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Cos'è l'hikikomori e perché migliaia di giovani anche in Italia si autorecludono

Parlare di sindrome di Hikikomori non è facile, perché è facile cadere nel luogo comune. Noi ci abbiamo provato, con la speranza di capire sempre di più.

Non se ne parlerà mai abbastanza, per questo vogliamo farlo anche noi. La sindrome da Hikikomori è qualcosa che sta interessando l’Italia – ma in generale tutto l’Occidente e i Paesi ricchi – sempre più. Hikikomori è una parola giapponese – è dalla nazione con il sole sulla bandiera che viene il fenomeno – che significa «stare in disparte». Interessa molti giovani, ma non solo loro, e getta nella disperazione le famiglie. Le persone che ne sono colpite si ritirano in una sorta di isolamento volontario in casa propria, nella propria stanza, limitando al minimo le esperienze con il mondo esterno, perfino con i propri genitori, se conviventi (quindi se parliamo di giovani e giovanissimi). L’unica finestra verso il mondo – sempre che anche quella finestra non venga chiusa volontariamente – è Internet, ma anche quell’esperienza viene vissuta in maniera differente da come la viviamo noi.

Hikikomori, il preoccupante fenomeno dal Giappone

Hikikomori
Fonte: Pixabay

Per comprendere l’Hikikomori bisogna fare un salto in Giappone. La società giapponese è strutturata in maniera un po’ diversa dalla nostra, per questo il fenomeno è nato lì, per poi apparire qui in Italia. In Giappone il senso del dovere e dell’onore si concretizza in obiettivi che la scuola e il mondo del lavoro sembrano imporre ai giovani che vi si lanciano senza paracadute. È il prezzo di un progresso scientifico e tecnologico che ben conosciamo dagli anni ’80, da quando cioè quella nazione è diventato un faro di efficienza in tutto il mondo. Ma a che prezzo?

Se le cause sono da ricercarsi in un ambiente complesso e dalle aspettative che questo ambiente riserva agli individui, c’è però un fattore scatenante, un avvenimento specifico, in particolare negli anni delle scuole medie (ma non solo, come vedremo tra poco) che come afferma Business Insider può essere un’insufficienza scolastica, ma anche un episodio di bullismo. Questo avvenimento può essere seguito da giorni di isolamento volontario: richiesta di non andare a scuola, maratone di videogiochi o binge watching di serie televisive. Ovviamente l’Hikikomori non è semplicemente una dipendenza tecnologica che interessa i Millenials, ma è molto di più. Tra l’altro, più si va avanti più la situazione peggiora: la crisi economica ha impedito a molti l’accesso al mondo del lavoro e questo significa fare i conti con delle aspettative inique da parte della società.

In una nota della fanpage di Hikikomori Italia, associazione a supporto delle persone colpite dal fenomeno e delle loro famiglie, si spiega come la solitudine di queste persone non sia determinata da una psicopatologia o da una causa di forza maggiore, non sia una fase transitoria, non riguardi solo le nuove tecnologie e interessa tutta la famiglia. Quindi bando ai luoghi comuni.

I falsi miti sull’Hikikomori

Gli Hikikomori sono soprattutto giovani – ma questo vale per ora, in quanto in Italia ha interessato solo la prima generazione, come spiega il blog di Hikikomori Italia. In Giappone ci sono infatti molti ultraquarantenni che ne sono interessati. Non si tratta di persone viziate, né di asociali né di eremiti. A volte i piani vengono confusi da chi legge e pensa che queste persone possano essere bollate con certi aggettivi che sono completamente fuorvianti. I viziati ottengono tutto quello che vogliono, ma gli Hikikomori non sono semplicemente osteggiati dalle loro famiglie. Ragioniamoci: un figlio avverte il peso del mondo, ne è schiacciato con la sua sensibilità e noi invece di aiutarlo lo attacchiamo? Analogamente non possono dirsi eremiti, perché comunque hanno Internet per avere un sottile contatto con il mondo. E con le persone su Internet c’è comunque una forma di socialità – che è diversa da quella che si esplica vis a vis – ma è pur sempre socialità.

I dati sull’Hikikomori

Hikikomori
Fonte: Pixabay

Chi soffre di sindrome di Hikikomori ha soprattutto un’età compresa tra i 14 e i 25 anni, non studia e non lavora – quindi fa parte dei cosiddetti Neet. Le diagnosi avvengono in Italia dal 2007 e si parla di migliaia di individui – e tra questi il 30% è rappresentato da individui di sesso femminile. Le caratteristiche del fenomeno variano da persona a persona, da regione a regione. In Giappone si parla di 500mila casi accertati.

L’associazione Hikikomori Italia

Associazioni come Hikikomori Italia – guidata da Marco Crepaldi – aiutano i ragazzi e le loro famiglie ad affrontare la questione – tanto che c’è un’associazione affiliata presieduta da Elena Carolei. Il circolo opera anche su Internet – quella finestra che gli Hikikomori lasciano aperta – e le parole che si leggono su Facebook sono confortanti e fanno capire come in un oceano di superficialità possa esistere chi può fornire un aiuto concreto.

Nel buio più totale fatto di assenze, incompetenza, colpevolizzazioni e solitudine – si legge in una delle recensioni – ho trovato questo gruppo solidale che mi ha accolta e ha gettato una luce su quello che ci stava accadendo. Mi ha dato forza e spunti utili e, crescendo, fa crescere noi e la possibilità di superare gli ostacoli.

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