sia in effetti bisogno di questa “ribellione femminile alla violenza maschile”. E il caso di Revenge non è certo l’unico a testimonianza del maschilismo dilagante. Basta fare un salto su qualsiasi social network e spulciare tra i commenti di notizie o fatti che vedono protagoniste donne “ribelli”. Perdereste il conto a numerare le frasi trasudanti sessismo, a volte da parte delle stesse donne.

Eppure, non posso fare a meno di notare un certo grado di verità nelle affermazioni di questi nostalgici della supremazia maschile, in particolare quando lamentano un alto numero di “donne potenti”, una frequenza elevata di storie a tematica girl power, insomma, per farla breve, quando sostengono che ormai il “femminismo” sia una moda.

Perché in effetti sarebbe stupido far finta che negli ultimi tempi, probabilmente complice anche lo scandalo Weinstein che ha dato il via al #metoo, non vi sia un’attenzione particolare al ruolo delle donne nella società, con la (sacrosanta) missione di giungere infine a una piena parità. Non vi sia insomma “più femminismo” (è un riferimento improprio al termino, lo so, ma concedetemelo). È un dato di fatto. Il punto però è: questo è un male? Il troppo stroppia sempre?

Che una tendenza diventi diffusa, tanto da definirla “moda”, è di per sé un male?

Direi che dipende. Se per i risvoltini a metà polpaccio, le barbe glitterate o i pantaloni “estremamente tagliati” possiamo in effetti dire che sia un male; per una campagna che punta a incrementare i diritti delle donne non possiamo dirlo. Anzi: è proprio l’opposto.

Il medesimo discorso è stato fatto riguardo ai diritti LGBTQI, ai “gay ormai dappertutto”, ma se una battaglia civile giusta diventa popolare, non possiamo che gioirne. Anche a costo di nauseare, di risultare monotoni e ripetitivi. Anche se spesso tali iniziative sono pilotate più per ragioni di marketing che puro spirito etico. Poco importa. Se il messaggio è “più diritti” mi sta bene pesino essere modaiolo.

Certo, questa ripetitività ha le sue conseguenze. La prima in assoluto è fomentare i fanatici. Dopotutto è risaputo che una preda messa all’angolo diventa più pericolosa. Per questo, ad aumentare del femminismo è seguito un aumentare delle tesi maschiliste. Funziona così un po’ per tutto. Quando la “lotta” volge al culmine gli scontri si fanno più violenti. Per questo, se pensiamo che il femminismo sia diventato una moda, dobbiamo essere anche disposti ad ammettere che lo è anche il maschilismo. O meglio: che è proprio il maschilismo che vi si oppone ad averlo reso tale. E ve lo dimostro.

Correva l’anno 2003 quando nei cinema comparve il primo volume di Kill Bill, un film con protagonista una donna che, in modo alquanto sanguinario, ottiene la propria vendetta. Certo, in questo caso fu un uomo a girarla, ma poco conta: non vi furono levate di scudi da parte di chi riteneva il luogo idoneo per una donna solo la cucina. Tutti si goderono le gesta di Beatrix Kiddo (alias Uma Thurman nella sua splendida tutina giallo e nera) senza pensare a parità, sessismo e ruoli di genere. Perché? Perché non era strano allora come oggi, solo che all’epoca i misogini sonnecchiavano ancora nelle loro caverne.

Volete un altro esempio? Prendete le principesse Disney e la tendenza recente di dipingerle in modo assai più indipendente rispetto a quelle del passato. Ora sono forti, ribelli e, soprattutto, single. Elsa, Vaiana, Merida sono un esempio e, ovviamente, c’è chi si è lamentato di questa nuova visione, affermando che le principesse debbano fare le principesse, dimenticandosi forse di quella ragazzina cinese, che nel ’98 approdò nelle sale cinematografiche vestita da uomo, che combatteva gli Unni, che salvò l’Impero dall’invasione e che rispondeva al nome di Mulan. Oggi un film del genere probabilmente aizzerebbe maschilisti, misogini e persino qualche complottista della teoria gender in un colpo solo. Nel ’98 ce lo guardammo tutti senza nemmeno storcere il naso quando vedemmo tre uomini travestirsi da donne.

Il punto è che all’epoca tali pellicole non furono etichettate con nessun “ideologismo” perché non vi fu chi le criticò in tal senso. Ed è questo quello che intendo quando affermo che è il maschilismo ad aver reso il femminismo una moda. Senza le assurde reazioni dei fanatici, ciò che è bollato come femminista, sarebbe semplicemente normale. La verità è che ogni progresso genera dei contraccolpi da parte di chi vorrebbe restare immobile. E più la spinta in avanti è forte, più sarà la resistenza. Per questo è importante non farsi ingannare dalle interpretazioni distorte (e nausee) che questo scontro a volte genera nella mente di alcuni e soffermarsi a giudicare le cose per ciò che sono in realtà, siano un film o un cartone animato, aspettando il giorno in cui potremo finalmente (e di nuovo) non fare nemmeno caso se il protagonista sia donna o uomo, gay o etero, bianco o nero.

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